Libro: Tutta la luce del mondo di Aldo Nove

Leggere un libro di Aldo Nove è un’esperienza che ciascuno di noi dovrebbe fare almeno una volta nella vita.
La sua scrittura è surreale, caustica, faticosa ed anche cattiva, quando la cattiveria è necessaria per descrivere certe sofferenze che la vita ci impone. Questo fino a quanto scritto prima di “Tutta la luce del mondo”.
Da qui in avanti, è diventata anche meravigliosamente stupefacente, una poesia vestita da romanzo.
Che parlasse di San Francesco da Nove non me l’aspettavo. E ancora una volta mi ha stupito, divertito e fatto innamorare di questo Medioevo dove tutto è stupendo. E dietro la visione di un dodicenne di nome Piccardo, nipote di Giovanni, vero nome di Francesco, ecco che appare un fragile, umanissimo San Francesco che prima della santità ruppe e sconvolse gli equilibri della sua famiglia. Un po’ scemo, un po’ santo, un po’ pazzo. Comunque ingrato verso la sua famiglia dove più che la santità avrebbero apprezzato la continuazione della tradizione mercantile.

Auguro a tutti di tuffarsi in questo stupendo Medioevo  e di trovare in ogni parola scritta da Nove la stessa, identica frescura per l’intelletto che coloro che amano religiosamente San Francesco trovano per l’anima.
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P.S. Nota a margine ma non tanto … Se Nove fosse americano o solamente più mondano, sarebbe anche più dell’osannatissimo Jonathan Safran Foer ( osanna meritate )

Io prima di te di Jojo Moyes

 

Per chi pensa di volere una lettura leggera (un Harmony per intenderci) può lasciare questo libro da parte perché non corrisponderebbe alle aspettative, nonostante la copertina e la pubblicità con il quale è stato promosso.

Per chi, invece, vuole una lettura lieve su un argomento pesante e difficile quale l’eutanasia allora questo libro è la giusta soluzione.

Io ero partita con le intenzioni della leggerezza e mi sono ritrovata a pensare e a riflettere. La storia d’amore che nasce tra i due protagonisti – lei giovane ragazza inglese figlia della crisi economica e di violenze di bulli in giovane età, lui ricco e rampante finanziere della City col mondo in mano – è quanto di più strano possa essere, eppure il miracolo avviene. Ma questo non elimina di dolore dalla vita di lui, costretto su una sedia a rotelle, senza possibilità di movimento, dopo un terribile incidente. E il dolore lo condurrà verso una fine estrema, ragionata e voluta. Nemmeno l’amore di lei potrà fargli cambiare idea.
La trama è questa, la lettura è veloce, la scrittura scorrevole e i dialoghi sono, secondo me, la parte migliore.

Eppure dopo averlo letto sono partite a raffica le domande. Domande che di norma da una lettura Harmony dovrebbero essere sedate non rinfocolate.
Se lui era innamorato, veramente innamorato, avrebbe scelto di morire? Val la pena viverla comunque la vita, anche in quelle condizioni di estremo disagio? Come si affronta il dolore, sapendolo poi come parte integrante della vita per sempre? Si può biasimare qualcuno per aver voluto scegliere il momento della propria morte oppure questa scelta è così personale che bisogna rispettare il volere di ciascuno, se la scelta è fatta in piena libertà? Il libero arbitrio dove si ferma, davanti a quale scelta? Una nostra libera scelta se voluta, se meditata, se “giusta” per noi non dovrebbe far del male agli altri, alle persone vicine? Ed infine, come può un genitore accettare la morte del proprio figlio, anche se la vita giornaliera è fonte di dolore sia fisico che morale per lui?
E potrei andare avanti ancora per molto, ma mi fermo perché credo che per un libro nato con un intento ben diverso, nella postfazione l’autrice definisce questa una semplice storia d’amore, sia riuscito ad andare oltre e l’abbia saputo fare con maestria.

Consiglio la lettura a tutti . Le risposte alle domande ciascuno le dia a modo suo 🙂
Ringrazio Valentina per avermi regalato questo libro.

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Ricette d’amore – Pane e Anguria

Ingredienti: pane rustico e anguria q.b.

Tagliamo una fetta di anguria, grande o piccola, così come più ci piace. Poi tagliamo una grande fetta di pane rustico, va bene qualsiasi tipo purché sia pane.

A questo punto ci sediamo al tavolo o davanti alla finestra o in qualsiasi posto dove siamo tranquille, mangiamo il pane lentamente e cerchiamo un ricordo buono che ci accompagni per tutto il tempo.

Finito il pane, passiamo all’anguria che va mangiata a morsi, grandi o piccoli va bene ma senza posate. E il ricordo di prima diventa profumo e sapore. Se chiudete gli occhi potrete sognare.

E fuori il sole sembrerà meno cocente e la casa più accogliente. Per chi è in vacanza, la giornata sarà ancora più bella.

Il buonumore ci accompagnerà fino a sera. E per chi è a dieta, basta tagliare una fetta più piccola di pane e una piu grande di anguria.

Buon Ferragosto e buoni ricordi a tutti.

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… del perchè l’asilo nido è un tassello fondamentale per l’emancipazione delle donne

Sono le abitudini giornaliere, gli oggetti della quotidianità, i servizi di sostegno quelli che hanno regalato alle donne la libertà di essere autonome.

Certo la candidatura di una donna alla Presidenza USA, certo la responsabilità del Fondo Monentario Internazionale, come pure la CEO di Yahoo o similari e poi la Cancelliera Merkel, la Premier britannica May e via discorrendo, segnano nuovi orrizonti. E creano crepe in questo maledetto soffitto di cristallo.

Ma per noi, nel quotidiano, il soffitto è alto comunque. Per noi ogni giorno il problema sono le pareti che stringono e ci incalzano da vicino.
La libertà orizzontale è ancora più difficile da raggiungere, perchè meno evidente, perchè i meccanismi di omologazione sono più subdoli, perchè siamo abituate a pensare in sæcula sæculorum che a noi ci tocca.
Ed allora la salvezza vera è arrivata da dove meno ce lo aspettavamo: la LAVATRICE ci ha liberato dal giogo dei bucati e il FRIGORIFERO dall’incubo della spesa giornaliera. Da soli questi due elettrodomestici hanno fatto silenziosamente di più di anni di sacrosante battaglie.
Poi a seguire, ognuno di noi può redigere la propria lista. Per me la libertà significativa è arrivata dall’asilo nido.
Avere un luogo dove ricoverare la mia bimba nel tempo dedicato al lavoro è stato fondamentale per me. Che poi quel luogo si sia rivelato oltre che spazio fisico anche luogo dell’anima, la ritengo una vera e propria fortuna.
Spesso vedo donne correre, al mattino specialmente, preda di tempi strangolanti e ossesionate da complessi di colpa divoranti. Correre senza fiato e senza soluzioni di continuità. Sole.
Ecco!  Le educatrici di mia figlia, con la loro passione quotidiana, senza fanfare e senza esibizionismi, mi hanno regalato la libertà di poter lavorare (che è già tanto), riuscendolo a fare con tranquillità e sicurezza (che è tantissimo) e insegnando alla mia bambina la gioia del gioco e delle regole. il tutto senza lacrime, nè mie, nè della bambina. Facendomi sentire in compagnia.
perchè quando noi donne facciamo le cose bene e per altre donne rendiamo possibile l’emancipazione del mondo intero.
UN PUZZLE GRANDE COME IL MONDO SI COMPONE DI TANTISSIMI PEZZI PICCOLI. Noi ne facciamo parte.Asilo nido

Storia di Eliana (Maggio 2011)

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Oggi è il mio compleanno, ho 38 anni e sono serena. Guardo la mia bambina che mi trotterella intorno giocando con la sua borsetta rosa piena di trucchi e mi meraviglia ogni volta il suo senso estetico, così spiccato a soli tre anni. Mia figlia è più della mia vita, lei è la mia rinascita. Grazie a lei e al suo papà sono uscita da un periodo senza luce, non saprei dire neanche quanto lungo, so solo che ero viva nel fisico ma morta nell’anima. Racconto la mia storia perché spero possa essere d’aiuto a qualcun altro e rappresentare una speranza per un nuovo inizio.  La mia prima vita è finita il 14 ottobre del 1999 ad Amarillo in Texas. Io e Luca stavamo percorrendo la Route 66, strada che taglia a metà gli Stati Uniti. Era stato il nostro sogno da sempre, avevamo fantasticato e risparmiato per quel viaggio per tutti gli anni dell’Università. Ci era sembrato naturale farne la meta del nostro viaggio di nozze. Avevamo raggiunto in aereo New York, da lì in volo a Los Angeles e poi con un fuoristrada a noleggio via verso il deserto. Le foto scattate fino ad Amarillo mostrano due ragazzi felici e spensierati, pieni di vita ma io non ricordo quasi niente. Della me che ride all’obiettivo, dei miei pensieri, dei miei desideri per il futuro non ho memoria. Tutto è svanito in una manciata di secondi. Luca guidava ed io canticchiavo; una buca; la jeep va fuori strada; Luca sterza e la macchina si ferma su un cactus gigante. Io illesa, Luca fermo con lo sguardo vitreo. Alcune persone che ci seguivano in strada ci soccorrono ma non c’è niente da fare. Della corsa in ospedale, della chiamata al consolato, dell’attesa per l’arrivo dei miei genitori ho ricordi sfocati. Ricordo bene, però, la sensazione di straniamento, come se quello che accadeva intorno non stesse capitando a me, ma a un’altra persona. Un ronzio nelle orecchie faceva sì che le voci mi arrivassero ovattate, i tranquillanti mi sedavano i pensieri e i sonniferi mi portavano in un sonno senza sogni. Fino al ritorno in Italia non ho pianto, fino al funerale. Lì è esploso in petto un dolore insopportabile. Luca non c’era più. Non era naturale guardare la sua bara, lui doveva stare vicino a me, avevamo un sacco di cose da fare insieme, dovevamo sistemare la casa, dovevamo decidere i nomi che avrebbero avuto i nostri figli, dovevamo unire gli sforzi per far partire lo studio di architettura. Non era naturale che io fossi rimasta sola. Fuori faceva freddo, ma era niente in confronto al gelo che sentivo dentro. I miei genitori mi portarono a casa con loro. Sul divano in sala passavo il tempo tra sonno e veglia. Volevo tenere gli occhi chiusi e restare così per sempre, non pensare a niente. Aspettare che anche la mia vita avesse fine era il mio fine. Così avrei smesso di soffrire, così non sarei stata più sola. Da qualche parte Luca doveva essere ed io l’avrei ritrovato, non si può mica finire così! Senza una parola, senza lasciare un messaggio, senza motivo! Per una maledetta buca, in una maledetta strada senza asfalto di un paese lontano dove non saremmo tornati mai più. Perché non ero morta anch’io con lui? Perché a me era toccato restare? Luca mi mancava ogni secondo, mi mancavano i suoi sorrisi, mi mancavano le sue battute, mi mancava persino l’incazzatura mattutina che avevo quando tiravo fuori i calzini sporchi infilati sotto i cuscini del divano. Poi smettevo di pensare, nelle lacrime chiudevo gli occhi e il divano diventava la mia culla. Ferma immobile, in attesa del nulla. Vedevo i miei genitori disperati che si affannavano intorno, mi dispiaceva per loro ma non avevo la forza di rispondere alle loro domande, figuriamoci di uscire o chissà che altro. Ogni tanto arrivava qualche parente, qualche amico, ma non c’era niente e nessuno che mi scuoteva. Trascorse Natale e arrivò la primavera, io ero sempre sul divano. Un pomeriggio, nel dormiveglia, sento una bambina che gira intorno al divano con un secchiello di costruzioni. Lo svuota ed inizia a comporre una costruzione. Inizio a guardare con attenzione, ha uno strano modo di disporre i cubotti. Li prende, li misura, li gira, li sistema. Poi a metà costruzione, si gira e mi dice:<<Guarda, pian piano si comincia a vedere il profilo delle cose.>> Resto senza fiato, lo stomaco si contrae più forte che può e le parole mi esplodono nella testa. Sono le parole che ripeteva sempre Luca, sono quelle di un famoso architetto, sono le stesse che ci permettevano di non arrenderci davanti ai progetti più difficili che avevamo seguito. Erano un po’ il nostro mantra. Sorrido senza neanche volerlo. Ed in quel momento, nasce in me una speranza, forse piano piano, ritornando a vivere, ritroverò il profilo delle cose. Accarezzo Benedetta, così si chiama la figlia dell’amica di mia madre, e mi alzo dal divano, per la prima volta, dopo mesi. Non è stato facile ricominciare. Dallo studio mancavo da quasi un anno, tutti mi guardavano come un extraterrestre e sentivo che avevano pudore a rivolgersi a me. Eppure lì, a lavoro, dove ero stata con Luca, sentivo meno la sua mancanza. Mi rendevo conto che non sarebbe tornato più da quel viaggio, tuttavia la sensazione di calma, di riposo che traevo dal sistemare i nostri progetti, dal caratterizzare costruzioni secondo il nostro modo di vedere, mi ridava un senso come persona. Non ho nessuna certezza in merito, né nessuno potrà provarlo mai, eppure sento che Benedetta non è venuta da me per caso. Non è un angelo, è una bambina reale con la quale ho parlato altre volte, tuttavia il suo messaggio era diretto a me ed era speciale. Nel 2006 arriva nello studio un nuovo socio. Non ho lavorato subito con lui perché all’inizio si è occupato esclusivamente di interni, ma il suo cognome mi ha incuriosito. Si chiama Benedetto. Ci siamo scrutati per diversi mesi. Lui è molto diverso da Luca. E’ bruno, serio e posato. Non ha avuto nessuna fretta con me. Ha aspettato che mi abituassi all’idea di uscire con un altro uomo e, quando finalmente ho accettato, abbiamo parlato per tutta la sera di quello che era stato il mio viaggio di nozze. Era fermo ed ha ascoltato quello che avevo da dire. E per la prima volta ho raccontato la storia di Benedetta. Mi ha guardato, ha sorriso e ha detto che se i Benedetti mi portavano bene, era proprio l’uomo giusto per me. E’ vero, lui è l’uomo perfetto per me, ma non l’ho compreso subito. Dopo la nostra prima uscita, ho avuto una forte crisi depressiva. Mi sembrava di tradire Luca. Sentivo che Mario, questo il suo nome, mi piaceva, ma come potevo sciogliere il nodo con il quale avevo legato tutto il dolore che mi aveva invaso? E’ vero erano passati sette anni, mi dicevo, e oramai riuscivo a convivere con l’idea di essere vedova. Allora perché non riuscivo a lasciarmi andare? Il mio lavoro mi aiutava a vivere, ma sentivo che volevo qualcosa in più. Volevo essere amata di nuovo, ma non sapevo se fossi stata capace di ricambiare, anzi ero quasi certa che non ce l’avrei fatta. Avevo cancellato ogni ricordo dell’amore. Ma potevo dire una cosa del genere a Mario? Sarebbe stato ingiusto nei suoi confronti. Non riuscivo a decidere sul da farsi, ero combattuta. E Mario mi venne di nuovo incontro. Disse che non gli importava cosa gli potevo dare, l’importante era che ci provassi. E mi sono buttata, ci ho provato. Sapete il nodo non si è sciolto subito! Ecco se una donna sta male per un dolore, per un lutto, io gli auguro di trovare un uomo paziente. Secondo me, l’amore è anche tempo. Soprattutto lo è stato per me. Ho imparato ad apprezzare la serenità del mio uomo che mi calma nei momenti di sconforto. Ammiro la calma che mi infonde con la sua presenza solida. Amo il fatto che non è mai di fretta quando si parla della nostra storia. Mario ha saputo aspettare che il nodo di dolore si allentasse. E la cura dell’attesa ha funzionato. Adesso non riesco neanche ad immaginarmela una vita senza di lui. Io la chiamo la mia seconda vita e l’inizio l’ho individuato in una data speciale, una data che ci unisce e che ha sancito l’arrivo al mondo di una nuova vita, la nostra bambina. Li amo entrambi di una tenerezza e di un amore infinito. E sono serena, oggi a 38 anni, come mai avrei immaginato di essere. C’è sempre una speranza d’amore, basta prendersi il tempo giusto.

 

 

 

Che Brexit sia un’occasione …

Sveglia amara in questo 24 Giugno. La notizia di Brexit mi coglie impreparata e mi spaventa. La tv affastella reazioni su reazioni ed io ascolto ferma, tanto muoversi è inutile. Il danno è fatto. Adesso bisogna prenderne atto. E come sempre la Finanza reagisce per prima. Le Borse sono travolte. I numeri non mentono o lo fanno bene e la giornata oggi in Borsa è una di quelle da orso. Sperando che sia solo una giornata e non una settimana nè tantomeno mesi. Ma forse sarà di più.

E poi le reazioni caleranno dall’alto e arriverranno in basso, al livello della vita di tutti i giorni e lì ce la dovremo giocare bene. Certo possiamo cavalcare l’onda e ognuno può demonizzare al meglio il fantasma che più gli da noia raffigurandoselo con l’Europa, e purtroppo ci sono già le avvisaglie che molti faranno così.
Oppure possiamo fermarci e cogliere l’occasione che ci viene offerta. Uscire dall’Unione Europea non conviene semplicemente perchè insieme si è più forti, perchè insieme si può studiare e lavorare dove si vuole, perchè insieme si sta in pace. E insieme si può superare anceh una crisi economica devastante che dal 2007 ci scuote inesorabilmente. Insieme si può. Ed insieme si può migliorare. Insieme si può partecipare a creare più welfare, insieme si può lavorare per nuove soluzione, insieme si può prevedere un futuro. Di pace, sopratutto.
Dobbiamo coglierla questa occasione. Ognuno di noi come può, la colga. Le grida isteriche lasciamole fuori da casa nostra. La rabbia usiamola per migliorare. In bocca al lupo a tutti noi europei.  Ai giovani europei ancora di più.

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‘Succede’ a Milano la presentazione del primo libro di Sofia Viscardi

La diciottenne youtuber milanese lancia il suo primo libro ‘Succede’ e parte il
tour nelle città italiane.

Succede … è arrivato nelle librerie di tutta Italia l’opera prima di Sofia Viscardi, diciottenne youtuber di Milano. Il libro che si intitola Succede parla direttamente ai giovani e giovanissimi coetanei della scrittrice che la seguono compatti sul suo canale video che conta circa 600.000 followers. Succede che alla prima presentazione del libro, che si è tenuta il 24 maggio alle ore 17.30, i giovani, quasi tutte ragazze, accorsi a conoscere il loro idolo e farsi firmare il libro sono stati tantissimi e hanno bloccato il traffico delle vie di accesso alla libreria di Piazza Duomo che ospitava Sofia Viscardi …..( continua) http://it.blastingnews.com/cultura-spettacoli/2016/05/succede-a-milano-la-presentazione-del-primo-libro-di-sofia-viscardi-00935225.html

 

Età insulsa 20 anni

Età insulsa 20 anni…si ama da matti e sembra normale; ogni cosa da fare è l’ultima; il tempo non ha valore; adesso vale, altri avverbi non sono contemplati; si è divorati da ansie inesauribili e devastanti; i sentimenti degli altri appaiono sfocati e irrimediabilmente vecchi e tutti, tutti, proprio tutti sentono l’urgenza di cambiare il mondo. Poi per fortuna passano i 20 anni… e si inizia ad amare meglio; si fanno scelte che coinvolgono insieme cuore, testa e corpo; gli altri iniziano ad apparire come persone dotate di pensieri degni di essere ascoltati e capita di meravigliarsi a pensare che avere 40 anni è meglio che averne 20 e poi capiterà che averne 60 sarà meglio dei 40 e così via… comprendendo alla fine che 20 anni è stato solo l’inizio e il verbo cambiare si è trasformato in migliorare.

http://20anni.iodonna.it/et-insulsa-20-anni/735/