Storia di Rosetta – Maggio 2018 – L’Isola

Sul Blog di Confidenze : L’isola” di Giovanna Brunitto è la storia vera più apprezzata del n. 19 di Confidenze, ve la riproponiamo qui

Storia di Rosetta - Maggio 2018 IntestazioneIl primo ricordo che conservo di Marco è legato al tramonto. Avevo sette anni. Con precisione lo rivedo con un camioncino sottobraccio, con l’altra mano tiene quella di sua madre mentre sale sul traghetto per salpare verso la terraferma. Si arrampica su una scalinata del ponte e inizia a salutare. Fino a che riesco a vederlo lui saluta. Nel frattempo insieme alla nave, che diventa più piccola, anche il sole scompare all’orizzonte. Quella è stata la nostra prima estate insieme. Non saprei dire esattamente cosa provassi in quel momento, ricordo però lo struggimento dei giorni successivi e un vago senso di perdita.

Per la prima volta nella vita mi ero sentita sola. Ero una bambina tranquilla e solitaria, sull’isola dove vivevo non c’erano molti bambini con cui giocare, ma la cosa non mi era mai pesata. Mi piaceva stare all’aria aperta e soprattutto mi piaceva che, quasi in ogni punto dell’isola dove mi trovassi, riuscissi a vedere il mare. Anche in classe, se salivo su una sedia in piedi, dalla finestra scorgevo il blu intenso della linea di confine tra terra e cielo e questo mi dava all’istante un senso di serenità. Se c’era cattivo tempo d’inverno non andavamo a scuola per intere settimane, il traghetto che accompagnava il maestro non poteva viaggiare. Ma non ricordo di essermi mai annoiata, né sentita sola. Almeno fino a quel momento. A me piaceva stare all’aria aperta. Raccoglievo qualche rado fiore di campo oppure delle bacche rosse che crescevano nascoste nei rovi. Guardavo i gabbiani fare acrobazie nel cielo come se fosse la cosa più semplice del mondo. Cercavo sulla spiaggia sassi dalle forme strane. Il vento era il sottofondo di ogni mia scorreria esterna. Quando si approssimava l’estate, l’isola si riempiva di gente. Per lo più isolani che ritornavano per le vacanze, ma ogni anno i turisti diventavano un po’ di più. I miei genitori avevano una trattoria e c’era molto da fare. Io giocavo lì intorno. Quell’estate di circa quarantacinque anni fa era arrivata una famiglia in vacanza a maggio ed erano restati per tutta la stagione. Probabilmente con Marco ci siamo incontrati sulla spiaggia e abbiamo iniziato a giocare o può essere stato sulla piazza antistante la trattoria. Non so, né io né lui ci ricordiamo.

Quello che ricordo è la sua partenza. Non ho neanche memoria di particolari promesse di rivederci o altro. Solo la sensazione di aver perso qualcosa mentre il traghetto si allontanava. Il rosso del tramonto che declina verso il buio. Sono trascorsi un altro paio di estati veloci senza che di lui sapessi niente. Poi a maggio del mio decimo anno, Marco è tornato con la sua famiglia. Vi sembrerà strano, ma quando l’ho visto scendere dal traghetto ho respirato. Proprio a pieni polmoni, come se in quel momento avessi ripreso a farlo dopo anni di apnea. Anche per lui dev’essere successo qualcosa di simile, perché ricordo lo stupore sul viso quando gli sono andata incontro e l’ho salutato.

La nostra seconda estate è iniziata così. I miei ricordi sono più netti riguardo quel periodo. Marco mi raccontava della sua classe, lui già frequentava le medie, dei suoi amici di città, di alcuni giochi elettronici che aveva a casa, delle lezioni di karate. Parlava tanto, Marco è fatto così, ha sempre parlato tanto. Io ascoltavo più che altro. Anche perché degli inverni sull’isola c’era poco da raccontare, a parte il vento che sibilava e i gabbiani che ruotavano nell’aria. Anche quell’estate finì e ce ne furono altre intervallate da qualche cartolina natalizia. L’estate dei miei quattordici anni cambiò la nostra amicizia in qualcosa di più.

Quando scese dal traghetto, Marco mi guardò strano e anch’io notai che era cambiato. Aveva dei baffetti che non aveva l’anno prima ed era diventato molto più alto. Ci salutammo, ma non ci incontrammo subito come le altre volte. Ero agitatissima perché pensavo che paragonata alle sue amiche di città dovevo assomigliare a uno spaventapasseri. Non volevo che mi guardasse in quel modo strano, mi mandava in confusione. Avrei voluto riprendere i nostri giochi di chiacchiere e sabbia come l’anno prima, ma allo stesso tempo volevo qualcosa d’altro che ancora non sapevo definire. Compresi cos’era quando seduti sulla spiaggia, qualche sera dopo, lui mi raccontò di una ragazza della sua classe che gli piaceva. Per fortuna era buio e non poteva vedere la mia espressione. Se qualcuno mi avesse dato un pugno in viso, probabilmente mi avrebbe fatto meno male. Mentre lo ascoltavo, realizzavo che avrei voluto essere io quella ragazza. L’idea di essere innamorata di Marco arrivò come una folgorazione. E insieme alla consapevolezza arrivò anche la gelosia. Chi era questa ragazza? Com’era fatta? Era bionda o bruna? Sicuramente doveva essere bella per piacergli così tanto. Tornai a casa e piansi lacrime salate per tutta la notte. Il giorno dopo mi alzai, mi guardai allo specchio e decisi che avrei giocato le mie carte. A quei tempi c’era un giornale per ragazze che dava consigli su come essere sexy, su come piacere a un ragazzo, su come vestirsi e usare i trucchi. Seguii tutti i consigli proposti sotto lo sguardo meravigliato dei miei genitori e gli effetti arrivarono. Marco dopo qualche giorno mi disse che ero molto carina. Una sera mi prese sottobraccio mentre camminavamo sulla spiaggia e il giorno dopo mi baciò al chiaro di luna. In quel momento compresi che era lui l’amore della mia vita. Penso che l’estate dei miei quattordici anni sia stata quella nella quale ho smesso di essere una bambina.

Ma è stata anche qualcosa di più. Allora non sapevo molto dell’amore, di quello vero intendo. Avevo letto tanti libri, ma niente mi aveva preparato al turbamento e allo sconvolgimento che provavo tra le braccia di Marco. Quando ero con lui, ero certa di stare dove avrei voluto essere per tutta la vita. Era come ritrovare la calma e allo stesso tempo sentirsi dentro una burrasca. Tutto e il contrario di tutto. Decisi che Marco sarebbe stato il mio compagno. Per sempre. In quella breve estate compresi che alternative per me non ce n’erano e non ci sarebbero mai state. Lo compresi con una tale forza che me ne spaventai. Quando glielo dissi, Marco invece ne rise. Mi prese in giro dicendo che chissà quanti altri ragazzi avrei conosciuto e che ben presto mi sarei dimenticata di lui. Io sapevo che così non sarebbe stato, ma conoscevo bene anche il ragazzo che avevo davanti e in quel momento compresi che lui non aveva la mia stessa consapevolezza; capii che avrei dovuto aspettarlo. Marco è diverso da me, lo è sempre stato. Lui è solare, loquace, impulsivo e aveva un sacco di piani che riguardavano il futuro. Doveva diplomarsi con ottimi voti, poi doveva laurearsi in Architettura, poi doveva diventare un “pezzo grosso”, così diceva, nel mondo del design e tanti altri poi, ma nessuno di questi comprendeva qualcosa della sfera intima. Nei suoi progetti non era inclusa una relazione, non parlava di una famiglia, non c’era una compagna all’orizzonte. Niente insomma che potesse includere me in qualche modo. Ci restai male, ma non glielo diedi a vedere. Risi delle battute e riprendemmo la nostra estate. Quando a settembre rientrò sulla terraferma, sul molo gli giurai eterno amore e gli promisi di aspettarlo lì, in quello stesso posto ogni anno. Gli dissi anche che non glielo avrei più ripetuto, ma che in qualsiasi momento lui avrebbe voluto io ci sarei stata. Marco mi abbracciò e se ne andò senza dire niente.

A me restò addosso lo sconcerto di aver capito così presto quale sarebbe stato il mio futuro. Ad alcune persone capita di comprendere qual è la strada da percorrere per essere felici abbastanza presto e in maniera chiara ed è quello che è accaduto a me. Altre, invece, impiegano tanto tempo e prima di prendere la direzione giusta, provano tante strade. Marco appartiene a questa seconda categoria.

Sapevo allora che prima o poi sarebbe tornato da me, ma non sapevo che gli anni di attesa sarebbero stati così tanti. Le estati adesso si sovrappongono una all’altra nei miei pensieri. Di ricordi, di giochi, di bagni insieme ne abbiamo fatti tanti. L’estate del mio diciottesimo compleanno gli chiesi di fare l’amore. Lui frequentava l’università allora e mi disse chiaramente che non voleva impegni definitivi perché il suo obiettivo era la laurea. Gli dissi che non importava, per me sarebbe bastata quell’estate. E me la feci bastare.

L’anno dopo non si fece vivo sull’isola e l’anno successivo si presentò insieme a una ragazza molto bella, molto cittadina, molto ricca. La sua fidanzata.

Mi si ghiacciò il cuore, ma sorrisi quando me la presentò. Non so dirvi bene, ma anche in quel momento che ricordo come uno dei peggiori della mia vita, avevo la consapevolezza che lui sarebbe tornato da me. Ed è questa sicurezza che mi ha sostenuto nei lunghi inverni e nelle estati nelle quali non è venuto in vacanza sull’isola. I miei genitori hanno dovuto accettare la mia decisione. Hanno provato a presentarmi altri ragazzi, a mandarmi in vacanza in altri posti, sulla terraferma, ma non sono mai riuscita a innamorarmi di qualcun altro. Né sull’isola, né da altre parti. C’era sempre una voce in fondo al mio cuore che diceva aspetta, aspetta, prima o poi capirà e tornerà da te. Qualche anno dopo Marco si presentò in vacanza accompagnato dalla fidanzata, nel frattempo diventata moglie, con in braccio un bimbo. Davanti alla loro felicità mi misi il cuore in pace, mai e poi mai sarei stata la causa della rottura di una famiglia, però in una serata tempestosa davanti alle onde che si infrangevano rumorose e arrabbiate contro gli scogli gridai tutta la mia rabbia. Urlai disperata, piansi, con i pugni serrati colpii la sabbia nera, diedi sfogo ai miei pensieri, ai miei desideri. Il mare ascoltò tutto e raccolse il mio dolore. Un’onda più forte delle altre mi colpì e mi bagnò completamente. L’acqua era fredda quella sera e restai senza fiato. Però poi piano piano mi ripresi. L’improvvisa quanto inaspettata doccia fredda mi aveva restituito a me stessa. Chi vive a contatto col mare, sa cosa provai in quel momento.

Era come se l’acqua dell’onda colpendomi e ritraendosi avesse portato via con sé il dolore che provavo. Sulla spiaggia ero rimasta solo io e il mio amore, quello che avevo avuto la fortuna di provare. Il mare mi urlava a suo modo che amare era già felicità. In quel momento pensai alla sventura che hanno coloro che nella vita non hanno mai amato e mi sentii fortunata e grata. Sperai nel mio intimo che anche Marco potesse amare con una tale intensità un’altra persona, glielo augurai perché questo dava senso alla propria vita. Purtroppo non sarei stata io quella donna, ma non era importante adesso. Volevo che almeno lui potesse essere felice. Io avrei avuto i ricordi a farmi compagnia e mi promisi di coltivarli per bene.

La rabbia lasciò il posto libero e nel mio cuore si fece spazio la memoria. Ho avuto cura negli anni di innaffiare ogni minimo pensiero che riguardasse Marco.

Alle volte mi coglieva di notte la nostalgia di averlo vicino. Era difficile stare sempre da sola, ma poi portavo i pensieri alle notti che avevamo trascorso insieme sulla spiaggia. Quelle stelle luminose che ci avevano illuminato nelle ore notturne erano le stesse che vedevo dalla mia finestra. E la pace tornava nel mio cuore.

Di estati ne sono seguite tante. Io ho iniziato a gestire la trattoria dei miei e gli anni sono corsi via veloci. Il lavoro che faccio mi piace, mi piace soprattutto poterlo fare sulla mia isola.

Tante persone sono andate a vivere sulla terraferma perché i disagi di vivere in un posto così piccolo e lontano dai grandi porti sono tanti, ma io non ci ho mai pensato. Solo l’idea di ritrovarmi in un luogo dove non si scorge l’orizzonte mi mette ansia, figuriamoci viverci. E poi c’è anche un altro motivo che mi ha trattenuto. Ho fatto una promessa tanti anni fa e l’ho mantenuta. Ho giurato a Marco che l’avrei aspettato.

L’altro anno dal traghetto che portava i turisti di agosto è sceso un signore dinoccolato. Solo. Non vedevo Marco da dieci anni circa, ma ho saputo con certezza che era lui appena l’ho intravisto. Si è diretto verso la trattoria e si è fermato a un tavolo all’esterno.

Non sapevo cosa fare. Dovevo andare io da lui o mandare la mia aiutante? Magari era lì di passaggio e attendeva qualcuno che sarebbe arrivato col prossimo traghetto. Da dietro la tendina a strisce colorata che divide l’interno dall’esterno della trattoria lo spiavo. L’ultimo traghetto ha lasciato sul molo altre persone che si sono disperse in fretta nei vicoli che circondano la piazzetta.

Marco era ancora lì. Solo. Allora mi sono armata di coraggio e sono uscita. Nello stesso momento lui si è girato e mi ha visto. Ci siamo guardati con lo stesso stupore di anni prima. La meraviglia di trovarsi di fronte la persona giusta, quella perfetta per te, ci ha ammaliati ancora. Eravamo invecchiati  certo, ma eravamo ancora noi. Poi la sua voce ha rotto il silenzio.

«Ciao Rosetta, quanto tempo è passato. Tu sei sempre la stessa?». Ha pronunciato le ultime parole con un punto di domanda. Voleva una risposta. L’ho guardato e ho capito. Gli ho risposto: «Io sì, sono sempre la stessa e sono sempre in attesa. Tu, Marco, sei sempre lo stesso?».

Volevo una risposta anch’io. Marco mi ha abbracciato e mi ha detto che lui era molto cambiato.

Aveva dovuto percorrere tanta strada nella sua vita e aveva capito che per provare a essere felice doveva tornare dove la felicità l’aveva incontrata per la prima volta.

Quella sera è volata via tra le sue parole e le mie lacrime. Il suo matrimonio era finito da tempo e adesso che il figlio era autonomo niente più lo legava alla città e a un lavoro che non gli aveva mai dato le soddisfazioni che si aspettava. Se io volevo, potevamo provare a vivere insieme e a ripartire da dove ci eravamo fermati anni prima. La mia isola ci avrebbe fatto da nido. Gli ho buttato le braccia al collo e dopo anni di attesa finalmente ho detto sì.

 

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Storia di IOLANDA – Aprile 2018

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L’usanza del corredo resiste ancora o è sorpassata?

Storia di Iolanda - Aprile 2018_Pagina_1 Storia di Iolanda - Aprile 2018_Pagina_2

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Storia di Gino Baronchelli – Febbraio 2018

Pasta e fagioli” pubblicata sul n. 10  di Confidenze, è la storia vera di Ginone Baronchelli ed è stata la più votata della settimana sulla pagina Facebook di Confidenze. La trovate anche sul BLOG in versione integrale.

Storia di Ginone Baronchelli_Pagina_1

Storia vera di Gino Baronchelli 

Nelle famiglie, solitamente, ci si tramandano titoli o patrimoni, invece nella mia ci passiamo da una mano all’altra un pentolone. Sì, una pignatta enorme che il cuoco Gino Baronchelli, mio nonno, si portò dietro direttamente dalla trincea di Asiago dove fu mandato soldato. Da lui, oltre al pentolone ho ereditato anche il nome e ne sono enormemente fiero. Considero mio nonno un eroe, di quelli che fanno le cose semplici e provvidenziali e fanno del bene a coloro che hanno intorno senza neppur darci troppo peso. Una persona rara e, soprattutto, buona oltre ogni ragionevole aspettativa, in un mondo che certamente non predisponeva al bene, come quello del 1918. A gennaio di quell’anno infausto, l’Italia era nel pieno della Prima Guerra Mondiale. A ottobre del 1917, l’esercito italiano aveva subito la disfatta di Caporetto e a novembre con le battaglie del Piave l’avanzata italiana era ripartita. Il fronte si era rispostato in montagna. Nella zona del Monte Grappa le trincee erano da presidiare e c’era bisogno di forze nuove, soldati che avrebbero dovuto sostituire quelli stremati dalle battaglie e dal freddo degli ultimi mesi.

Furono perciò obbligati alla leva i giovani nati nel 1899 che avevano compiuto appena diciotto anni. Tra questi venne arruolato il giovane Gino Baronchelli da Orzinuovi, provincia di Brescia. Mio nonno. La sua famiglia, preoccupatissima per il Ginone, così era chiamato mio nonno per la sua grande stazza, lo riempì di masserizie. Tutte quelle che potevano stare in uno zaino da portare in spalla. In particolare un sacco di pomodori, uno di fagioli borlotti, pasta secca, cotiche, aglio e cipolla affinché potesse sostentarsi durante i lunghi mesi lontano da casa. I miei avi erano contadini e sapevano bene quanto quelle cibarie potessero essere utili in un periodo di scarsità come quello della guerra.

Il mese di gennaio del 1918 nelle trincee dell’Altipiano fu davvero terribile. Sul Monte Grappa le cronache riportano temperature che arrivarono a meno venticinque gradi.

Non so bene cosa accadde, se fu per il troppo freddo o per la fame, ma il giovane Ginone, addetto alle cucine del campo, decise di cucinare con le scorte portate da casa una grande pasta fagioli e cotiche per tutto il suo plotone, composto da circa cinquanta commilitoni. Non chiese neanche il permesso al suo comandante, mise nel paiolo gli ingredienti e iniziò a mescolare. Nevicava abbondantemente, ma probabilmente il caldo del pentolone lo riscaldava comunque. Dal paiolo, piano piano, il profumo della sua pasta e fagioli si diffuse per tutta la trincea e, siccome gli odori non hanno confini, l’aroma superò i reticolati di filo spinato e atterrò nella trincea dei nemici che, in fin dei conti, era pochi metri avanti. E accadde una cosa strana.

Dalle trincee austroungariche si cominciarono a sentire diversi sospiri. I soldati nemici, come gli italiani, stremati dalle fatiche della guerra, dalla fame e dalla cattiva alimentazione, cominciarono a piangere ripensando alle loro case, ai piatti che le loro mamme e mogli cucinavano per loro. La cucina di Ginone richiamava in tutti, indipendentemente da quale divisa indossassero, forti emozioni. Marinon von Rokken, un soldato austriaco più sfrontato o forse solo più stanco degli altri, che parlava italiano, trovò il coraggio e cominciò a gridare verso la trincea italiana: «Taliani! Cecco Beppe! Kosa essere questo buon profuminen?».

Nella trincea italiana scese il silenzio e una strana calma. I cecchini italiani si sedettero, cominciarono ad arrotolarsi le sigarette, fu Ginone a rispondere al soldato austriaco: «Uheee crucchi! Ah l’è la pasta e fasoi de la mi mama! A l’è propi bona… Volete assaggiare?». Gelo e silenzio calarono da ambo le parti.  Il comandante di Ginone non sapeva se mandarlo subito davanti al plotone di esecuzione per tradimento o cos’altro fare. Probabilmente aveva fame anche lui e aspettò qualche minuto in più prima di far partire la dovuta punizione, ma nel frattempo tra le due trincee era iniziato un fitto parlottio. I comandanti delle rispettive compagnie dovettero intervenire e, avvolti dal profumo di pasta e fagioli, trovarono un accordo.

Forse fu il buon odore, forse la fame o forse la consapevolezza che quei poveri ragazzi, di entrambi le parti, avevano bisogno di una pausa da una guerra crudele che la grande maggioranza di loro neanche comprendeva, certo è che accadde un vero e proprio miracolo. Decisero una tregua sul campo.

Cinquanta soldati italiani e cinquanta soldati austro-ungarici attraversarono la “terra-di-nessuno”, così era conosciuto lo spazio che divideva le trincee nemiche, e imbastirono un’unica tavolata, mangiando tutti insieme. I soldati austriaci portarono il vino rosso e dei dolci tipici viennesi, simili ai plumcake, i nostri portarono la saporita e profumatissima pasta e fagioli di Ginone, fatta con le sue scorte personali. Per diverse ore tutti dimenticarono di essere nemici. Quel pranzo insieme riportò ciascuno al calore di un focolare. Seppur intimoriti di avere davanti i “nemici”, i soldati si riconobbero, non più come rivali, ma come simili, con l’unico comune desiderio di trascorrere un momento tranquillo. Vennero gridate a squarciagola promesse di pace: nessuno voleva più sparare. Gli uomini, non più soldati, si abbracciarono anche se non si erano mai visti prima. Mio nonno raccontava che tutti si scambiarono regali con chi avevano di fianco. Fotografie o sigarette, sorsi di Grappa, addirittura bottoni della divisa: tutti erano pronti a offrire qualcosa. Seppur solo per qualche ora, in quella landa gelata, riecheggiarono risate di giovani uomini.

La tregua della pasta e fagioli finì, ma grazie a mio nonno e alla sua generosità, i soldati ricordarono di essere prima di ogni altra cosa uomini. La guerra di lì a poco terminò e Ginone riportò la sua cara pentolaccia a casa. Sono passati cento anni giusti da allora, ma il gesto di coraggio e generosità di mio nonno ancora oggi mi riempie di orgoglio. Essere il nipote di un “uomo di pace” è un grande onore e una grande responsabilità. Per far sì che la memoria di quel gesto non si perda, una volta l’anno organizzo una “pasta e fagiolata” proponendo quello stesso piatto, per lo stesso numero di persone, cucinato nel pentolone originale che mio nonno riportò dalla Grande Guerra, con gli stessi pomodori e fagioli che i nostri parenti ancora oggi coltivano nella piana bresciana. E auguro a tutti i presenti di potersi definire sempre anche loro uomini di pace..

 

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La bicicletta, storia di Saba – BLOG di Confidenze

La bicicletta” di Giovanna Brunitto, pubblicata sul n. 45 di Confidenze, è una delle storie vere più apprezzate della settimana. Ve la riproponiamo sul blog

 

Per me è stata molto di più di un UMILE mezzo di trasporto: è stata il SIMBOLO di tutto il bello della mia vita. E amo pedalare, in MEMORIA del mio Egidio

Storia vera di Saba G. Raccolta da Giovanna Brunitto

Si dice che una volta che si impara ad andare in bicicletta non lo si dimentica più, poi ci sai andare per sempre. E forse è vero, ma è anche vero che si prendono abitudini diverse, che con l’andare avanti dell’età subentrano paure e cautele che da giovani non si avevano e ci si può dimenticare di come si guida una bicicletta. A me è capitato così, nonostante da bambina la bici di mio padre  mi avesse praticamente salvato la vita e, poi, da ragazza sempre in bici io abbia fatto il viaggio più bello che mi ricordi. A un certo punto, con il boom economico, le nostre condizioni economiche sono nettamente migliorate e in casa è arrivata la prima auto di famiglia…. (il seguito a questo link www.confidenze.com/cuore/la-bicicletta/ )

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Storia di Giorgio – Ottobre 2017 – Blog di Confidenze

La figura del padre è meno tutelata di quella della madre dal nostro ordinamento giuridico? È il tema della storia vera che trovate su Confidenze

Se esiste un diritto a essere genitore, deve corrisponderne un altro che tuteli anche chi genitore non vuole diventare… Invece se la madre  si intestardisce a voler tener per forza un figlio, impone la sua volontà anche al padre che la subisce forzosamente”.

Si riassume in queste poche frasi il senso della vicenda di Giorgio raccontata da Giovanna Brunitto nella storia vera: “Non volevo essere padre” che trovate su Confidenze…. a questo link  http://www.confidenze.com/mondo/non-volevo-essere-padre/

 

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