Incontro “Discorso sul femminile” 01 Dic 2016 …il caso Elena Ferrante

TIM Equity & Inclusion Week 2016 è la settimana dedicata all’ “EQUITY & INCLUSION” che ha come obiettivo principale la promozione dell’inclusione, letta nel senso più alto del termine,dare «a ciascuno gli strumenti per competere alla pari e per dare il meglio di sé».

Rachele Catanese ed io abbiamo proposto un progetto che ha comefocus la differenze di genere. Quindi un discorso sul femminile imperniato tra letteratura ed arte.
Per la letteratura, parlerò del caso ELENA FERRANTE …

Le anime morte

Gente di Napoli

Sono tanti, insetti brulicanti
in tutte le direzioni
vanno e arrivano
un continuo ritorno
senza meta.
Anime morte,
con occhi aperti e piedi mobili.
Senza libertà e senza ordine.
Belli, brutti, a volte chiaramente saraceni.
Tutti nel girone infernale che affaccia sul Paradiso.
Lo si vede bene, in tutti i particolari,
Paradiso vicino e quasi si tocca.
E forse per questo il cuore resta,
ma è irragiungibile.
Il passaggio è stretto e si attraversa a piedi
uno per volta, in fila,
senza raccomandazioni e conoscenze,
solo con cognizione di causa.
Per passare bisogna essere in pace con se stessi,
liberi nel pensiero
rispettosi dell’altro.
Da Napoli non si accede quindi.
Bisogna andar via e vedere se la porta si apre da un’altra parte.
Tristemente a volte accade.
Il Paradiso vuole la testa e non il cuore.

01 Dic 2016 – Convengno incontro su “Un discorso sul femminile: dalla cultura svelata alla scultura velata”

«Un discorso sul femminile: dalla cultura svelata alla scultura velata»

a cura di Giovanna Brunitto e Rachele Catanese

Il femminile tra letteratura ed arte: il racconto de ‘L’amica geniale’ di Elena Ferrante, un caso letterario unico nel panorama culturale italiano, a confronto  con la scultura del barocco italiano tra estetismo e fascinazione.

#TIM4inclusion

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Di Bob Dylan e di come la ribellione si avvicina all’arroganza

Che non sarebbe stato un Nobel “facile” penso che lo sapessero bene i componenti del premio più ambito al mondo. E forse proprio per questo, per un leggero gusto all’azzardo che caratterizza questi nordici, hanno deciso di assegnare a lui il Nobel della Letteratura.

Avevano messo in conto la ribellione, morbida e sottesa, ma pur sempre parte integrante del menestrello della musica folk mondiale che ha ispirato generazioni intere e avevano forse messo in conto un rifiuto o qualcosa del genere.

Forse avevano anche pensato di dover consegnare quel premio ad uno scranno vuoto perché si sa che Bob Dylan il frac probabilmente non l’ha mai indossato né lo indosserà mai.

Insomma la ribellione, la rivolta, il voler fuggire dal mondo intero, la ricerca di una pace interiore che forse non arriverà mai, e persino l’accettazione della vecchiaia come scusa per non affrontare un lungo viaggio…tutto questo è molto di più, cose che solo lui sa dire e cantare in un certo modo, i parrucconi svedesi l’avevano messo in conto.

Ma l’arroganza no! Quella è stata una sorpresa per loro e per noi tutti.

Perché si può rifiutare un riconoscimento in cui non si crede, ma non si può dire che non si ritira  premio perché si sono presi altri impegni.

Questa è semplicemente una mancanza di rispetto verso tutti, da coloro che l’hanno seguito sempre a coloro che hanno creduto che meritava il Nobel.

Storia di Paola – Novembre 2016

La storia più apprezzata della settimana è “Non sei più tu” di Giovanna Brunitto, pubblicata sul n. 44 di Confidenze.

Sul blog di CONFIDENZE – Storia vera di Paola F.

Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee” con queste parole il poeta Gibran descrive cosa un genitore può dare ai propri figli e ogni volta che ci penso il mio cuore si fa pesante e mi chiedo cosa abbia dato io a mio figlio. La risposta a oggi non la so dare, non vedo Alberto da mesi. Ma andiamo con ordine. Mio figlio è arrivato che avevo appena finito l’Università, avevo 25 anni. Ci siamo sposati in fretta io e Nicola e, per quel bimbo in arrivo, avremmo fatto qualsiasi cosa. Nicola aveva appena iniziato a lavorare come commercialista in uno studio e lo stipendio era modesto, ma ce l’abbiamo fatta con tanto amore e tanti sacrifici. Dopo qualche anno, avevamo uno studio nostro, una bella casa e un bambino che adoravamo e viziavamo. Niente era mai troppo per il nostro Alberto. Vacanze e soggiorni all’estero d’estate, settimana bianca in inverno e scuole private per dargli un’educazione che fosse la migliore possibile. Alberto non è mai stato portato per gli studi ma con diversi aiuti e ripetizioni varie, alla fine si è diplomato. L’adolescenza è stata per nostro figlio un periodo di indolenza e, nonostante i mille stimoli che gli proponessimo, niente sembrava interessarlo per davvero. Aveva qualche amico e aveva avuto anche qualche ragazzina, ma se restava solo non se ne faceva un problema. Si chiudeva nella sua camera per interi pomeriggi a fare niente. Io e Nicola lo osservavamo preoccupati, ma studiava quanto basta, era tranquillo e non ci dava particolari problemi, quindi non potevamo dirgli niente se non di avere più interessi, di praticare qualche sport, di uscire un po’ di più. Avremmo fatto qualsiasi cosa per quel ragazzino, per vederlo contento, ma lui era solitario e parlava poco con noi, non sapevamo niente di cosa pensasse o di come si sentisse, e poi, in fondo pensavamo che tutti i giovani sono così a quell’età.

Finito il liceo, gli abbiamo regalato un viaggio negli Usa promesso da anni; ci sembrava un inizio importante per la vita da adulto, gli sarebbe servito per staccarsi un po’ dal nido e rendersi più indipendente anche nelle cose quotidiane. Questo è quello che ci dicevamo per rassicurarci, vedere Alberto partire da solo ci faceva paura, ma dovevamo accettare che stesse diventando adulto. Al ritorno avrebbe dovuto iniziare la facoltà di Giurisprudenza, scelta da lui. Ad agosto, dopo un mese che era via, chiamò per dirci che non sarebbe tornato subito ma avrebbe prolungato il viaggio di qualche settimana. Era a Long Beach in California e aveva conosciuto dei ragazzi che si allenavano sulla spiaggia per dei campionati di culturismo, voleva restare fino a settembre per assistere alla gara. Io e mio marito eravamo contenti di sentirlo entusiasta e anche meravigliati perché, fino a quel momento, non si era mai interessato di sport e cura dei muscoli.

A quella telefonata ne seguirono altre e le richieste erano sempre le stesse, soldi e altro tempo per stare negli Stati Uniti. L’iscrizione all’Università nel frattempo era saltata. La contentezza mia e di mio marito svanì presto, continuavamo a chiederci cosa stesse succedendo e se avessimo fatto bene a mandarlo così lontano da solo. Alberto al telefono ci parlava di palestre, di ragazze, di cantanti e musica rap. Non capivamo i suoi interessi ed eravamo molto preoccupati, ma ci dicevamo che se questo era il suo desiderio, l’avremmo assecondato, perché quello che ci è sempre stato a cuore più di ogni altra cosa al mondo è la felicità di nostro figlio. Digerire che non andasse all’Università non è stato semplice per me che già lo immaginavo avvocato di grido in tutti i tribunali italiani, ma pian piano mi sono abituata all’idea. Forse, pensavo tra me e me, quando torna in Italia approfondirà l’esperienza americana e proseguirà gli studi di Educazione Fisica, magari potrebbe diventare insegnante. Cercavo di calmarmi da un’ansia subdola che mi divorava e che a stento placavo. Avevo sempre riso di quelle mamme che sono costantemente preoccupate per i figli e adesso ero diventata una di loro. Poco prima di Natale, Alberto rientrò in Italia e il mio ragazzino emaciato e scontroso era scomparso per dare spazio a un giovane uomo abbronzato e muscoloso. Nel giro di qualche mese era cambiato nel fisico ma anche nei pensieri. Aveva idee estremiste che erano lontane ed estranee alla nostra famiglia. Ce l’aveva con gli immigrati e con le tasse esose che secondo lui non dovevano essere pagate. Io e Nicola, all’inizio, lo prendevamo in giro perché gli dicevamo che se fosse stato così noi, essendo commercialisti, saremmo rimasti senza lavoro, ma Alberto sembrava non cogliere l’ironia e continuava con le sue invettive. E poi è iniziato il valzer delle ragazze. Una dopo l’altra, consumate come caramelle, tutte appariscenti e vuote, tutte uguali. Ero atterrita dalla nuova vita che Alberto portava avanti. Avevo la sensazione di perderlo a piccoli pezzi, ogni giorno di più. Non ci assomigliava e non aveva neanche voglia di assomigliarci. Era diverso, ma in una maniera per me inaccettabile. Non mi piacciono le persone che hanno idee estremiste, non mi piacciono i razzisti, non mi piacciono quelli che buttano via le giornate senza impegni come se il futuro non fosse da costruire, non mi piacciono gli uomini che trattano le donne come oggetti da consumare. E mio figlio era una di queste persone. Ero lacerata dal dolore. Volevo scuoterlo, volevo tirarlo via da questo limbo dov’era ma non sapevo come fare. Ogni volta che intavolavamo un discorso, finiva con urla e litigi. E se provavo a parlarci da sola, era pure peggio. Alberto mi diceva che si vedeva lontano un miglio che non approvavo le sue scelte, ma a lui andava bene così. Sbatteva qualcosa e se ne andava. Qualche mese dopo, ha trovato lavoro in una palestra e le cose si sono assestate. Le ragazze erano sempre tante e le sue idee sempre estreme, ma in casa era più tranquillo e con il passare del tempo anch’io e Nicola ci siamo calmati. Poi, come una giornata di sole dopo un lungo inverno piovoso, è arrivata Morena. Ce l’ha presentata una domenica pomeriggio. Morena è una ragazza incantevole, e non solo perché è molto carina, ma per il suo carattere determinato e dolce, forte e sensibile allo stesso tempo. Alberto l’ha conosciuta in una delle palestre dove lavorava e si sono fidanzati dopo pochi mesi. Morena mi è piaciuta sin da subito. È orfana di entrambi i genitori, mancati in un incidente quando lei era ancora una bambina, eppure è come se i suoi li portasse dentro. Li nomina spesso e sento molte volte che cita a esempio gli insegnamenti che le hanno lasciato i suoi genitori. È cresciuta con la nonna materna e seppure deve essere stata molto sola, è una ragazza solare e sorridente che ama la vita, sempre buona e gentile verso tutti. È difficile non volerle bene. Ecco, se avessi avuto una figlia femmina, io l’avrei voluta così, come Morena. Lei e Alberto sono andati a convivere ed è stato bello vedere il loro amore crescere. Alessandro e Gaia, i miei nipoti, sono arrivati nel giro di un paio d’anni e sono quanto di più bello la vita abbia dato a tutti noi. La magia si è rotta circa sei mesi fa, quando Morena mi ha confessato che Alberto la tradisce. L’ha già fatto una volta e lei lo ha perdonato, ma adesso, mi ha detto, non può più farlo perché Alberto deve crescere e imparare che se vuole essere amato, deve prima amare. L’ho abbracciata forte Morena, e mi è apparsa ancora più piccola di quanto in realtà sia. Ho capito cosa diceva e l’ho sentita vicina al mio cuore più che mai. Abbiamo pianto insieme. Ho provato a sentire la versione di Alberto e ho provato a farlo ragionare. Buttare via una famiglia in quel modo era una crudeltà verso i bambini e anche verso se stesso perché nessuno l’avrebbe mai amato come Morena.

Ma Alberto non ha sentito ragioni e urlando mi ha detto che lui aveva il diritto di vivere e che nessuno lo poteva tenere incatenato. La superficialità dei suoi ragionamenti mi ha colpito con la forza di un pugno, dritto alla bocca dello stomaco.

Alberto non ha mai nominato i suoi splendidi bambini, come se neanche gli appartenessero.

Allora ho pianto tutte le mie lacrime. Per il fallimento come madre e soprattutto perché non ho saputo insegnare a mio figlio i valori importanti della vita: la famiglia, l’onestà verso gli altri, la fedeltà, il rispetto degli impegni presi, la perseveranza. E ho preso la decisione più difficile della mia vita. Se Alberto voleva lasciare la sua famiglia non potevo impedirlo, ma io non avrei più voluto vederlo, né parlargli. Non avrei potuto accettare di fargli ancora una volta da paracadute. Io e Nicola abbiamo parlato con Morena e le abbiamo detto che noi ci saremmo sempre stati per i nipotini e per lei. E questo è quello che facciamo da sei mesi: aiutiamo Morena e per la prima volta dopo anni ci sentiamo bene, in pace. Morena ci tratta come due genitori ansiogeni, ci porta Alessandro e Gaia al mattino presto così li accompagniamo a scuola. Poi riprendiamo i bimbi al pomeriggio, prepariamo le merende e li riportiamo da lei. Con lo studio e grazie a degli ottimi collaboratori riusciamo ad avere tempo per i nostri nipotini. La domenica sono a pranzo a casa da noi. Siamo una vera famiglia. Abbiamo detto a Morena che se vorrà, potrà trovare un nuovo compagno, noi la comprenderemo, ma lei ci ha risposto di non pensarci proprio perché i bimbi la tengono già troppo occupata. In fondo so qual è la verità: lei aspetta Alberto, aspetta che torni. E in questo siamo ancora più unite, perché anch’io sono in attesa. Mio figlio farà tanti giri, per lui il sentiero della maturità è più lungo e tortuoso che per altri, ma poi verrà da noi e noi saremo qui ad aspettarlo. Noi siamo la sua famiglia.

La nebbia

Quote

La Nebbia, stamattina.

 

Un aiuto a ritrovarsi meglio, di mattina. 

È giorno, si vede

Eppure lo sguardo ha un limite

Si ferma

E nell’impossibilità a guardare oltre un muro fatto di niente

Si apre la porta che guarda all’interno

E ci si può guardare, dentro, da soli

Finalmente protetti da fuori.

La nebbia è riparo di un attimo dalla globalità,

Un respiro di sollievo mattutino.

 

 

 

Libro: Tutta la luce del mondo di Aldo Nove

Leggere un libro di Aldo Nove è un’esperienza che ciascuno di noi dovrebbe fare almeno una volta nella vita.
La sua scrittura è surreale, caustica, faticosa ed anche cattiva, quando la cattiveria è necessaria per descrivere certe sofferenze che la vita ci impone. Questo fino a quanto scritto prima di “Tutta la luce del mondo”.
Da qui in avanti, è diventata anche meravigliosamente stupefacente, una poesia vestita da romanzo.
Che parlasse di San Francesco da Nove non me l’aspettavo. E ancora una volta mi ha stupito, divertito e fatto innamorare di questo Medioevo dove tutto è stupendo. E dietro la visione di un dodicenne di nome Piccardo, nipote di Giovanni, vero nome di Francesco, ecco che appare un fragile, umanissimo San Francesco che prima della santità ruppe e sconvolse gli equilibri della sua famiglia. Un po’ scemo, un po’ santo, un po’ pazzo. Comunque ingrato verso la sua famiglia dove più che la santità avrebbero apprezzato la continuazione della tradizione mercantile.

Auguro a tutti di tuffarsi in questo stupendo Medioevo  e di trovare in ogni parola scritta da Nove la stessa, identica frescura per l’intelletto che coloro che amano religiosamente San Francesco trovano per l’anima.
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P.S. Nota a margine ma non tanto … Se Nove fosse americano o solamente più mondano, sarebbe anche più dell’osannatissimo Jonathan Safran Foer ( osanna meritate )

Io prima di te di Jojo Moyes

 

Per chi pensa di volere una lettura leggera (un Harmony per intenderci) può lasciare questo libro da parte perché non corrisponderebbe alle aspettative, nonostante la copertina e la pubblicità con il quale è stato promosso.

Per chi, invece, vuole una lettura lieve su un argomento pesante e difficile quale l’eutanasia allora questo libro è la giusta soluzione.

Io ero partita con le intenzioni della leggerezza e mi sono ritrovata a pensare e a riflettere. La storia d’amore che nasce tra i due protagonisti – lei giovane ragazza inglese figlia della crisi economica e di violenze di bulli in giovane età, lui ricco e rampante finanziere della City col mondo in mano – è quanto di più strano possa essere, eppure il miracolo avviene. Ma questo non elimina di dolore dalla vita di lui, costretto su una sedia a rotelle, senza possibilità di movimento, dopo un terribile incidente. E il dolore lo condurrà verso una fine estrema, ragionata e voluta. Nemmeno l’amore di lei potrà fargli cambiare idea.
La trama è questa, la lettura è veloce, la scrittura scorrevole e i dialoghi sono, secondo me, la parte migliore.

Eppure dopo averlo letto sono partite a raffica le domande. Domande che di norma da una lettura Harmony dovrebbero essere sedate non rinfocolate.
Se lui era innamorato, veramente innamorato, avrebbe scelto di morire? Val la pena viverla comunque la vita, anche in quelle condizioni di estremo disagio? Come si affronta il dolore, sapendolo poi come parte integrante della vita per sempre? Si può biasimare qualcuno per aver voluto scegliere il momento della propria morte oppure questa scelta è così personale che bisogna rispettare il volere di ciascuno, se la scelta è fatta in piena libertà? Il libero arbitrio dove si ferma, davanti a quale scelta? Una nostra libera scelta se voluta, se meditata, se “giusta” per noi non dovrebbe far del male agli altri, alle persone vicine? Ed infine, come può un genitore accettare la morte del proprio figlio, anche se la vita giornaliera è fonte di dolore sia fisico che morale per lui?
E potrei andare avanti ancora per molto, ma mi fermo perché credo che per un libro nato con un intento ben diverso, nella postfazione l’autrice definisce questa una semplice storia d’amore, sia riuscito ad andare oltre e l’abbia saputo fare con maestria.

Consiglio la lettura a tutti . Le risposte alle domande ciascuno le dia a modo suo 🙂
Ringrazio Valentina per avermi regalato questo libro.

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Ricette d’amore – Pane e Anguria

Ingredienti: pane rustico e anguria q.b.

Tagliamo una fetta di anguria, grande o piccola, così come più ci piace. Poi tagliamo una grande fetta di pane rustico, va bene qualsiasi tipo purché sia pane.

A questo punto ci sediamo al tavolo o davanti alla finestra o in qualsiasi posto dove siamo tranquille, mangiamo il pane lentamente e cerchiamo un ricordo buono che ci accompagni per tutto il tempo.

Finito il pane, passiamo all’anguria che va mangiata a morsi, grandi o piccoli va bene ma senza posate. E il ricordo di prima diventa profumo e sapore. Se chiudete gli occhi potrete sognare.

E fuori il sole sembrerà meno cocente e la casa più accogliente. Per chi è in vacanza, la giornata sarà ancora più bella.

Il buonumore ci accompagnerà fino a sera. E per chi è a dieta, basta tagliare una fetta più piccola di pane e una piu grande di anguria.

Buon Ferragosto e buoni ricordi a tutti.

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… del perchè l’asilo nido è un tassello fondamentale per l’emancipazione delle donne

Sono le abitudini giornaliere, gli oggetti della quotidianità, i servizi di sostegno quelli che hanno regalato alle donne la libertà di essere autonome.

Certo la candidatura di una donna alla Presidenza USA, certo la responsabilità del Fondo Monentario Internazionale, come pure la CEO di Yahoo o similari e poi la Cancelliera Merkel, la Premier britannica May e via discorrendo, segnano nuovi orrizonti. E creano crepe in questo maledetto soffitto di cristallo.

Ma per noi, nel quotidiano, il soffitto è alto comunque. Per noi ogni giorno il problema sono le pareti che stringono e ci incalzano da vicino.
La libertà orizzontale è ancora più difficile da raggiungere, perchè meno evidente, perchè i meccanismi di omologazione sono più subdoli, perchè siamo abituate a pensare in sæcula sæculorum che a noi ci tocca.
Ed allora la salvezza vera è arrivata da dove meno ce lo aspettavamo: la LAVATRICE ci ha liberato dal giogo dei bucati e il FRIGORIFERO dall’incubo della spesa giornaliera. Da soli questi due elettrodomestici hanno fatto silenziosamente di più di anni di sacrosante battaglie.
Poi a seguire, ognuno di noi può redigere la propria lista. Per me la libertà significativa è arrivata dall’asilo nido.
Avere un luogo dove ricoverare la mia bimba nel tempo dedicato al lavoro è stato fondamentale per me. Che poi quel luogo si sia rivelato oltre che spazio fisico anche luogo dell’anima, la ritengo una vera e propria fortuna.
Spesso vedo donne correre, al mattino specialmente, preda di tempi strangolanti e ossesionate da complessi di colpa divoranti. Correre senza fiato e senza soluzioni di continuità. Sole.
Ecco!  Le educatrici di mia figlia, con la loro passione quotidiana, senza fanfare e senza esibizionismi, mi hanno regalato la libertà di poter lavorare (che è già tanto), riuscendolo a fare con tranquillità e sicurezza (che è tantissimo) e insegnando alla mia bambina la gioia del gioco e delle regole. il tutto senza lacrime, nè mie, nè della bambina. Facendomi sentire in compagnia.
perchè quando noi donne facciamo le cose bene e per altre donne rendiamo possibile l’emancipazione del mondo intero.
UN PUZZLE GRANDE COME IL MONDO SI COMPONE DI TANTISSIMI PEZZI PICCOLI. Noi ne facciamo parte.Asilo nido