Crisi

La crisi si è portata via la voglia di sperare

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Storia di NATALIA – Gennaio 2017

La storia vera più apprezzata dalle lettrici questa settimana è “Natalia” di Giovanna Brunitto, pubblicata sul n. 4 di Confidenze.

http://www.confidenze.com/cuore/natalia/

“Ci vuole più coraggio e amore a lasciare andare un figlio che a tenerselo sempre con sé.” La mia storia è racchiusa in questa frase. Ogni mattina e ogni sera me la ripeto ad alta voce guardandomi allo specchio e cerco tra le lacrime il mio viso nello specchio. Sono Natalia, sono sempre io, sono uguale a prima eppure tutto è cambiato. Non riesco a capire come la mia faccia possa essere sempre la stessa dopo quello che è accaduto. Ma forse questa è la punizione che mi tocca per non essere stata in grado di trovare una strada che mi permettesse di tenere con me la mia bambina. Resto giovane e attraente all’esterno mentre dentro sono vecchia e brutta e con un pezzo di vita definitivamente morto che nessuno al mondo mi ridarà più. Perché quando ho deciso di rinunciare a mia figlia per darle la possibilità di essere adottata da una famiglia vera, sapevo che non sarei potuta più tornare indietro. Non auguro a nessuno mai di dover fare una scelta simile. Perché non è un dolore spiegabile a parole. È come morire però restando in vita. Per gli altri tutto prosegue normalmente e invece, per me, la vita si è fermata a quel giorno. Io ogni mattina mi sveglio e prima di rendermi conto dove sono, rivivo la mia storia. Sono nata in Romania, in un piccolo paesino vicino al confine bulgaro. I miei genitori erano contadini, eravamo poveri ma avevamo di che mangiare. Quando ho compiuto sedici anni, un mio cugino mi ha invitato a seguirlo in Italia per lavorare e vivere con lui. A me l’Italia pareva un sogno, vedevo le immagini scintillanti alla televisione delle città e delle vetrine e restavo abbagliata. Siamo partiti poco dopo. Per due anni abbiamo vissuto in un piccolo appartamento di Bergamo e abbiamo lavorato. Io facevo le pulizie e lui il fabbro. A modo nostro, ci siamo voluti bene. Poi è arrivata la crisi e lui ha perso il lavoro ed è iniziato un periodo nerissimo. Constantin, questo il suo nome, ha iniziato a bere sempre di più ed è diventato violento. Solo con il mio lavoro mantenersi entrambi era impossibile. È stato in quel periodo che ho scoperto di essere incinta. Non l’ho detto subito a Constantin. Speravo dentro di me che la situazione migliorasse e che trovasse un lavoro. Ma così non è stato. Quando la pancia ha iniziato a vedersi, abbiamo litigato violentemente ma io quel bambino lo volevo e gliel’ho urlato con tutte le mie forze. Il giorno dopo Constantin se n’è andato lasciandomi sola e con i debiti da onorare. Mi sono fatta forza e su suggerimento della signora dove lavoravo, ho trovato posto in una casa famiglia che aiutava donne in difficoltà. Ecco posso dire che quello è stato il periodo più bello della mia vita. Avevo la mia bimba che cresceva con me, vivevo in un posto tranquillo e caldo e avevo da mangiare bene e abbondante. Il lavoro l’ho lasciato perché la casa famiglia era in un’altra città. La mia piccola è arrivata a febbraio. L’ho chiamata Ioana che in Romania è un nome di buon augurio che dona grazia a chi lo porta. È stata una bimba buona sin da subito e non mi ha dato alcun fastidio. Cresceva che era un amore. A Natale però è arrivata la notizia, la casa famiglia per l’anno nuovo non avrebbe ricevuto più i fondi e io e altre quattro donne non potevamo più stare lì. Così è iniziato il mio calvario. Sono andata da alcuni amici che mi hanno ospitato per un mese, ma due bocche da sfamare erano troppe e sono dovuta andare via. Ho cercato di contattare la mia famiglia in Romania, ma la situazione lì era drammatica e non mi hanno voluta. Ho cercato di fare qualsiasi lavoro mi capitasse, ma con una bambina piccola era molto difficile trovare qualcosa. E i soldi non bastavano mai. Ioana aveva bisogno di pannolini, di stare al caldo, di mangiare regolarmente. E io non potevo darle niente. Ho anche rintracciato Constantin tramite dei parenti. Era in Germania, ma chiaramente mi ha detto di non cercarlo più. A lui di nostra figlia non importava proprio niente.

Ero da sola. Andavo a mangiare alla Caritas a pranzo e, durante il giorno, stavo dentro un centro commerciale che garantiva un ambiente caldo alla mia bambina. Di sera cercavo di dare meno fastidio possibile a qualche amico o parente che mi ospitava, ma sapevo che non sarei potuta andare avanti molto in questo modo. Sono tornata alla casa famiglia e ho cercato aiuto. La coordinatrice, Eliana, mi ha dato ospitalità e la mattina successiva abbiamo parlato a lungo insieme.

È stata lei a dirmi, per la prima volta, che potevo dare la mia piccola in affido a un’altra famiglia e permettere così alla bambina di avere una casa vera dove stare. L’idea di separarmi dalla mia Ioana era tremenda, ma vederla piangere per il freddo e per la fame era peggio. Allora ho accettato e Eliana mi ha aiutato con i servizi sociali e il Tribunale a preparare gli incartamenti. Ho tenuto la mia bambina con me ancora per cinque mesi, poi a settembre l’ho consegnata alla famiglia scelta per l’affido. Ioana ha pianto un po’ ma è andata in braccio alla donna che l’ha presa e le ha sorriso tra le lacrime. Sembrava sapesse che quella donna mi avrebbe sostituito. Sono rimasta da sola e ho trovato lavoro come badante a tempo pieno per un signore anziano. Una volta ogni quindici giorni andavo dalla mia bambina e la gioia che mi prendeva quando la vedevo così in salute, ben vestita e protetta, mi dava la carica per affrontare altri giorni di solitudine. E poi a Natale ho deciso. La famiglia che aveva in affidamento la mia Ioana poteva darle quell’amore e quella sicurezza che io non avrei mai potuto garantirle. E la mia presenza a lungo andare avrebbe iniziato a dare problemi, forse imbarazzi, alla mia piccolina. Se volevo il bene della mia bambina dovevo scomparire dalla sua vita. Così ho firmato le carte per l’adozione. Sono trascorsi altri mesi e il Tribunale ha chiuso la pratica. Ioana non è più mia figlia. I suoi nuovi genitori mi hanno promesso che da grande le racconteranno la nostra storia e, se lei vorrà, verranno da me. Quando accadrà le dirò che ho rinunciato a essere madre per farle avere la migliore vita possibile. Saperla felice e al sicuro, anche se lontano da me, è l’unica ragione che mi fa andare avanti ogni giorno.

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Del perché dovremmo declinare al femminile le cariche politiche e lavorative: per essere Ministra o Sindaca, avvocata o ingegnera.

Dobbiamo, più che dovremmo! Al momento, le voci sull’argomento sono discordanti. La motivazione più diffusa e immediata è che i termini Ministro, Sindaco, Assessore come pure avvocato o ingegnere, declinati al femminile sono brutti da pronunciare e da ascoltare.
Ciò in parte è vero. Secondo me, però, a motivazioni di carattere strettamente linguistico si affianca anche un robusto pregiudizio culturale. Mantenere nel linguaggio termini legati alla gestione del potere al maschile, seppur la posizione sia occupata da una donna, perpetua l’idea che il potere è degli uomini. Come se la momentanea presenza di una donna, non scalfisse, nei fatti un “posto” che è maschile.
Qualcuno può addurre che trattasi di “questione di lana caprina”, ma credo che dopo un primo approccio semplificativo, abbiamo il dovere di soffermarci sul punto.
Le parole hanno un peso ed in taluni contesti, come quelli giuridici o di potere, non rappresentano solo la “forma” di un discorso ma diventano esse stesse “sostanza”.

Dire Ministra significa riconoscere alla persona che si ha davanti il ruolo che in quel momento occupa. Significa che implicitamente accettiamo, tutti, che una donna non sta occupando per sbaglio una posizione maschile, come per un disguido che sarà sanato appena andrà via.
Con l’utilizzo “formale” del termine femminile, riconosciamo “sostanza al ruolo delle donne” in occupazioni maschili.
E vorrei che fosse chiaro che tutto ciò non è scontato o normale. Tutto questo è un diritto precluso fino a poco tempo fa alle donne e proprio perché un diritto “giovane” va coltivato e sostenuto più e meglio di diritti consolidati.

Per chi volesse approfondire l’argomento, rinvio ad un bellissimo articolo pubblicato sul sito dell’Accademia della Crusca:
http://www.accademiadellacrusca.it/it/tema-del-mese/infermiera-s-ingegnera

 

 

 

 

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Del perché Saviano mi urta i nervi e del perché Saviano ha ragione

Saviano … Saviano … Saviano …
chi lo ama tantissimo e chi lo odia con uguale forza. Una delle poche persone sulle quali ho sentito e letto tutto ed il contrario di tutto. Ragioni valide da entrambi le parti. E’ troppo napoletano, non lo è abbastanza. Ama la sua città, la odia tanto da denigrarla appena può. E’ passionale, no è un esaltato. Di tutto, insomma.

E poi arriva questa notizia: Sparatoria a Napoli nel centro storico il giorno prima della Befana. Colpita bambina di 10 anni al piede da proittile vagante. Altri 3 feriti lievi tra i passanti.
La bambina era napoletana, forse neanche di quelle ricche, e visto questi e altri presupposti, la notizia data ha preso un’altra piega e si è focalizzata sulla polemica, molto più “importante”, di De Magistris verso Saviano che ha denunciato il fatto sulle pagine di un quotidiano. Il Sindaco ha accusato lo scrittore di infangare la città per fini di lucro. Ho seguito la polemica inutile di cui non sentivo nessun bisogno e mi sono fermata a pensare.

E se la notizia fosse stata questa:

MILANO in una sparatoria nel centro città, vicino ai luoghi del potere e del turismo, viene ferita ad un piede una bambina di 10 anni, oltre ad altre 3 persone lì presenti. La bambina viene operata d’urgenza e per fortuna sta bene.

Se fosse accaduta a MILANO o in un’altra qualsiasi città, possibilmente del Nord Italia, e fosse stata colpita una bimba di 10 anni ad un piede da un proiettile, siamo sicuri che staremmo a discutere sul fatto che “certe cose” è meglio non dirle o dirle enfatizzando anche le cose positive che pur ci sono in quella città?!?
Credo proprio di no.
Fintanto che Napoli (città composta da noi uomini e donne) non prenderà atto che queste barbarie sono inaccettabili e non le accetterà più, la barbarie resterà.
Roberto Saviano è urticante ma è una voce che si leva a denuncia di questo.

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Incontro “Discorso sul femminile” 01 Dic 2016 …il caso Elena Ferrante

TIM Equity & Inclusion Week 2016 è la settimana dedicata all’ “EQUITY & INCLUSION” che ha come obiettivo principale la promozione dell’inclusione, letta nel senso più alto del termine,dare «a ciascuno gli strumenti per competere alla pari e per dare il meglio di sé».

Rachele Catanese ed io abbiamo proposto un progetto che ha comefocus la differenze di genere. Quindi un discorso sul femminile imperniato tra letteratura ed arte.
Per la letteratura, parlerò del caso ELENA FERRANTE …

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Milano, 19 Novembre 2015 – Presentazione libro Middlesex di J. Eugenides

 

Settimana della Diversity in Telecom Italia

Milano, 19 Novembre 2015

Giovanna Brunitto e Rachele Catanese presentano l’opera Middlesex di J.Eugenides che affronta il tema della diversità di genere, anche attraverso la visualizzazione di due opere d’arte.

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IO AMO di Vito Mancuso

Io Amo è uno dei migliori libri del filosofo e teologo, Prof. Vito Mancuso. E’ un libro maturo e pensato che mette in luce la posizione sull’Amore di Mancuso che spesso ha suscitato con le sue idee innovative e non dogmatiche l’ira e la disapprovazione della Chiesa ufficiale.

Il libro, e sono parole dell’autore, è “un tentativo di dire in poche pagine ciò che non basta una vita intera ad imparare”. E per me il tentativo è riuscito. Il libro è profondo eppure discorsivo allo stesso tempo. Il primo capitolo affronta il primo innamoramento che tutti noi ricordiamo per lo stupore che ci ha colti nel trovarci di fronte una persona che con la sua esclusiva presenza ci ha riempito la vita. E tutti ricordiamo quel primo sguardo, quel batticuore, quell’odore, quel sorriso. L’Amore poi è affrontato secondo una visione filosofica e storica. Ci si innamora oggi nello stesso modo nel quale ci si innamorava ai tempi degli uomini di Neanderthal. Dal punto di vista biologico, l’amore che ci coglie è spiegato da una serie di molecole si attivano e ci “fanno stare bene”. Ma è evidente che non tutto è spiegabile da un punto di visto della biologia. Il perché proprio quella persona fa scattare in noi la scintilla dell’amore resta un mistero. E Mancuso individua nel mistero dell’amore, nello scatto segreto dell’innamoramento, la forza suprema che muove il mondo. E che ci mette in comunione, noi piccoli esseri nell’universo, con il grande mistero che muove tutto il creato. La scintilla che misteriosa si dipana dalla materia oscura, di cui è formato la maggior parte dell’universo, e che crea una galassia, un sole, un pianeta è la stessa scintilla che ci muove in una dato momento verso una certa persona. E’ una forza suprema che ci mette in moto e ci attiva.Vito-Mancuso-cover-IO-amo_305x380

La seconda parte del libro verte sulla posizione del teologo verso gli amori “diversi” ed è stupefacente quanto un teologo possa essere così moderno. La critica verso il catechismo che inchioda la sessualità a mera esecuzione ai fini della procreazione è feroce e diretta. Senza mezzi termini, Mancuso auspica cambiamenti drastici in tal senso. La sua apertura verso l’amore omosessuale, in tutte le forme sotto cui si può presentare, è totale. Pone solamente un diktat, che vale per qualsiasi tipo d’amore: l’Amore deve essere vissuto da ciascuno liberamente e nel rispetto dell’Altro, senza imposizioni o costrizioni; ogni coppia può e deve crescere insieme. In questo accezione l’Amore è specchio della forza divina. Quando, invece, diviene consumo del corpo e fame bulimica di sentimenti, allora è da evitare perché è spreco e disordine.

Consiglio questo libro, in particolare la seconda parte a chiunque voglia comprendere il senso delle vita e regolarlo secondo la forza dell’Amore

 

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… in tempo di crisi

Due donne in metrò discorrono ad alta voce.

<<Ma hai visto che la Mussolini ha perdonato il marito che è andato con delle prostitute minorenni.>>

<<Ah figurati! Io mio marito lo perdonerei solamente se a prostituirsi fosse lui e porterebbe i soldi a casa.>>

!!!!

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Il corpo umano di Paolo Giordano

Odore … la realtà è odore. E’ tatto. E’ anche coraggio e paura insieme. Coraggio per partire verso la guerra e paura per poterla scansare, o semplicemente cavarsela. Il senso di onnipotenza pervade la prima parte del libro, come la prima parte della vita … di quando si è ragazzi, e tutto è tuo e tutto sembra non dover finire mai.
E allora anche un’uscita in una landa desertica … è un’occasione per mettersi alla prova e andare fuori: perchè la guerra dei nervi, dell’attesa è la più difficile da combattere! Specie se si è giovani.
Ma ordini sbagliati, dati con leggerezza mettono a repentaglio la vita di questi soldati e saltano gli schemi consolidati. In un attimo si diventi grandi, anzo vecchi e tutto non è più come prima. La morte insieme cesura e realtà.
Ho amato molto questo libro di Giordano, molto più del suo primo che mi è parso incompiuto. E ho amato la sorte di questi ragazzi che tornano dalla guerra, non tutti, feriti ma adulti. Chi può mette i conti in pari … ma non sempre vi a pareggio, purtroppo. La realtà non fa sconti a nessuno. Bellissimo il cameo della soldatessa Giulia, finalmente una donna vista in un ruolo diverso dalla madre, moglie, amante, svampita, arrampicatrice, insomma fuori da un luogo comune. Eppure donna, anche in un plotone di uomini, anche in guerra.
Da leggere ..

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8 marzo – La Festa dell’onnipresente senso di colpa

Festa … Festa … Festa!!! Ma siamo sicuri che ci sia da festeggiare?

Si festeggia una ricorrenza, un anniversario, un compleanno … un giorno, cioè, che ricorda un evento speciale ma le donne, noi, oggi cosa dobbiamo ricordare? Qual è l’evento speciale che sottende la nostra festa?

Non credo sia la possibilità di uscire una sera fuori con amiche o simili per una pizza, una serata per ballare o nelle occasioni più spregiudicate per uno spogliarello maschile o giù di lì ….
Eppure per molte di noi e, forse, per la maggioranza l’8 Marzo si riduce a questo!
E’ riduttivo? No è come stanno le cose, oggi!
Si potrebbe imputare la responsabilità alla tv che mercifica il corpo femminile, ma allo stesso tempo si può ribattere che la tv è seguita per la maggior parte del tempo da donne. Si potrebbe dire che la colpa sia del potere maschile che impera ovunque, dal mondo della politica, alle imprese e comunque nei posti che contano? Si potrebbero trovare tante colpe e tanti imputati, ma niente di tutto ciò riuscirebbe a mattere a fuoco perchè l’unico momento che, nella pratica, dedichiamo “forse” esclusivamente a noi stesse sia un giorno solo all’anno, anzi un pomeriggio o solamente una serata. A molte neanche quello!
Il problema per le donne è, secondo me, l’onnipresente senso di colpa e di inadeguatezza. Per qualsiasi cosa facciamo o diciamo, di fondo, sappiamo che stiamo rinunciando o togliendo spazio e tempo a qualcosa d’altro.

  • Siamo a lavoro, pensiamo alle cose da fare a casa.
  • Siamo a casa, pensiamo a quello che abbiamo traslasciato a lavoro.
  • Abbiamo un figlio, pensiamo al tempo che togliamo al nostro compagno.
  • Abbiamo il secondo figlio, pensiamo al tempo che togliamo al primo e così via …
  • Usciamo per una passeggiata o per guardare vetrine, pensiamo che per la cena stasera non abbiamo niente in frigo di già pronto.
  • Se siamo single, anche quelle più incallite e determintate a restare tali, prima  o poi troviamo qualcuno o più spesso qualcuna che ci chiama zitelle e penseremo che la colpa della condizione “indesiderabile” è nostra …
  • Se siamo in coppia, pensiamo che le single si tengono meglio di noi perchè hanno tempo e probabilmente voglia ed è per questo che spesso i nostri compagni si distraggono
  • Se il nostro compagno ci maltratta, pensiamo che abbiamo un carattere insopportabile e che lui fa bene a comportarsi così perchè una come noi chi la vorrebbe?

L’elenco è ancora molto lungo ed ognuno può riempirlo come vuole … il leitmotiv è il perenne senso di colpa e di inadeguatezza.  Non importa in che posizione sociale ti trovi  o che ruolo occupi ( anche se per chi è economicamente e culturalmente  indipendente la situazione è migliore ), se sei una donna sei meno all’altezza di quello che gli altri si aspettano da te. 
E quando potremo quindi mai festeggiare? Quando tra gli altri, quelli che si aspettano di più da te, saranno appunto solo “altri” e NOIci piaceremo così come siamo, con le nostre mancanze e debolezze.
Quando ogni donna stimerà l’immenso PATRIMONIO EMOTIVO che la natura le ha regalato e comprenderà che è un tesoro inestimabile e più che adeguato per vivere una vita, qualsiasi essa sia, degna di essere vissuta. In ogni sua sfaccettatura, in ogni suo momento.

BUONA FESTA delle DONNE a tutti

 

 

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