Storia di Bianca – Marzo 2018

Storia di Bianca -Marzo 2018L’altro giorno bevevo un tè in compagnia della mia più cara amica e, tra una chiacchiera e l’altra, Maria ha raccontato di sua cognata che dopo quindici anni di matrimonio si separa dal marito perché lui ha un’amante. Voglio bene a Maria e so che anche lei me ne vuole, ma non sono pronta ancora per riprendere a parlare di rapporti amorosi, nemmeno se riguardano qualcun altro. L’ho fissata seria e le ho detto di cambiare discorso. Lei facendo spallucce mi ha detto che non potremo osservare in eterno il silenzio stampa sull’amore. Ed effettivamente ha ragione, ma non ce la faccio. Non ancora. Al solo sentire la storia di sua cognata mi è tornata la rabbia e ho invidiato quella donna. Sì, avete capito bene, invidio sua cognata perché perlomeno ha una donna in carne e ossa con cui prendersela, un essere umano verso cui sfogare la rabbia di non essere più amata. Io invece non ho avuto neanche questo privilegio. Io sono stata lasciata per delle slot machine. Tre anni fa nella cittadina dove abito, ha aperto una sala bingo. Per noi cittadini è stata un’occasione di lavoro e la novità è stata accolta con entusiasmo. Ho trovato lavoro al banco che distribuiva gettoni per le slot e altri parenti e amici sono stati assunti dalla società che gestisce il locale. Il nostro paese non è in una zona di passaggio, siamo in una valle dove bisogna venirci apposta quindi fino a quel momento di stranieri ne avevamo visti pochi, ma con l’apertura della sala da noi è iniziato un viavai di gente. Il sabato organizzavano dei pullman dai paesi vicini e c’era il pienone in sala. Ripeto per noi è stata la manna del cielo. I bar dei dintorni e persino un paio di alberghi malmessi fino a poco tempo prima hanno iniziato a prosperare. Eravamo contenti e non pensavamo troppo alla provenienza di quel benessere. I primi mesi sono stati esaltanti. Mi piaceva il lavoro, mi piaceva sorridere ai visitatori e mi piaceva percepire finalmente uno stipendio regolare e non dipendere più dai miei. Poi passata l’euforia, ho iniziato a guardare meglio le persone che venivano e poco alla volta all’entusiasmo è subentrata la tristezza. Si trattava per la maggior parte di anziani soli e di uomini e donne di mezza età dall’aria scoraggiata. E, seppure le vincite erano modeste o nulle, le persone tornavano in sala sempre puntuali. Ho iniziato a fare i conti di quanto spendessero e restavo sbalordita perché con certezza dissipavano al gioco molto più di quanto guadagnassero o prendessero di pensione. A volte, a quelli che mi apparivano più disperati, cercavo di dare qualche consiglio bonario sul non spendere troppi soldi, ma la ludopatia è un comportamento difficilissimo da fermare. Credo che si rendessero conto che spendevano era al di sopra delle loro possibilità, ma non riuscivano a smettere. Non riuscivano a fermarsi. In quel periodo ho iniziato a dubitare del mio lavoro. Certe mattine ero assalita da una tale fiacca che mi risultava difficile persino tirarmi su dal letto. Mi passavano davanti le facce di quei poveretti che ogni sera tornavano quasi con zelo a rovinarsi ancora di più e mi veniva tristezza. So che non li costringevo io a giocarsi tutto al bingo e alle slot, ma mi sentivo complice lo stesso. Ero là e il mio stipendio arrivava dalle fortune di altri sperperate al gioco. Non mi ci ritrovavo in tutto questo, ma non volevo rinunciare alla paga e alla libertà. Ero molto combattuta se restare o andarmene. Poi prese a frequentare la sala un ragazzo di un paese vicino. Dapprima veniva solo qualche volta il sabato, poi col passare delle settimane iniziò a passare ogni sera. Si chiamava Umberto, veniva alla cassa e col suo sorriso solare, così diverso da quello mesto degli altri visitatori, mi chiedeva di dargli dei gettoni. Una sera mi chiese anche il numero di telefono, oltre i gettoni. Non sapevo cosa fare, ci avevano proibito di avere contatti privati con i frequentatori della sala, ma Umberto sorrise e mi schiacciò l’occhio con fare complice. Non ho saputo resistere. Iniziammo a frequentarci. Lui era divertente e trascorrere del tempo insieme era molto rilassante. Aveva la battuta pronta e respingeva qualsiasi ragionamento serio con arguzia. Mi fece passare la tristezza. Venina tutte le sere in sala giochi e io ero convinta che venisse per vedere me, non per giocare d’azzardo. Lui, poi, scambiava solo pochi spiccioli, non dava la sensazione di essere un giocatore incallito. Saltellava da qualche slot al mio banco con naturalezza. E’ un ragionamento stupido e ingenuo visto con gli occhi di oggi, ma in quel periodo io veramente pensavo che fosse lì solo per me. Se avessi avuto più esperienza sulla ludopatia, la maledetta malattia del gioco d’azzardo, avrei riconosciuto i segni. L’euforia ingiustificata, la semplicità con cui si spendono soldi credendo di poter fare vincite sicure, l’eccitazione al pensiero di scommettere. Ma ero innamorata cotta di Umberto e non riuscivo a vedere i segnali che indicavano che qualcosa non andava nel nostro rapporto. Col passare dei mesi, i segnali aumentarono. Lui schivava le mie richieste di vederci anche in orari diversi da quelli del mio lavoro. Per noi non c’erano gite fuori porta domenicali o tra i negozi del centro. Umberto di giorno lavorava e di sera era in sala. Le puntate al gioco iniziarono ad aumentare. Una sera facendo i conteggi, mi resi conto che anche lui spendeva più di quanto guadagnava. Lo giustificai pensando che non si fosse reso conto dei soldi buttate via e mi imposi di parlargli per farlo ragionare. Le mie parole, come al solito, non furono prese sul serio. Mi blandì dicendo che esageravo. Ma io sapevo che non era così, sapevo pure che non mi piaceva che giocasse così tanto, ma allo stesso tempo avevo paura che insistendo avremmo litigato. Così ho lasciato perdere per un po’, pensando che la mia vicinanza e il mio amore gli avrebbero fatto cambiare idea presto sull’esagerazione al gioco. Quanto sono stata stupida! Siamo andati avanti così per mesi. Umberto giocava sempre di più e io ero sempre più disperata, ma non riuscivo a fare niente. Poi è arrivata quella sera. Era un martedì. Stavo al banco come sempre e lui, finito di lavorare, mi ha raggiunto in sala. Era più agitato del solito e il suo sorriso che tanto amavo, appariva tirato. A metà serata, dovevo andare in bagno e gli ho chiesto di restare nei pressi del banco e dire alle persone che volevano i cambi monete di aspettare qualche minuto il mio arrivo. Lui si è seduto al mio posto. Mentre andavo verso i servizi, mi sono accorta di aver lasciato la borsa al banco e sono tornata indietro per riprenderla. Entrata in saletta, ho visto Umberto che estraeva dalla cassa manciate di monete che infilava in tasca. Una doccia fredda o un ceffone secco in viso mi avrebbero fatto meno male. La verità mi è apparsa in tutta la sua crudezza. Umberto stava rubando, senza neanche pensare che questo suo gesto metteva a repentaglio anche me. I controlli erano frequenti e la sala avrebbe potuto denunciarmi per un ammanco significativo. Lui lo sapeva. Ma mentre lo guardavo arraffare monete, il suo sguardo era appannato. Io non esistevo in quel momento e forse non ero mai esistita. Sono andata in bagno e non gli ho detto niente. Il giorno dopo ho dato le dimissioni. Era l’unico atto che potevo fare per dare un taglio a quella situazione. Sinceramente quando l’ho fatto pensavo che Umberto mi sarebbe corso a cercare, che mi avrebbe implorato di stare insieme a lui, cose così insomma. E invece non è accaduto niente. Come se io nella sua vita non ci fossi mai stata. Umberto, come mi hanno riferito alcun amici, ha continuato a frequentare la sala giochi. Io ho fatto fatica a trovare un altro lavoro, ma alla fine ce l’ho fatta. Quello che ancora non sono riuscita a fare è accettare l’idea che tutto quello che c’è stato fra noi era solo nella mia mente. Una psicologa che ho consultato mi ha detto che le persone affette da ludopatia sono chiuse in un mondo dove esiste esclusivamente il gioco d’azzardo. Fintanto che non si convincono che hanno un problema, non c’è modo di aiutarle. Fino ad allora tutto ciò che li circonda è un corollario utile a far sì che possano raggiungere il loro scopo. Io quindi sono stata un corollario. Non è semplice da accettare. Ci vuole tempo. Sono tornata al mio tè, ho sorriso a Maria e le ho premesso che riprenderò a parlare d’amore. Non so ancora quando, ma lo farò.

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Storia di Gino Baronchelli – Febbraio 2018

Pasta e fagioli” pubblicata sul n. 10  di Confidenze, è la storia vera di Ginone Baronchelli ed è stata la più votata della settimana sulla pagina Facebook di Confidenze. La trovate anche sul BLOG in versione integrale.

Storia di Ginone Baronchelli_Pagina_1

Storia vera di Gino Baronchelli 

Nelle famiglie, solitamente, ci si tramandano titoli o patrimoni, invece nella mia ci passiamo da una mano all’altra un pentolone. Sì, una pignatta enorme che il cuoco Gino Baronchelli, mio nonno, si portò dietro direttamente dalla trincea di Asiago dove fu mandato soldato. Da lui, oltre al pentolone ho ereditato anche il nome e ne sono enormemente fiero. Considero mio nonno un eroe, di quelli che fanno le cose semplici e provvidenziali e fanno del bene a coloro che hanno intorno senza neppur darci troppo peso. Una persona rara e, soprattutto, buona oltre ogni ragionevole aspettativa, in un mondo che certamente non predisponeva al bene, come quello del 1918. A gennaio di quell’anno infausto, l’Italia era nel pieno della Prima Guerra Mondiale. A ottobre del 1917, l’esercito italiano aveva subito la disfatta di Caporetto e a novembre con le battaglie del Piave l’avanzata italiana era ripartita. Il fronte si era rispostato in montagna. Nella zona del Monte Grappa le trincee erano da presidiare e c’era bisogno di forze nuove, soldati che avrebbero dovuto sostituire quelli stremati dalle battaglie e dal freddo degli ultimi mesi.

Furono perciò obbligati alla leva i giovani nati nel 1899 che avevano compiuto appena diciotto anni. Tra questi venne arruolato il giovane Gino Baronchelli da Orzinuovi, provincia di Brescia. Mio nonno. La sua famiglia, preoccupatissima per il Ginone, così era chiamato mio nonno per la sua grande stazza, lo riempì di masserizie. Tutte quelle che potevano stare in uno zaino da portare in spalla. In particolare un sacco di pomodori, uno di fagioli borlotti, pasta secca, cotiche, aglio e cipolla affinché potesse sostentarsi durante i lunghi mesi lontano da casa. I miei avi erano contadini e sapevano bene quanto quelle cibarie potessero essere utili in un periodo di scarsità come quello della guerra.

Il mese di gennaio del 1918 nelle trincee dell’Altipiano fu davvero terribile. Sul Monte Grappa le cronache riportano temperature che arrivarono a meno venticinque gradi.

Non so bene cosa accadde, se fu per il troppo freddo o per la fame, ma il giovane Ginone, addetto alle cucine del campo, decise di cucinare con le scorte portate da casa una grande pasta fagioli e cotiche per tutto il suo plotone, composto da circa cinquanta commilitoni. Non chiese neanche il permesso al suo comandante, mise nel paiolo gli ingredienti e iniziò a mescolare. Nevicava abbondantemente, ma probabilmente il caldo del pentolone lo riscaldava comunque. Dal paiolo, piano piano, il profumo della sua pasta e fagioli si diffuse per tutta la trincea e, siccome gli odori non hanno confini, l’aroma superò i reticolati di filo spinato e atterrò nella trincea dei nemici che, in fin dei conti, era pochi metri avanti. E accadde una cosa strana.

Dalle trincee austroungariche si cominciarono a sentire diversi sospiri. I soldati nemici, come gli italiani, stremati dalle fatiche della guerra, dalla fame e dalla cattiva alimentazione, cominciarono a piangere ripensando alle loro case, ai piatti che le loro mamme e mogli cucinavano per loro. La cucina di Ginone richiamava in tutti, indipendentemente da quale divisa indossassero, forti emozioni. Marinon von Rokken, un soldato austriaco più sfrontato o forse solo più stanco degli altri, che parlava italiano, trovò il coraggio e cominciò a gridare verso la trincea italiana: «Taliani! Cecco Beppe! Kosa essere questo buon profuminen?».

Nella trincea italiana scese il silenzio e una strana calma. I cecchini italiani si sedettero, cominciarono ad arrotolarsi le sigarette, fu Ginone a rispondere al soldato austriaco: «Uheee crucchi! Ah l’è la pasta e fasoi de la mi mama! A l’è propi bona… Volete assaggiare?». Gelo e silenzio calarono da ambo le parti.  Il comandante di Ginone non sapeva se mandarlo subito davanti al plotone di esecuzione per tradimento o cos’altro fare. Probabilmente aveva fame anche lui e aspettò qualche minuto in più prima di far partire la dovuta punizione, ma nel frattempo tra le due trincee era iniziato un fitto parlottio. I comandanti delle rispettive compagnie dovettero intervenire e, avvolti dal profumo di pasta e fagioli, trovarono un accordo.

Forse fu il buon odore, forse la fame o forse la consapevolezza che quei poveri ragazzi, di entrambi le parti, avevano bisogno di una pausa da una guerra crudele che la grande maggioranza di loro neanche comprendeva, certo è che accadde un vero e proprio miracolo. Decisero una tregua sul campo.

Cinquanta soldati italiani e cinquanta soldati austro-ungarici attraversarono la “terra-di-nessuno”, così era conosciuto lo spazio che divideva le trincee nemiche, e imbastirono un’unica tavolata, mangiando tutti insieme. I soldati austriaci portarono il vino rosso e dei dolci tipici viennesi, simili ai plumcake, i nostri portarono la saporita e profumatissima pasta e fagioli di Ginone, fatta con le sue scorte personali. Per diverse ore tutti dimenticarono di essere nemici. Quel pranzo insieme riportò ciascuno al calore di un focolare. Seppur intimoriti di avere davanti i “nemici”, i soldati si riconobbero, non più come rivali, ma come simili, con l’unico comune desiderio di trascorrere un momento tranquillo. Vennero gridate a squarciagola promesse di pace: nessuno voleva più sparare. Gli uomini, non più soldati, si abbracciarono anche se non si erano mai visti prima. Mio nonno raccontava che tutti si scambiarono regali con chi avevano di fianco. Fotografie o sigarette, sorsi di Grappa, addirittura bottoni della divisa: tutti erano pronti a offrire qualcosa. Seppur solo per qualche ora, in quella landa gelata, riecheggiarono risate di giovani uomini.

La tregua della pasta e fagioli finì, ma grazie a mio nonno e alla sua generosità, i soldati ricordarono di essere prima di ogni altra cosa uomini. La guerra di lì a poco terminò e Ginone riportò la sua cara pentolaccia a casa. Sono passati cento anni giusti da allora, ma il gesto di coraggio e generosità di mio nonno ancora oggi mi riempie di orgoglio. Essere il nipote di un “uomo di pace” è un grande onore e una grande responsabilità. Per far sì che la memoria di quel gesto non si perda, una volta l’anno organizzo una “pasta e fagiolata” proponendo quello stesso piatto, per lo stesso numero di persone, cucinato nel pentolone originale che mio nonno riportò dalla Grande Guerra, con gli stessi pomodori e fagioli che i nostri parenti ancora oggi coltivano nella piana bresciana. E auguro a tutti i presenti di potersi definire sempre anche loro uomini di pace..

 

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La bicicletta, storia di Saba – BLOG di Confidenze

La bicicletta” di Giovanna Brunitto, pubblicata sul n. 45 di Confidenze, è una delle storie vere più apprezzate della settimana. Ve la riproponiamo sul blog

 

Per me è stata molto di più di un UMILE mezzo di trasporto: è stata il SIMBOLO di tutto il bello della mia vita. E amo pedalare, in MEMORIA del mio Egidio

Storia vera di Saba G. Raccolta da Giovanna Brunitto

Si dice che una volta che si impara ad andare in bicicletta non lo si dimentica più, poi ci sai andare per sempre. E forse è vero, ma è anche vero che si prendono abitudini diverse, che con l’andare avanti dell’età subentrano paure e cautele che da giovani non si avevano e ci si può dimenticare di come si guida una bicicletta. A me è capitato così, nonostante da bambina la bici di mio padre  mi avesse praticamente salvato la vita e, poi, da ragazza sempre in bici io abbia fatto il viaggio più bello che mi ricordi. A un certo punto, con il boom economico, le nostre condizioni economiche sono nettamente migliorate e in casa è arrivata la prima auto di famiglia…. (il seguito a questo link www.confidenze.com/cuore/la-bicicletta/ )

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La bicicletta, storia di Saba – Novembre 2017

Storia di Saba - Confidenze Novembre 2017_Pagina_1 Storia di Saba - Confidenze Novembre 2017_Pagina_2

 

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Storia di Giorgio – Ottobre 2017 – Blog di Confidenze

La figura del padre è meno tutelata di quella della madre dal nostro ordinamento giuridico? È il tema della storia vera che trovate su Confidenze

Se esiste un diritto a essere genitore, deve corrisponderne un altro che tuteli anche chi genitore non vuole diventare… Invece se la madre  si intestardisce a voler tener per forza un figlio, impone la sua volontà anche al padre che la subisce forzosamente”.

Si riassume in queste poche frasi il senso della vicenda di Giorgio raccontata da Giovanna Brunitto nella storia vera: “Non volevo essere padre” che trovate su Confidenze…. a questo link  http://www.confidenze.com/mondo/non-volevo-essere-padre/

 

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Storia di Giorgio – Ottobre 2017

Storia di Giorgio - Confidenze nr. 43 Ottobre 2017_Pagina_1I diritti sono tali quando valgono per tutti. Se soddisfano solo una parte a danno di un’altra, non si può parlare di diritti ma di privilegi ed io, da quando ho avuto la capacità di scegliere e di ragionare, mi sono sempre schierato contro i privilegi. Mi sono laureato in Legge e ho proseguito con gli studi e col tirocinio fino a  diventare avvocato. E’ stata dura. All’inizio ho fatto tanta gavetta quasi gratis, ma con l’aiuto della mia famiglia sono andato avanti e a quarantacinque anni sono un professionista affermato e riconosciuto. Insomma,  si può dire che io sia benestante e se a questo si aggiunge un bell’aspetto, è facile intuire che non ho mai avuto problemi con le donne. Nei weekend, quando non sono occupato in studio, vado al mare o in montagna a secondo della stagione. Da Roma sono facilmente raggiungibili entrambi i luoghi e lì mi diverto con amiche occasionali. So già che avrei un’età nella quale dovrei pensare ad accasarmi, ma io non sono fatto per avere una famiglia, mi piace essere single e sto bene con me stesso, con i miei ritmi e la mia bella casa. Lo riconosco senza problemi ed è ciò che dico sempre alle mie amiche. Metto subito in chiaro che non voglio, né mi interessano storie serie. Se una donna mi piace, la corteggio e il tempo che dura ci divertiamo. Poi ciascuno va per la sua strada. Sono diretto, mi rendo conto, però preferisco essere considerato rude piuttosto che bugiardo o uno che inganna. Sono fatto così e fino all’incontro con lei è andato tutto bene. La chiamo lei perché non ho voglia di chiamarla per nome. Solo sentirla nominare mi viene una rabbia addosso che se potessi prenderei a calci ogni cosa che incontro lungo la strada. Ma sarebbe inutile. Non servirebbe a niente se non a sfogare la rabbia per qualche minuto, il problema resta quello che è. Tutto è iniziato l’anno scorso a Barcellona. A luglio sono andato in Spagna con un paio di amici, abbiamo girato il Sud della penisola iberica e poi di ritorno a casa, siamo approdati a Barcellona dove avevamo preventivato di trascorrere qualche giorno al mare. Ci siamo fermati in un albergo esclusivo sulla litoranea e ai tavolini del bar esterno abbiamo incontrato un gruppo di ragazze italiane. Il mio amico ha iniziato ad attaccare discorso e abbiamo trascorso insieme la giornata in giro per la città e poi al mare. A me si è avvicinata da subito Floriana. Era sulla trentina e molto appariscente. Non era certo il mio ideale di bellezza femminile e aveva un tocco di volgarità nelle espressioni che non sempre le riusciva di camuffare con un parlare forbito che si vedeva non le apparteneva. Ma forse  queste cose le ho notato dopo, non saprei dire con precisione. Non ricordo molto dei giorni passati a Barcellona. So che eravamo insieme in gruppo  e a un certo punto ci siamo ritrovati soli, io e lei. Non so bene cosa ci siamo detti, entrambi eravamo adulti e vaccinati e siamo stati insieme per un paio di notti. Tutto qua. Quello che ricordo bene era che lei mi aveva chiesto di non prendere precauzioni perché prendeva la pillola. Se mi devo fare una colpa precisa per quello che è accaduto dopo è qui che la ritrovo, ecco dove ho sbagliato. Prendere precauzioni deve essere un dovere di salute e attenzione verso se stessi, prima di tutto, e io non l’ho fatto. Ci siamo lasciati scambiandoci i numeri di cellulare e con una vaga promessa di rivederci a Roma. Tornato allo studio, mi sono rituffato nel lavoro e a Floriana non ho più pensato. Lei ha anche provato a inviarmi dei messaggi e a chiamarmi, ma non le ho risposto subito e poi me ne sono dimenticato. Con l’autunno sono arrivate altre ragazze e altre avventure. Fino a Dicembre quando ricevo tra tanti messaggi di auguri, anche quello di Floriana che mi vuole vedere per una notizia importante. Rispondo a tutti e pure a lei e fissiamo per vederci qualche giorno dopo in un bar in centro. Quando arriva vedo che è ingrassata molto, ma è quando si toglie il cappotto che vedo che ha una pancia sospetta. Lei si siede e senza tanti preamboli mi dice che aspetta un bambino da me. A quelle parole ho provato una sensazione di soffocamento. Non volevo certo un figlio adesso e comunque non da questa donna che nemmeno conosco e non a queste condizioni. Gli dico chiaramente che è un inganno, io non so niente e i nostri patti quando ci siamo incontrati erano stati chiari. Divertimento assicurato e momentaneo, null’altro. Floriana dice che sapeva che avrei agito in questo modo e per questo non me l’aveva detto subito, perché altrimenti l’avrei costretta a sbarazzarsi del bambino. Adesso continuava non era più possibile e quando l’avrei visto, ne era certa, avrei iniziato ad amare il piccolo e forse anche lei. L’ho lasciata da sola e me ne sono andato con la certezza di avere a che fare con una psicopatica. Ho chiamato un amico che si interessa di diritto di famiglia e ho chiesto cosa potevo fare, come potevo difendere il mio diritto di non essere padre. Perché se esiste un diritto a essere genitore, deve corrisponderne un altro che tuteli anche chi genitore non vuole diventare. In particolare, la situazione dei padri in questo contesto è molto debole perché se la madre si intestardisce a voler tener per forza un figlio, impone la sua volontà anche al padre che la subisce forzosamente. Purtroppo il mio amico non mi ha dato molte speranze sui miei diritti, pare che la volontà dei maschi in questi casi sai assolutamente ininfluente e calpestabile, però mi ha detto che era necessario dimostrare che questo figlio fosse realmente mio. E l’onere della prova era in capo a lei. Ho risentito Floriana per capire se effettivamente l’interruzione di gravidanza era da escludere e dopo la sua conferma, le ho chiesto cosa volesse da me. Come pensavo era una questione di soldi, di amore in questa storia ce n’è ben poco. Io la vivo come una storia di violenza e le vittime siamo io e il bambino. Perché non venite a dirmi che un bimbo nato da un tranello o da un inganno sia un bimbo felice! Ad aprile è nato. So che l’ha chiamato Luca e sta bene. Io non sono andato in ospedale, né l’ho voluto vedere. Non mi sento padre, né lo sarò mai a queste condizioni. A metà settembre, il giudice al quale Floriana si è rivolta ha disposto un’azione di accertamento giudiziale della paternità, che in pratica è l’imposizione del test del DNA per me al fine di accertare che io sia veramente il padre e, di conseguenza, obbligarmi al mantenimento del bambino. Sono distrutto e profondamente ferito da questa storia. Talvolta fatico persino a pensare che sia accaduto a me una cosa del genere. Ma la cosa che trovo più sconcertante è la semplicità con la quale la figura del padre sia stata trattata in tutta questa vicenda, sia dalle persone, sia dalla giustizia. Come se un padre fosse solamente un figuro di passaggio che scuce soldi e non un punto di riferimento che indica e sostiene i propri figli nel difficile percorso della vita. A ottobre saprò il mio destino e mi comporterò di conseguenza così come disporrà il giudice. Se sono un po’ di soldi quelli che vuole Floriana, glieli darò. La mia vita non cambierà certo per questo, ma chi ripagherà mai me e questo bambino, che forse un giorno conoscerò, dalla violenza che abbiamo subito per colpa di una donna che, fregandosene di tutti, ha fatto quello che voleva?

Storia di Giorgio - Confidenze nr. 43 Ottobre 2017_Pagina_2

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Storia di Lena – Agosto 2017

Storia di Lena - Agosto 2017

 

Ho trentotto anni e ho avuto nella mia vita tre cognomi diversi. Il cognome è un qualcosa che definisce l’appartenenza a una famiglia, che dice quali sono le tue origini, da dove arrivi. Queste cose quando si è ragazzi hanno poca importanza, almeno per me è stato così, poi però crescendo assumono valore e col tempo ho capito che il cognome giusto rappresenta esattamente quello che sono stata e quello che voglio essere in futuro. La storia dei miei cognomi si intreccia con la storia della mia mamma. E inizierei con le parole che lei mi ripeteva spesso: “Lena, la felicità arriva se fai le scelte giuste per te.” Qualsiasi cosa dovessi fare, lei era pronta a sostenermi purché fossi felice. Se mi concentro sento ancora la sua voce: “Lena non ti far influenzare dagli altri, fai quello che ti fa star bene.” Mia mamma era fatta così, era figlia degli anni settanta e aveva vissuto appieno i suoi tempi, sosteneva che l’armonia e la pace con se stessi donassero la gioia. E viveva di conseguenza, non litigava mai con nessuno e sorrideva sempre, anche nei momenti in cui le cose non andavano proprio nel verso giusto. Quando scoprì di aspettare me, scoprì anche che mio padre era già sposato, ma come mi ha sempre raccontato era così felice di avermi che nulla avrebbe potuto guastare una gioia così grande. Io arrivai e lei si trasferì in un monolocale appena fuori Modena. Era l’unica casa che si poteva permettere immagino, ma lei diceva che una casa così piccola era la scusa per stare sempre vicine. La mia infanzia e la mia adolescenza sono state dolci. Mia mamma c’era sempre e mi lasciava libera di fare le mie scelte in libertà. Le mie amiche non facevano altro che inveire contro i genitori che non le lasciavano vivere, mentre  io non avevo di questi problemi. Con mamma parlavamo di tutto e quando le chiesi di mio padre, mi raccontò della sua relazione con Pietro e che se avessi voluto avrei potuto conoscerlo. Mio padre biologico non mi aveva riconosciuto alla nascita, ma mi seguiva da lontano attraverso le informazione che lei gli dava. L’incontro fu imbarazzante, ma piano piano iniziai a conoscere quell’estraneo e devo dire che col tempo compresi di più la scelta di mia madre. Mio padre poteva essere simpatico e anche affascinante, quando ci si metteva. Quando ho compiuto diciotto anni, il suo regalo è stato quello di riconoscermi ufficialmente e darmi il suo cognome. Ne avevo discusso a lungo con mamma e come sempre lei aveva detto che potevo fare come volevo, per lei non c’erano problemi. Diceva che io sarei stata sempre sua figlia indipendentemente da come mi chiamassi. E lo credevo anch’io. Mi sembrava che avere un cognome piuttosto che un altro non facesse molta differenza, a parte il fatto di essere sollevata dal dover spiegare, di tanto in tanto, a qualche impiegato troppo zelante o solamente pettegolo, che non ero stata riconosciuta alla nascita.  Preso il cognome di mio padre, non cambio nei fatti nulla, i rapporti con lui restarono sporadici. Lui aveva la sua famiglia che adesso sapeva della mia esistenza, ma la mia vita continuò ad andare avanti allo stesso modo. Scelsi l’università per diventare infermiera e gli anni successivi mi dedicai anima e corpo allo studio. Mamma era orgogliosa di me come se avessi dovuto prendere il Nobel in medicina piuttosto che una semplice laurea e mi sosteneva su tutto. Quando si apprestava qualche esame importante dormiva meno di me e studiavamo insieme. Io le ripetevo le noiose nozioni di macrobiologia e lei ascoltava instancabile e con un sorriso solare stampato sul viso alla luce del quale era impossibile scoraggiarsi. Mamma era il mio sole. Quando le ho presentato Alberto, dopo alcuni ragazzi non proprio ideali, è saltata su e lo ha abbracciato felice, dicendoci chiaramente che le nostre auree erano evidentemente destinate ad essere unite per sempre. Ogni tanto, quando litighiamo e poi facciamo pace, io e Alberto ci ricordiamo di quel primo incontro con mamma e ridiamo. Lei era riuscita a vedere che saremmo stati bene insieme, qualcosa che noi abbiamo realizzato solo col tempo perché all’inizio tutta questa sicurezza non ce l’avevamo mica. Iniziando il lavoro in ospedale mi ero abituata a portare il cognome di mio padre. Tutti mi chiamavano solo con quello, dai dottori alla caposala fino ai colleghi, e così ci avevo fatto l’orecchio. A dire il vero, sSentivo sempre come un leggero disagio dentro di me quando mi chiamavano, come se non mi riconoscessi proprio al centro per cento, ma le cose da fare giornaliere erano sempre tante e le voci interiori, a volte, sono così flebili che si fa piuttosto in fretta a metterle a tacere o a fare finta di non averle sentite. Passarono alcuni anni e la relazione con Alberto si fece seria, così andammo a vivere insieme. L’anno dopo a mia mamma venne diagnosticato un brutto male al seno. La diagnosi era infausta e nonostante abbia lottato come una leonessa, nel giro di breve è volata via. Perdere mia mamma è stato un dolore assoluto, per me ha significato perdere tutta la mia famiglia. Per mesi interi sono stata intontita dalla disperazione, mi sentiva sola al mondo e senza sostegni. Poi, piano piano Alberto è riuscito a strapparmi qualche sorriso e un po’ di luce è tornata. Quando ho scoperto di aspettare Gaia, lui mi ha detto che la mia mamma ovunque fosse adesso avrebbe voluto che io non piangessi più perché questo poteva far soffrire la piccola in arrivo. Ed era vero. Allora ho voluto ricordare la mia mamma com’era quando era con me e la via della maternità è stata facile. Anche se lei non era fisicamente presente, sapevo che in qualche modo mi seguiva e l’eredità d’amore e di speranza che mi aveva donato negli anni insieme non me l’avrebbe tolta mai nessuno perché era parte di me. Avevo solo un cruccio che lentamente si andava insinuando dentro di me e cresceva: mi sembrava di averle fatto un torto rinunciando al suo cognome per accettare quello di mi padre. E’ vero ne avevamo discusso ma non avevo la maturità giusta per capire quanto avesse potuto cambiarmi la vita una cosa del genere. Io mi riconoscevo col cognome di mamma, era quello che rappresentava me e la mia idea di famiglia. Con mio padre una tale comunione d’anima io non la sentivo e né avrei potuta sentirla mai. Una sera stavamo ascoltando il telegiornale ed è arrivata la notizia dell’approvazione di una legge per aggiungere al cognome paterno anche quello materno. Sono saltata su dal divano e ho iniziato a battere le mani per la gioia. Ecco, questo è quello che dovevo fare, ecco la cosa giusta per me. Il giorno dopo sono andata all’anagrafe, ma non ne sapevano niente. C’era da aspettare che arrivassero le indicazioni dal Ministero su come procedere. Ho aspettato diversi mesi e, infine, ce l’ho fatta. Adesso ho un doppio cognome, il primo quello di mamma rappresenta la mia parte affettiva e spirituale e il secondo quello di mio padre rappresenta l’unione dalla quale io sono nata, che come diceva mia mamma è stata seppur per poco una storia d’amore. Questa di oggi, con il mio nuovo doppio cognome, sono io.

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Storia di Carmela e Paolo – Giugno 2017

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Storia di Paolo - Confidenze nr. 24 Giugno 2017_Pagina_1 Storia di Paolo - Confidenze nr. 24 Giugno 2017_Pagina_2

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Storia di Davide Madeddu – Maggio 2017

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