Libro: Le affacciate di Caterina Perali

Essere licenziati è molto più che perdere il lavoro.

Nina, voce narrante del nuovo libro di Caterina Perali, lo scopre subito. Le mail non arrivano più, il cellulare è ammutolito, non ci sono vibrazioni che muovono l’aria, tutto si ferma.
Le sabbie mobili della riduzione costi hanno inghiottito tutta la sua vita perchè la sua vita era il lavoro. Quel lavoro che ha fagocitato vita privata, tempo, passioni, amici, sonno. Tutto. Perchè se vuoi vivere a Milano e vuoi essere al centro del mondo che corre devi essere così, deve dare tutto. Non sei più tu, ma solo così esisti in quel mondo.
Poi un giorno, senza avvisaglie, arriva il benservito e Nina va in frantumi. L’unico appiglio che trova per non liquefarsi del tutto è una strana conta di chiodi che le offre piccole porzioni di materialità entro i quali restare sostanza.
Lo shock la rende muta, è impossibile confessare di essere stati licenziati, un’ammissione che renderebbe reale la fuoriscita dal mondo di chi è dentro.
La sua amica Anna con la quale comunica via social è il collegamento con fuori, con la sua vita di prima. E’ virtuale e reale, è la vita che corre via web dove si è sempre in contatto ma non ci si tocca mai. Poi arrivano altre donne a raccontare altre vite, altre realtà e tutto si condensa.
Poi c’è la svolta, una proposta di lavoro in arrivo via mail. Questo mondo non ha più niente di reale e Nina deve fare la sua scelta… Il resto lo scoprirete leggendolo il libro.
Quello che emerge forte è una nuova delirante forma di conformismo che proibisce alle nuove generazioni di vedere in là o semplicemente di avere un punto di vista diverso, laterale, aperto anche a nuovi sogni.
Senza sogni la vita è solamente un susseguirsi uguale di giorni.Senza sogni qualsiasi problema che la vita ti pone davanti sarà semplicemente insormontabile.
Per chi vuole iniziare, riprendere o continuare a sognare, consiglio la letture di “Le Affacciate”.

1580307837377_Copertina Le Affacciate - Caterina Perali - Neo Edizioni - Hi Res (002)

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Libro: Il pericolo di un’unica storia di Chimamanda Ngozi Adichie

Chimamanda Adichie è una delle scrittrici e pensatrici da conoscere per comprendere il tempo nel quale viviamo.

Adichie è nigeriana, in e in età adulta si è trasferita a Filadelfia per studio. Oggi vive tra la Nigeria e gli USA. I suoi libri, le sue lezioni, le sue parole rappresentano un ponte ideale e reale, necessario, tra la cultura occidentale e quella africana. Aiutano a comprendere un altro punto di vista, un modo di vedere quello che ci circonda da altre angolazioni. Inattese e per queste spiazzanti, eppure imprenscindibili per capire il mondo dove viviamo.

In questo piccolo libretto, esamina “il pericolo che crea il racconto di un’unica storia”, di un solo modo di leggere la realtà. Il pregiudizio più semplice, nel senso di quello che si trova ad affrontare tutti i giorni, è il racconto “dei poveri africani affamati”. Lei ha fatto ottimi studi e proviene da una famiglia dove la cultura è di casa, pertanto nella parte della povera africana non si ritrova. Senza contare sul fatto che l’Africa poi è un continente che comprende il Sudafrica ma pure il Mozambico, l’Egitto e il Ruanda, insomma culture, popolazioni e economie molto diverse tra loro. Parlare dunque di africani è una banalità, nella migliore delle ipotesi.

Il fatto è che a noi è arrivata una sola storia raccontata dell’Africa e quella prendiamo a metro di giudizio ogni qualvolta ci avviciniamo a qualcuno o qualcosa che proviene da quel Continente. E’ certo uno sterotipo e in taluni casi può essere efficace per avvicinare ciò che non conosciamo, ma dobbiamo essere consapevoli che gli STEREOTIPI sono INCOMPLETI. Rendono tutto uguale e tutto uguale non è. Adichie,come già fatto con gli altri suoi racconti, ci offre una visione su un mondo che può, anzi deve, essere letto in diversa maniera. Solo avendo più storie possibili potremmo comprendere appieno la realtà che ci circonda e vivere tutti in una società migliore.

UNICA NOTA NEGATIVA va a Einaudi perchè creare un libro su una lezione molto interessane ma breve, veramente breve, della Adichie sembra un modo per sfruttare il nome dell’autrice semplicemente per fare cassa.

978880624340HIG

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Libro e Teatro: Lasciamo andare madre di Helga Schneider

Lasciami andare madre di Helga Schneider è uno dei libri che tutti dovrebbero leggere perlomeno una volta nella vita.

Andrebbe letto perchè è  difficile commentarlo. Si può dire che è scritto meravigliosamente bene, ed è un fatto, ma le ragioni per le quali ciascuno di noi dovrebbe averne una copia vanno al di là dell’ottima tecnica narrativa.

La lettura ci restituisce quel pezzo di oscurità che in ognuno di noi cova. Tutti le persone sanno che non esistono uomini e donne esclusivamente buone o esclusivamente cattive, seppur poi queste categorie (bene e male) variano rispetto alle sensibilità morali di ciascuno. Eppure sapere che dal male, quello più inspiegabile, quello meno accettabile di tutti, si discende direttamente è durissima da accettare.

Avere una madre che ti abbandona a cinque anni per entrare nelle SS e diventare assistente di Mengele nel campo di concentramento di Auschiwtz è un destino crudele. Riuscire a cancellare le immagini della propria madre che inferisce torture disumane e bestiali è un processo di forza interiore che deve essere compiuto per non impazzire.
Scoprire che lei, la madre che ci ha generato, non si è mai pentita della scelta è oltre la capacità di comprendere …

La forza di Helga Schneider nel trovare dal passato la luce per andare avanti e MAI DIMENTICARE è la ragione per quale dobbiamo leggere l’opera tutta di questa scrittrice e interprete del nostro tempo.

Lasciami andare

Volevo ricordare anche la meraviglòiosa trasposisizone Teatrale  di LASCIAMI ANDARE MADRE del 2006
Musikdrama di Lina Wertmüller e Helga Schneider
dal libro “Lasciami andare, madre” di Helga Schneider
con Roberto Herlitzka, Milena Vukotic
impianto scenico e costumi Enrico Job
musiche Italo Greco, Lucio Gregoretti
luci Jurai Saleri
regia Lina Wertmüller

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Libro: Permafrost di Eva Baltasar

Permafrost è il primo romanzo della poetessa spagnola Eva Baltasar e, sin dalle prime pagine, è subito chiaro che la sua scrittura è figlia di un’audace e sofisticata amante delle parole.
Consiglio di leggere Permafrost a chi ama le scrittrici che disegnano con poche linee un momento, una condizione. La protagonista è sospesa in quel limbo temporale tra la giovinezza e l’età adulta. Ascolta il suo corpo, sa come funziona e sa come va nutrito, quali carezze concedergli per farlo star bene. Ma questa consapevolezza non si riverbera nella sua mente dove trova spazio il disagio di non sentirsi mai bene completamente.
Il Permafrost è quel ghiaccio dal quale è schiacciata, quel muro che la separa da fuori e non le permette di entrare in contatto con gli altri. Come uno specchio, però, il permafrost le fa vedere con precisa chiarezza quello che c’è dall’altra parte. I difetti, le mancanze e le carenze sue e di chi la circonda sono raccontati limpidamente, con ironia e dissacrante umiltà.
Sconsiglio di leggere Permafrost a chi dai libri vuole una soluzione, un suggerimento, l’indicazione di una strada perchè Eva Baltasar non ne fornisce. La sua protagonista, sospesa tra una non vita e la morte, è tutto fuorché consolante, in questo suo modo e in questo suo mondo dove soluzioni non ce ne sono.
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Libri e film: La verità negata di Deborah Lipstadt

La verità non può essere negata.

Ho conosciuto la storica Deborah Lipstadt attraverso il bellissimo film di Mick Jackson che ha mantenuto lo stesso titolo del libro. L’attrice che ha mirabilmente interpretato  la storica è Rachel Weisz e la sua interpretazione dona alla protagonista una luce di fragilità e forza che merita più di una visione.
Più di una visione perchè il tema di cui si parla è importante e profondo.
Uno storico inglese sostiene la tesi negazionista sui campi di concentramento nazisti e, siccome nei suoi scritti Deborah Lipstadt, sostiene che lui menta e le sue tesi non sono affatto storiche ma opere di fantasia quando non proprio false, lui la chiama in giudizio a Londra per diffamazione.
In maniera surreale, Lipstadt e la sua casa editrice americana devono dimostrare che i campi di concetramento sono veramente esistiti e che quindi non hanno diffamato lo storico inglese.

il libro è la storia del processo, della differenza tra la giustizia inglese e quella americana, della forza della verità dei fatti su un modo di vedere la realtà esclusivamente da un punto di vista.

In questo caso però il film è migliore del libro.
Nel film si comprendono chiaramente i tanti ingarbugliati meccanismi legali messi in atto dal collegio di avvocati inglesi della Lipstadt per mettere in risalto la fallacia dei ragionamenti dello storico negazionista. Si comprendono chiaramente le scelte di non far mai testimoniare la Lipstadt e i sopravissuti dei campi di concentramento.
Il libro si perde spesso in tematiche storiche che sviano l’attenzione dal nucleo della questione. Vale la pena leggerlo perchè sulla Shoah le parlore non saranno mai troppe, ma se vi capita e potete scegliere guardate il film.

Infine, per chi come me ricorda la battage mediatica che si scatenò alla fine degli ’90, ricordo che La verità negata è una storia vera.

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Libri: Ho ucciso Shahrazad di Joumana Haddad

Non lo so se mi è piaciuto ma mi ha fatto riflettere.

Un libro a metà tra il racconto di sé e il saggio che offre una panoramica sul mondo femminile arabo odierno molto più sfaccettato di quanto si creda in Europa.

SIn qua tutto bene, ho voluto leggerlo per questo motivo, per superare gli  inevitabili pregiudizi che avvolgono la società nella quale vivo e dai quali non riesco a sottrarmi del tutto.
E in parte mi ha aiutato a comprendere altri aspetti della vita delle donne arabe, in particolare il saggio è centrato sulla vita e sulle scelte personali e lavorative dell’autrice. Joumana Haddad ha fondato una rivista in lingua araba che parla di sesso in maniera chiara, senza sottigliezze filosofiche, senza linguaggi edulcorati, senza mezze misure,  focalizzando l’attenzione sul mondo delle donne che, nell’immaginario collettivo sia arabo che europeo, sono quanto più lontano ci sia dal sesso inteso come piacere del corpo. Ovviamente questa sua scelta le ha creato una valanga di critiche, quando non vere e proprie minacce e intimidazioni, e continuare sulla strada scelta è stato ed è un percorso faticoso e accidentato che le è costato molto. Eppure lei dice un percorso inevitabile, per lei necessario, vitale.
Su questo aspetto Haddad ha tutta la stima possibile e l’ammirazione per il coraggio dimostrato nello scavare un solco su un terreno duro e riottoso a qualsiasi scalfittura anche superficale e che altre, dopo di lei, potranno in qualche modo continuare a incavare con più semplicità.
Quello che non mi è piaciuto è il linguaggio della rabbia che Haddad utilizza.

Non è necessario essere arrabbiate per poter dire con parole precise e sicure che il mondo maschile deve integrarsi con quello femminile. DEVE perchè ormai non è più una scelta, sia in Europa sia nel complesso e variegato mondo arabo.
Non mi piace, poi, che la sua rabbia supportata da un innato coraggio e senso di ribellione ad ogni conformismo, le dia la carica per scagliarsi contro tutte le donne che accettano destini avversi.
A un certo punto avrei voluto dirle che NON tutte le donne riescono a trovare forza e coraggio necessari, aggiugno purtroppo, ma è così. Manzoni sostiene che “il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare” e quanto più se si è in una posizione di subalternità. La strada per raggiungere un equilibrio tra uomini e donne è lunga e, seppur sia necessario avere delle paladine che aprano nuove strade, non credo che ci sia bisogno di urlatrici arrabbiate che non accettano e contestino la condiscendenza delle altre. Le altre è necessario comprenderle, affiancarle, prenderle sottobraccio e accompagnarle ad allungare il passo per fare un balzo avanti. Le altre hanno bisogno di esempi che comprendono, sennò come fanno a tirar fuori quel briciolo di amor proprio nascosto e sepolto sotto mantagne di pregiudizi morali che infarciscono la testa delle donne da millenni?
Porsi come “demolitrice”, seppur ampiamente nel giusto, funziona se non si giudica chi la forza di demolire non ce l’ha.

Una lettura che prossimamente riprenderò sarà di un’altra autrice libanese che peraltro Hadda nomina come lettura necessaria e che affronta la questione donne da un altro punto di vista  … insomma ne riarleremo.

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Libri: La treccia di Laetitia Colombani

Questo libro mi ha catturato sin dalle prime pagine…

Probabilmente era il momento giusto per una romanzo di pura narrativa dopo tante letture di storie reali, biografiche e di saggi. Oppure probabilemente mi è piaciuto perchè è proprio un bel libro che intreccia tre storie di donne in modo mirabile e che in poche righe ti prende per mano e ti porta in India, per poi saltare a Palermo e infine approdare in Canada.

I capelli legano le storie di tre donne attraverso una treccia grande e la treccia di una bambina.

Mi sono ritrovata a fare il tifo per il viaggio di una, a sperare che l’amore potesse aiutare e sostenere un’altra e ad arrabbiarmi per l’ultima arrivata. Ma ho amato queste tre donne, così diverse, così lontane eppure così simili nella battaglia quotidiana per affermare sè stesse.

Leggetelo se vi piacciono le storie belle.
Leggetelo se vi piacciono le donne forti e indomite.
Leggetelo se amate le scrittrici che con poche parole sanno disegnare ampi panorami.

Leggetelo comunque perchè alla fine dona una bella sensazione di felicità.

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Storia di Nadia Temperini – La vita è una giostra – Dicembre 2019

La storia di Nadia emoziona e ci rende migliori oltre a infondere grande coraggio. Sul nr. 51 di Confidenze in edicola il 10 Dicembre 2019. BUONA LETTURA

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Storia di MIKI FORMISANO – Oltre le sembianze ( Ottobre 2019 )

La storia di MIKI sul r. 43 di Confidenze – Ottobre 2019 – è stata la storia più votata dsul web. La potete rileggere sul blog di CONFIDENZE 

Eccola:

Una delle cose che mi piace più fare è litigare con la mia compagna. Sapete quelle liti che si basano su niente, tipo: «Miki hai lasciato ancora il tappo del dentifricio aperto?». Io rispondo no con voce ferma, ma sicuramente l’ho fatto, mi dimentico sempre di chiuderlo dopo aver lavato i denti. Lei mette il muso poi io faccio una battuta, lei ride e tutto passa. Ecco, essere una coppia, condividere le abitudini quotidiane, sapere che la mattina ti svegli e che lei ci sarà, è qualcosa di straordinario. A tanti potrebbe addirittura apparire una banalità, ma per me è una fonte inesauribile di stupore. Ogni volta al solo pensarci sono scosso da brividi di gioia. Forse perché per arrivare dove sono, la strada è stata lunga, difficilissima.

Forse perché oggi sono quello che ho sempre voluto essere e finalmente la mia vita “fuori” coincide con quella che ho immaginato dentro di me.

Oggi sono Miki, ho 55 anni e sono un uomo anche per il mondo e la società, ma non è stato sempre così. Quando sono nata ero Michela, una bambina. Già quando avevo cinque anni ero il classico maschiaccio: giocavo, correvo, saltavo senza sosta. Per me era un problema mettere la gonna, la mia eccessiva vivacità insieme a un disagio interiore al quale non sapevo dare un nome, mi portava a impormi sugli altri e a essere a tratti aggressiva se non addirittura violenta. Questo mio atteggiamento, in breve, mi fece diventare il capro espiatorio di qualsiasi cosa accadeva intorno a me, anche di quelle con le quali non c’entravo niente. Se a scuola mancava una merendina da qualche banco, di sicuro ero stata io a prenderla. Se qualcuno faceva a botte e io ero nei paraggi, era colpa mia. Avere tutti contro, però, esasperava i miei comportamenti. Più mi dicevano che ero indisciplinata e più mi arrabbiavo. Era come se da me tutti si aspettassero solo guai e guai e problemi erano quelli che io davo. Poi è arrivata l’adolescenza e con essa i cambiamenti del corpo. All’improvviso mi sono ritrovata con un seno da nascondere e tutti gli annessi del caso. Quando mi guardavo non potevo credere di essere io quell’immagine riflessa nello specchio. L’unico conforto in quel periodo è stata una suora che a scuola mi difendeva dalla cattiveria gratuita degli altri. Lei aveva compreso il tormento che mi portavo dentro e non mi guardava con sguardo severo o di compatimento come facevano tanti. Per lei ero una persona che aveva bisogno di essere amata per quello che era. A casa le cose andavano così così. In famiglia, specie nel sud Italia, quando avevi un figlio o una figlia con “quel problema” facevi finta che il problema non esistesse e la mia famiglia non faceva eccezione.

Ora da adulto comprendo il loro disagio e non ce l’ho con nessuno. Giudicare oggi sarebbe semplice, allora si faceva quello che era possibile fare e per me di soluzioni non ce n’erano. Ero incastrato in un corpo che mi era completamente estraneo. Ero un uomo in un corpo di donna. L’unica via che mi restava per urlare la mia rabbia per questa ingiustizia era ribellarmi a tutto ciò che rappresentava la normalità. Se non potevo essere quello che volevo, allora non avrei rispettato neanche le regole della quotidianità che valevano per tutti gli altri. Avevo solo voglia di spaccare tutto, di infrangere qualsiasi norma possibile. Così è iniziata la mia discesa agli inferi nel mondo della droga. Gli anni Ottanta erano gli anni dell’eroina e arrivarci è stato molto più semplice di quanto immaginassi.

 

Vivevo ai margini della società e quando si è in certi contesti si smarrisce il senso etico, non si comprende più la differenza tra ciò che è bene e ciò che è male. L’unica cosa che mi ha aiutato è stato il fatto di  non essere cacciato di casa e avere comunque un punto di riferimento, una famiglia. Quando è arrivato il primo arresto a seguito di alcuni reati commessi, ho perso anche quell’unico appiglio. In carcere essere tossicodipendente è un’ulteriore condanna che ti espone a qualsiasi sopruso. Lì ho conosciuto gente di tutti i tipi. Una cosa però è certa: se si può uscire dal tunnel della droga, non è in carcere che questo avviene. Me la sono cavata con l’unica carta che conoscevo, mi sono imposto con la forza, ma non tutti vi riuscivano e sopravvivere ogni giorno era dura. Allora nella mia vita c’era Anna e, nonostante il carcere, l’ho amata e difesa finché ha pagato con la vita i comportamenti a rischio ai quali ci si poteva esporre nella condizione di tossicodipendenza: scambi di siringhe o rapporti sessuali non protetti. Nel frattempo, uscivo e rientravo dal carcere perché i conti con la giustizia erano lenti, ma inesorabili e andavano pagati. Mio padre e mia madre mi accoglievano come potevano e cercavano di darmi consigli, ma la rabbia che avevo dentro era incontenibile. Poi quando credevo che la mia vita fosse tutta a rotoli, ho avuto la batosta più dura di tutte. A metà degli anni Ottanta, la Sanità pubblica iniziò a fare dei prelievi di sangue su particolari fasce di popolazione per capire la diffusione dell’Aids. La malattia era misconosciuta e allora si pensava che fosse esclusivamente legata alla comunità gay e dei tossicodipendenti. Dai controlli risultai sieropositivo. Nel 1985 questo significava morire.

 

Le cure erano pochissime e costose e quello che si sapeva sulla malattia era ancora meno. Nel mio caso una siringa utilizzata insieme ad altri per iniettarmi eroina deve aver veicolato il virus. La notizia mi ha devastato. Già mi sentivo emarginato per la mia identità sessuale, adesso diventavo un reietto. Anche in casa era diventato difficile stare. Bere un bicchiere d’acqua o andare in bagno era per mia madre, preoccupata per i miei fratelli e sorelle, una fonte di immensa inquietudine. Non so come, però sono riuscito ad andare avanti. Poco dopo Tonia, la mia migliore amica, si è ritrovata in ospedale. Anche per lei la condanna sono stati i comportamenti a rischio avuti nel periodo della tossicodipendenza. Una complicazione al fegato la stava divorando.

Tonia è stata sin dall’infanzia la mia migliore amica e, anche se oggi non c’è più, lo resterà per sempre. La sua malattia era insopportabile, non volevo che se ne andasse, ma non c’era nulla che si potesse fare, purtroppo.

Al capezzale di Tonia ho conosciuto sua cugina, l’unica parente che venisse a darle conforto. Quando l’ho vista, ho avuto un colpo al cuore. Era lei. Marilena. La nostra storia è iniziata senza che né io né lei l’avessimo preventivato o solo voluto e mi ha donato una forza straordinaria. Un amore così forte che mi ha portato a scegliere la vita, a comprendere il mio disagio interiore.

Marilena era al di fuori di qualsiasi giro da me frequentato fino ad allora ed è andata oltre le apparenze, mi ha amato come persona. Lei è stata la mia occasione per riprendermi in mano la vita. E così con uno sforzo enorme di volontà, ho provato a risalire lentamente la china. È stata dura e non avevo certezze per il futuro, ma sapevo che non volevo tornare indietro e, soprattutto, che volevo provare a vivere e ad amare essendo finalmente riamato. La via per noi è stata lunga, io avevo la mia vita da riprendermi e lei aveva nodi familiari che doveva prima sciogliere. Ci siamo presi tempo e siamo andati avanti, finché non siamo riusciti a vivere finalmente insieme. Nel frattempo, grazie ai primi gruppi sul web, ho iniziato ad avere contatti con varie persone che avevano già iniziato il percorso per cambiare genere. Gli incontri che sono seguiti mi hanno aperto un mondo di informazioni e sostegno, se volevo potevo diventare davvero Michele. Ci ho provato, non avevo altra scelta.

 

Avevo lasciato alle spalle la droga, la rabbia, il disagio di essere diverso, la paura di amare, volevo, anzi dovevo lasciare alle spalle anche Michela. Ho iniziato il percorso di adeguamento di genere e oggi sono Michele, per tutti Miki, il nomignolo con il quale mi conoscono. Ho percorso chilometri per arrivare dove sono e ho deciso che tutta questa strada, questa fatica, la voglio dedicare agli altri. Oggi sono presidente di Cest, Centro per la salute dei trans che ha sede a Taranto, la mia città. È un’associazione che ha un approccio innovativo nella presa in carico delle persone transgender. Offriamo sostegno e informazioni anche online in modo da poter raggiungere anche le persone fisicamente più lontane geograficamente. La disforia di genere è un tema ancora di nicchia e l’argomento della salute dei transgender lo è ancora di più. Nella fase di transizione, quando il corpo è già adeguato mentre i documenti riportano ancora i vecchi dati anagrafici, i problemi possono essere quotidiani.

Tutti gli operatori sanitari dovrebbero essere preparati ad accogliere la persona per le necessità legate alla salute, mentre spesso ci si ritrova davanti sguardi inquisitori e pregiudizievoli e questo è uno dei fattori che allontanano molte persone transgender dalla prevenzione e dal prendersi cura di sé. Una delle mie battaglie è fornire strumenti alla mia comunità e alla società in generale per superare queste barriere. Il diritto alla salute è sacrosanto per ogni cittadino a prescindere dall’orientamento sessuale o identità di genere. Non so se ce la farò, ma ci provo.

11 Storia di Miki Formisano Ottobre 2019

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Storia di Stefania D’Agostino – Settembre 2019

Sul nr. 41 di Confidenze in edicola dal 01 ottobre 2019 c’è Stefania D’Agostino. Leggete la sua storia di forza e caparbietà per la vita.

 

“Vinco io, anche questa volta vinco io.”

 

Mi chiamo Stefania, ho 48 anni e sono innamorata della vita. Se qualcuno mi chiedesse la frase che più mi rappresenta, utilizzerei esattamente queste parole: amo la vita che per me significa movimento. Sono sempre stata una persona sportiva, energica e solare. Soprattutto sportiva, direi. Sin da piccolissima nuotavo e mi allenavo tutti i giorni tanto che la piscina era la mia seconda casa.  Amavo anche sciare, prendevo la prima e l’ultima funivia. Non c’era pista in ombra o ghiacciata che mi spingesse a rientrare prima, sciavo fino all’ultimo raggio di sole disponibile. Andavo a scuola con i pattini a rotelle. Al parco a giocare a hockey o a football americano. Equitazione durante il weekend. Al lavoro in bici. A stare ferma non ci riuscivo proprio, ogni cosa che facevo era un’occasione per muovermi. Poi con l’amore, nel 2002 è arrivata la gioia di diventare madre e la vita mi ha donato Isabella. I primi due anni con la mia bambina sono stati fantastici, unici. Poi è accaduto qualcosa. Ho iniziato ad essere stanca. Ero uno stato che non mi apparteneva, fino allora ero stata sempre elettrica, intuivo che c’era qualcosa che non andava. Quando ho iniziato ad avere la febbre, ho fatto tutti gli esami utili e l’esito era da togliere il fiato. Mi hanno diagnosticato la leucemia mieloide cronica. La mia Isabellina aveva 2 anni e 1 mese ed io avevo la leucemia. Ero  paralizzata dal terrore e sentivo che il mio corpo cadeva a pezzi. In mille pezzi. E’ iniziata la trafila di esami, visite mediche, cure e viaggi per trovare l’istituto migliore che potesse aiutarmi. Ho peregrinato in diversi ospedali  finché non sono arrivata a Bologna. Lì ho trovato un dottore che, oltre ad essere un valido medico, è una persona con un grande cuore e, oggi, posso dirlo anche un caro amico. Nel marzo 2004 ho iniziato la cura con un nuovo farmaco. Le strade in salita mi sono sempre piaciute, amo le sfide, ma la montagna che mi si parava davanti era enorme, il mio personale  Everest, e ce la dovevo fare. Era una sfida che volevo vincere con tutta me stessa. Non sapevo se la mia forza sarebbe bastata, purtroppo per alcuni meno fortunati non basta, ma ci dovevo provare fino all’ultimo. Ogni mattina guardavo la mia bambina e mi caricavo di energia per trascorrere la giornata. Non potevo abbandonarla, non potevo lasciarmi andare. Sono stati tre anni durissimi. La mia vita, e anche quella di chi mi era vicino, era radicalmente cambiata. Il mio corpo mi era diventato estraneo. Tremavo di freddo anche d’estate, la luce del sole mi feriva gli occhi, lo stomaco si ribellava. Avrei voluto reagire come avevo sempre fatto, sfogandomi col movimento, ma era diventato impossibile. Facevo dei tentativi, ma la stanchezza cronica prevaleva su tutto. Sono dovuti trascorrere altri quattro anni per poter sentire le parole “magiche” pronunciate dal mio dottore “sospendiamo la cura, la leucemia è domata”. Perché la leucemia si doma, ci si può vivere insieme, ma non si può ancora sconfiggere con le attuali conoscenze mediche. Piano piano i crampi e l’eterna stanchezza sono spariti, le unghie hanno ripreso a crescere normalmente, i cerchi neri da malata cronica sono andati lentamente sbiadendo e i capelli si sono ricompattati in una criniera. Sono tornata ad essere io, a riconoscermi per davvero. La mia Isabella è diventata nel frattempo una bambina bella e atletica. Guardandola mentre si allena per la sua prima gara di triathlon ho sentito crescere in me, oltre alla voglia di riprendere a fare sport, anche la possibilità di farcela. Non so ser per le altre persone è lo stesso, ma per me muovermi è un’esigenza vitale. Ho bisogno di sentire il sangue che pulsa nelle vene, ho bisogno di una sfida, di un limite da superare. Non è come pensano in tanti una sfida per arrivare prima, la prova più importante è quella che mi permette di superare il mio personale limite raggiunto nella corsa, nella nuotata, nella sciata precedente. La mia vita riprende. Ritrovo stabilità, forza, coraggio. Fino a dicembre 2015, quando mi diagnosticano un carcinoma al seno destro maligno. Mi crolla di nuovo il mondo addosso, ma stavolta mi sale in corpo, oltre ad una paura folle, anche una rabbia incontenibile e la rabbia il motore con il quale combatto questa nuova battaglia. Mia figlia e la mia dolcissima cagnolina sono le mie alleate. Ogni giorno mi ripeto come un mio personale mantra  che “la vita è un opportunità, non voglio sprecarla, non voglio buttarla, devo reagire”. E supero anche questo. Dopo i tempi di recupero, riprendo il triathlon, il mio nuovo amore. Nuoto, bici e corsa a piedi tutto di filato, sono i miei nuovi amici e i traguardi da raggiungere. Mi sento viva. Sono io, non posso fermarmi. Prima dell’operazione al seno avevo dato la mia parola alla squadra che avrei dato il mio contributo per la staffetta nel nuoto e, senza dire a nessuno dell’operazione subita, dopo pochi mesi mi butto a capofitto negli allenamenti. Quella staffetta era il mio obiettivo, e se c’è una cosa che ho imparato in questi anni, è che non bisogna mai perdere gli obiettivi: sono il motore di tutto, e senza quelli la vita si ferma. La differenza però stavolta la fanno le mie compagne di corso. Le trovo ad ogni allenamento e sono sempre pronte a sostenermi, a spronarmi e sopra ogni cosa e a credere in me come io credo in loro. Lo sport è unione e per me questo è il valore più alto che ci possa essere. Insieme  si possono traguardare risultati insperati che da soli sarebbe quasi impossibile raggiungere. Sull’onda dell’entusiasmo per la “nuova guarigione” decido di provarci e mi butto a capofitto nel mio primo “ironman” a staffetta. Io nuoto, poi passo il testimone alla compagna che corre in bici che, a sua volta, lo passa a quella che corre. Con le mie due compagne di viaggio dobbiamo allenarci per completare quattro chilometri di nuoto, centottanta chilometri in bicicletta e quarantadue chilometri di corsa. Ecco cos’è un ironman. Una sfida competitiva, una prova dove vince chi ha contemporaneamente  fiato e testa, oltre ad un’estrema fiducia nelle altre compagne di viaggio. E io ci voglio provare. La gara si svolge a Maastricht, la città dove è nata e cresciuta mia madre. Le mie zie sono lì e fanno il tifo per me. Quando sento l’inno Olandese torno indietro nel tempo a quando ero piccola e inizio a piangere. Poi il gong da il via alla competizione e piango. Un fiume di lacrime nostalgiche, incredule e piene di felicità che fanno scorrere via tutta la disperazione, la rabbia, l’angoscia accumulata in tutti questi anni. Sono solo felice. Viva. Dopo Maastricht, segue la gara di Francoforte, un full ironman, la gara più impegnativa che ci sia. Devo fare tutto da sola, nuoto, bici e corsa. Sola con la mia testa e la mia anima. Gli allenamenti sono massacranti, ma quando hai attraversato il cerchio di fuoco della leucemia e del cancro, le cose appaiono sotto un’altra luce. Anche la stanchezza che ti toglie il fiato la sento come positiva. Le mia bambina  e la mia cagnolina mi seguono d casa. In tanti,  familiari e amici, mi seguono attraverso una app creata apposta per la gara. Non sono sola. Ho un sorriso infinito per tutta la gara, di quei sorrisi che non sai spiegare e che non puoi trattenere. Ho voglia di vivere, di riscatto, di passione, ho su le ali della vittoria e della felicità. E poi vedo il tappeto rosso dell’arrivo. L’urlo liberatorio mi rimbomba ancora nelle orecchie e mi libera per sempre. Dopo la gara, ho rotto l’ultimo muro che mi separava dalla completa liberazione dalle malattie, ho raccontato la mia storia. Alle mie amiche della squadra, ai miei colleghi, a chiunque voglia ascoltare. Il grosso fardello che avevo dentro da ben 14 anni mi è finalmente scivolato dalle spalle. Adesso sono guarita. Sono viva.

10 - Storia di Stefania D'Agostino 1

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