Storia di NATALIA – Gennaio 2017

La storia vera più apprezzata dalle lettrici questa settimana è “Natalia” di Giovanna Brunitto, pubblicata sul n. 4 di Confidenze.

http://www.confidenze.com/cuore/natalia/

“Ci vuole più coraggio e amore a lasciare andare un figlio che a tenerselo sempre con sé.” La mia storia è racchiusa in questa frase. Ogni mattina e ogni sera me la ripeto ad alta voce guardandomi allo specchio e cerco tra le lacrime il mio viso nello specchio. Sono Natalia, sono sempre io, sono uguale a prima eppure tutto è cambiato. Non riesco a capire come la mia faccia possa essere sempre la stessa dopo quello che è accaduto. Ma forse questa è la punizione che mi tocca per non essere stata in grado di trovare una strada che mi permettesse di tenere con me la mia bambina. Resto giovane e attraente all’esterno mentre dentro sono vecchia e brutta e con un pezzo di vita definitivamente morto che nessuno al mondo mi ridarà più. Perché quando ho deciso di rinunciare a mia figlia per darle la possibilità di essere adottata da una famiglia vera, sapevo che non sarei potuta più tornare indietro. Non auguro a nessuno mai di dover fare una scelta simile. Perché non è un dolore spiegabile a parole. È come morire però restando in vita. Per gli altri tutto prosegue normalmente e invece, per me, la vita si è fermata a quel giorno. Io ogni mattina mi sveglio e prima di rendermi conto dove sono, rivivo la mia storia. Sono nata in Romania, in un piccolo paesino vicino al confine bulgaro. I miei genitori erano contadini, eravamo poveri ma avevamo di che mangiare. Quando ho compiuto sedici anni, un mio cugino mi ha invitato a seguirlo in Italia per lavorare e vivere con lui. A me l’Italia pareva un sogno, vedevo le immagini scintillanti alla televisione delle città e delle vetrine e restavo abbagliata. Siamo partiti poco dopo. Per due anni abbiamo vissuto in un piccolo appartamento di Bergamo e abbiamo lavorato. Io facevo le pulizie e lui il fabbro. A modo nostro, ci siamo voluti bene. Poi è arrivata la crisi e lui ha perso il lavoro ed è iniziato un periodo nerissimo. Constantin, questo il suo nome, ha iniziato a bere sempre di più ed è diventato violento. Solo con il mio lavoro mantenersi entrambi era impossibile. È stato in quel periodo che ho scoperto di essere incinta. Non l’ho detto subito a Constantin. Speravo dentro di me che la situazione migliorasse e che trovasse un lavoro. Ma così non è stato. Quando la pancia ha iniziato a vedersi, abbiamo litigato violentemente ma io quel bambino lo volevo e gliel’ho urlato con tutte le mie forze. Il giorno dopo Constantin se n’è andato lasciandomi sola e con i debiti da onorare. Mi sono fatta forza e su suggerimento della signora dove lavoravo, ho trovato posto in una casa famiglia che aiutava donne in difficoltà. Ecco posso dire che quello è stato il periodo più bello della mia vita. Avevo la mia bimba che cresceva con me, vivevo in un posto tranquillo e caldo e avevo da mangiare bene e abbondante. Il lavoro l’ho lasciato perché la casa famiglia era in un’altra città. La mia piccola è arrivata a febbraio. L’ho chiamata Ioana che in Romania è un nome di buon augurio che dona grazia a chi lo porta. È stata una bimba buona sin da subito e non mi ha dato alcun fastidio. Cresceva che era un amore. A Natale però è arrivata la notizia, la casa famiglia per l’anno nuovo non avrebbe ricevuto più i fondi e io e altre quattro donne non potevamo più stare lì. Così è iniziato il mio calvario. Sono andata da alcuni amici che mi hanno ospitato per un mese, ma due bocche da sfamare erano troppe e sono dovuta andare via. Ho cercato di contattare la mia famiglia in Romania, ma la situazione lì era drammatica e non mi hanno voluta. Ho cercato di fare qualsiasi lavoro mi capitasse, ma con una bambina piccola era molto difficile trovare qualcosa. E i soldi non bastavano mai. Ioana aveva bisogno di pannolini, di stare al caldo, di mangiare regolarmente. E io non potevo darle niente. Ho anche rintracciato Constantin tramite dei parenti. Era in Germania, ma chiaramente mi ha detto di non cercarlo più. A lui di nostra figlia non importava proprio niente.

Ero da sola. Andavo a mangiare alla Caritas a pranzo e, durante il giorno, stavo dentro un centro commerciale che garantiva un ambiente caldo alla mia bambina. Di sera cercavo di dare meno fastidio possibile a qualche amico o parente che mi ospitava, ma sapevo che non sarei potuta andare avanti molto in questo modo. Sono tornata alla casa famiglia e ho cercato aiuto. La coordinatrice, Eliana, mi ha dato ospitalità e la mattina successiva abbiamo parlato a lungo insieme.

È stata lei a dirmi, per la prima volta, che potevo dare la mia piccola in affido a un’altra famiglia e permettere così alla bambina di avere una casa vera dove stare. L’idea di separarmi dalla mia Ioana era tremenda, ma vederla piangere per il freddo e per la fame era peggio. Allora ho accettato e Eliana mi ha aiutato con i servizi sociali e il Tribunale a preparare gli incartamenti. Ho tenuto la mia bambina con me ancora per cinque mesi, poi a settembre l’ho consegnata alla famiglia scelta per l’affido. Ioana ha pianto un po’ ma è andata in braccio alla donna che l’ha presa e le ha sorriso tra le lacrime. Sembrava sapesse che quella donna mi avrebbe sostituito. Sono rimasta da sola e ho trovato lavoro come badante a tempo pieno per un signore anziano. Una volta ogni quindici giorni andavo dalla mia bambina e la gioia che mi prendeva quando la vedevo così in salute, ben vestita e protetta, mi dava la carica per affrontare altri giorni di solitudine. E poi a Natale ho deciso. La famiglia che aveva in affidamento la mia Ioana poteva darle quell’amore e quella sicurezza che io non avrei mai potuto garantirle. E la mia presenza a lungo andare avrebbe iniziato a dare problemi, forse imbarazzi, alla mia piccolina. Se volevo il bene della mia bambina dovevo scomparire dalla sua vita. Così ho firmato le carte per l’adozione. Sono trascorsi altri mesi e il Tribunale ha chiuso la pratica. Ioana non è più mia figlia. I suoi nuovi genitori mi hanno promesso che da grande le racconteranno la nostra storia e, se lei vorrà, verranno da me. Quando accadrà le dirò che ho rinunciato a essere madre per farle avere la migliore vita possibile. Saperla felice e al sicuro, anche se lontano da me, è l’unica ragione che mi fa andare avanti ogni giorno.

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Storia di Loredana – Echi di Zampogne – Dicembre 2016

Su Confidenze di Natale – 2016 Echi di zamponge -Natale -21 Dicembre 2016_Pagina_1Echi di zamponge -Natale -21 Dicembre 2016_Pagina_2

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Storia di Paola – Novembre 2016

La storia più apprezzata della settimana è “Non sei più tu” di Giovanna Brunitto, pubblicata sul n. 44 di Confidenze.

Sul blog di CONFIDENZE – Storia vera di Paola F.

Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee” con queste parole il poeta Gibran descrive cosa un genitore può dare ai propri figli e ogni volta che ci penso il mio cuore si fa pesante e mi chiedo cosa abbia dato io a mio figlio. La risposta a oggi non la so dare, non vedo Alberto da mesi. Ma andiamo con ordine. Mio figlio è arrivato che avevo appena finito l’Università, avevo 25 anni. Ci siamo sposati in fretta io e Nicola e, per quel bimbo in arrivo, avremmo fatto qualsiasi cosa. Nicola aveva appena iniziato a lavorare come commercialista in uno studio e lo stipendio era modesto, ma ce l’abbiamo fatta con tanto amore e tanti sacrifici. Dopo qualche anno, avevamo uno studio nostro, una bella casa e un bambino che adoravamo e viziavamo. Niente era mai troppo per il nostro Alberto. Vacanze e soggiorni all’estero d’estate, settimana bianca in inverno e scuole private per dargli un’educazione che fosse la migliore possibile. Alberto non è mai stato portato per gli studi ma con diversi aiuti e ripetizioni varie, alla fine si è diplomato. L’adolescenza è stata per nostro figlio un periodo di indolenza e, nonostante i mille stimoli che gli proponessimo, niente sembrava interessarlo per davvero. Aveva qualche amico e aveva avuto anche qualche ragazzina, ma se restava solo non se ne faceva un problema. Si chiudeva nella sua camera per interi pomeriggi a fare niente. Io e Nicola lo osservavamo preoccupati, ma studiava quanto basta, era tranquillo e non ci dava particolari problemi, quindi non potevamo dirgli niente se non di avere più interessi, di praticare qualche sport, di uscire un po’ di più. Avremmo fatto qualsiasi cosa per quel ragazzino, per vederlo contento, ma lui era solitario e parlava poco con noi, non sapevamo niente di cosa pensasse o di come si sentisse, e poi, in fondo pensavamo che tutti i giovani sono così a quell’età.

Finito il liceo, gli abbiamo regalato un viaggio negli Usa promesso da anni; ci sembrava un inizio importante per la vita da adulto, gli sarebbe servito per staccarsi un po’ dal nido e rendersi più indipendente anche nelle cose quotidiane. Questo è quello che ci dicevamo per rassicurarci, vedere Alberto partire da solo ci faceva paura, ma dovevamo accettare che stesse diventando adulto. Al ritorno avrebbe dovuto iniziare la facoltà di Giurisprudenza, scelta da lui. Ad agosto, dopo un mese che era via, chiamò per dirci che non sarebbe tornato subito ma avrebbe prolungato il viaggio di qualche settimana. Era a Long Beach in California e aveva conosciuto dei ragazzi che si allenavano sulla spiaggia per dei campionati di culturismo, voleva restare fino a settembre per assistere alla gara. Io e mio marito eravamo contenti di sentirlo entusiasta e anche meravigliati perché, fino a quel momento, non si era mai interessato di sport e cura dei muscoli.

A quella telefonata ne seguirono altre e le richieste erano sempre le stesse, soldi e altro tempo per stare negli Stati Uniti. L’iscrizione all’Università nel frattempo era saltata. La contentezza mia e di mio marito svanì presto, continuavamo a chiederci cosa stesse succedendo e se avessimo fatto bene a mandarlo così lontano da solo. Alberto al telefono ci parlava di palestre, di ragazze, di cantanti e musica rap. Non capivamo i suoi interessi ed eravamo molto preoccupati, ma ci dicevamo che se questo era il suo desiderio, l’avremmo assecondato, perché quello che ci è sempre stato a cuore più di ogni altra cosa al mondo è la felicità di nostro figlio. Digerire che non andasse all’Università non è stato semplice per me che già lo immaginavo avvocato di grido in tutti i tribunali italiani, ma pian piano mi sono abituata all’idea. Forse, pensavo tra me e me, quando torna in Italia approfondirà l’esperienza americana e proseguirà gli studi di Educazione Fisica, magari potrebbe diventare insegnante. Cercavo di calmarmi da un’ansia subdola che mi divorava e che a stento placavo. Avevo sempre riso di quelle mamme che sono costantemente preoccupate per i figli e adesso ero diventata una di loro. Poco prima di Natale, Alberto rientrò in Italia e il mio ragazzino emaciato e scontroso era scomparso per dare spazio a un giovane uomo abbronzato e muscoloso. Nel giro di qualche mese era cambiato nel fisico ma anche nei pensieri. Aveva idee estremiste che erano lontane ed estranee alla nostra famiglia. Ce l’aveva con gli immigrati e con le tasse esose che secondo lui non dovevano essere pagate. Io e Nicola, all’inizio, lo prendevamo in giro perché gli dicevamo che se fosse stato così noi, essendo commercialisti, saremmo rimasti senza lavoro, ma Alberto sembrava non cogliere l’ironia e continuava con le sue invettive. E poi è iniziato il valzer delle ragazze. Una dopo l’altra, consumate come caramelle, tutte appariscenti e vuote, tutte uguali. Ero atterrita dalla nuova vita che Alberto portava avanti. Avevo la sensazione di perderlo a piccoli pezzi, ogni giorno di più. Non ci assomigliava e non aveva neanche voglia di assomigliarci. Era diverso, ma in una maniera per me inaccettabile. Non mi piacciono le persone che hanno idee estremiste, non mi piacciono i razzisti, non mi piacciono quelli che buttano via le giornate senza impegni come se il futuro non fosse da costruire, non mi piacciono gli uomini che trattano le donne come oggetti da consumare. E mio figlio era una di queste persone. Ero lacerata dal dolore. Volevo scuoterlo, volevo tirarlo via da questo limbo dov’era ma non sapevo come fare. Ogni volta che intavolavamo un discorso, finiva con urla e litigi. E se provavo a parlarci da sola, era pure peggio. Alberto mi diceva che si vedeva lontano un miglio che non approvavo le sue scelte, ma a lui andava bene così. Sbatteva qualcosa e se ne andava. Qualche mese dopo, ha trovato lavoro in una palestra e le cose si sono assestate. Le ragazze erano sempre tante e le sue idee sempre estreme, ma in casa era più tranquillo e con il passare del tempo anch’io e Nicola ci siamo calmati. Poi, come una giornata di sole dopo un lungo inverno piovoso, è arrivata Morena. Ce l’ha presentata una domenica pomeriggio. Morena è una ragazza incantevole, e non solo perché è molto carina, ma per il suo carattere determinato e dolce, forte e sensibile allo stesso tempo. Alberto l’ha conosciuta in una delle palestre dove lavorava e si sono fidanzati dopo pochi mesi. Morena mi è piaciuta sin da subito. È orfana di entrambi i genitori, mancati in un incidente quando lei era ancora una bambina, eppure è come se i suoi li portasse dentro. Li nomina spesso e sento molte volte che cita a esempio gli insegnamenti che le hanno lasciato i suoi genitori. È cresciuta con la nonna materna e seppure deve essere stata molto sola, è una ragazza solare e sorridente che ama la vita, sempre buona e gentile verso tutti. È difficile non volerle bene. Ecco, se avessi avuto una figlia femmina, io l’avrei voluta così, come Morena. Lei e Alberto sono andati a convivere ed è stato bello vedere il loro amore crescere. Alessandro e Gaia, i miei nipoti, sono arrivati nel giro di un paio d’anni e sono quanto di più bello la vita abbia dato a tutti noi. La magia si è rotta circa sei mesi fa, quando Morena mi ha confessato che Alberto la tradisce. L’ha già fatto una volta e lei lo ha perdonato, ma adesso, mi ha detto, non può più farlo perché Alberto deve crescere e imparare che se vuole essere amato, deve prima amare. L’ho abbracciata forte Morena, e mi è apparsa ancora più piccola di quanto in realtà sia. Ho capito cosa diceva e l’ho sentita vicina al mio cuore più che mai. Abbiamo pianto insieme. Ho provato a sentire la versione di Alberto e ho provato a farlo ragionare. Buttare via una famiglia in quel modo era una crudeltà verso i bambini e anche verso se stesso perché nessuno l’avrebbe mai amato come Morena.

Ma Alberto non ha sentito ragioni e urlando mi ha detto che lui aveva il diritto di vivere e che nessuno lo poteva tenere incatenato. La superficialità dei suoi ragionamenti mi ha colpito con la forza di un pugno, dritto alla bocca dello stomaco.

Alberto non ha mai nominato i suoi splendidi bambini, come se neanche gli appartenessero.

Allora ho pianto tutte le mie lacrime. Per il fallimento come madre e soprattutto perché non ho saputo insegnare a mio figlio i valori importanti della vita: la famiglia, l’onestà verso gli altri, la fedeltà, il rispetto degli impegni presi, la perseveranza. E ho preso la decisione più difficile della mia vita. Se Alberto voleva lasciare la sua famiglia non potevo impedirlo, ma io non avrei più voluto vederlo, né parlargli. Non avrei potuto accettare di fargli ancora una volta da paracadute. Io e Nicola abbiamo parlato con Morena e le abbiamo detto che noi ci saremmo sempre stati per i nipotini e per lei. E questo è quello che facciamo da sei mesi: aiutiamo Morena e per la prima volta dopo anni ci sentiamo bene, in pace. Morena ci tratta come due genitori ansiogeni, ci porta Alessandro e Gaia al mattino presto così li accompagniamo a scuola. Poi riprendiamo i bimbi al pomeriggio, prepariamo le merende e li riportiamo da lei. Con lo studio e grazie a degli ottimi collaboratori riusciamo ad avere tempo per i nostri nipotini. La domenica sono a pranzo a casa da noi. Siamo una vera famiglia. Abbiamo detto a Morena che se vorrà, potrà trovare un nuovo compagno, noi la comprenderemo, ma lei ci ha risposto di non pensarci proprio perché i bimbi la tengono già troppo occupata. In fondo so qual è la verità: lei aspetta Alberto, aspetta che torni. E in questo siamo ancora più unite, perché anch’io sono in attesa. Mio figlio farà tanti giri, per lui il sentiero della maturità è più lungo e tortuoso che per altri, ma poi verrà da noi e noi saremo qui ad aspettarlo. Noi siamo la sua famiglia.

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Storia di Eliana (Maggio 2011)

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Oggi è il mio compleanno, ho 38 anni e sono serena. Guardo la mia bambina che mi trotterella intorno giocando con la sua borsetta rosa piena di trucchi e mi meraviglia ogni volta il suo senso estetico, così spiccato a soli tre anni. Mia figlia è più della mia vita, lei è la mia rinascita. Grazie a lei e al suo papà sono uscita da un periodo senza luce, non saprei dire neanche quanto lungo, so solo che ero viva nel fisico ma morta nell’anima. Racconto la mia storia perché spero possa essere d’aiuto a qualcun altro e rappresentare una speranza per un nuovo inizio.  La mia prima vita è finita il 14 ottobre del 1999 ad Amarillo in Texas. Io e Luca stavamo percorrendo la Route 66, strada che taglia a metà gli Stati Uniti. Era stato il nostro sogno da sempre, avevamo fantasticato e risparmiato per quel viaggio per tutti gli anni dell’Università. Ci era sembrato naturale farne la meta del nostro viaggio di nozze. Avevamo raggiunto in aereo New York, da lì in volo a Los Angeles e poi con un fuoristrada a noleggio via verso il deserto. Le foto scattate fino ad Amarillo mostrano due ragazzi felici e spensierati, pieni di vita ma io non ricordo quasi niente. Della me che ride all’obiettivo, dei miei pensieri, dei miei desideri per il futuro non ho memoria. Tutto è svanito in una manciata di secondi. Luca guidava ed io canticchiavo; una buca; la jeep va fuori strada; Luca sterza e la macchina si ferma su un cactus gigante. Io illesa, Luca fermo con lo sguardo vitreo. Alcune persone che ci seguivano in strada ci soccorrono ma non c’è niente da fare. Della corsa in ospedale, della chiamata al consolato, dell’attesa per l’arrivo dei miei genitori ho ricordi sfocati. Ricordo bene, però, la sensazione di straniamento, come se quello che accadeva intorno non stesse capitando a me, ma a un’altra persona. Un ronzio nelle orecchie faceva sì che le voci mi arrivassero ovattate, i tranquillanti mi sedavano i pensieri e i sonniferi mi portavano in un sonno senza sogni. Fino al ritorno in Italia non ho pianto, fino al funerale. Lì è esploso in petto un dolore insopportabile. Luca non c’era più. Non era naturale guardare la sua bara, lui doveva stare vicino a me, avevamo un sacco di cose da fare insieme, dovevamo sistemare la casa, dovevamo decidere i nomi che avrebbero avuto i nostri figli, dovevamo unire gli sforzi per far partire lo studio di architettura. Non era naturale che io fossi rimasta sola. Fuori faceva freddo, ma era niente in confronto al gelo che sentivo dentro. I miei genitori mi portarono a casa con loro. Sul divano in sala passavo il tempo tra sonno e veglia. Volevo tenere gli occhi chiusi e restare così per sempre, non pensare a niente. Aspettare che anche la mia vita avesse fine era il mio fine. Così avrei smesso di soffrire, così non sarei stata più sola. Da qualche parte Luca doveva essere ed io l’avrei ritrovato, non si può mica finire così! Senza una parola, senza lasciare un messaggio, senza motivo! Per una maledetta buca, in una maledetta strada senza asfalto di un paese lontano dove non saremmo tornati mai più. Perché non ero morta anch’io con lui? Perché a me era toccato restare? Luca mi mancava ogni secondo, mi mancavano i suoi sorrisi, mi mancavano le sue battute, mi mancava persino l’incazzatura mattutina che avevo quando tiravo fuori i calzini sporchi infilati sotto i cuscini del divano. Poi smettevo di pensare, nelle lacrime chiudevo gli occhi e il divano diventava la mia culla. Ferma immobile, in attesa del nulla. Vedevo i miei genitori disperati che si affannavano intorno, mi dispiaceva per loro ma non avevo la forza di rispondere alle loro domande, figuriamoci di uscire o chissà che altro. Ogni tanto arrivava qualche parente, qualche amico, ma non c’era niente e nessuno che mi scuoteva. Trascorse Natale e arrivò la primavera, io ero sempre sul divano. Un pomeriggio, nel dormiveglia, sento una bambina che gira intorno al divano con un secchiello di costruzioni. Lo svuota ed inizia a comporre una costruzione. Inizio a guardare con attenzione, ha uno strano modo di disporre i cubotti. Li prende, li misura, li gira, li sistema. Poi a metà costruzione, si gira e mi dice:<<Guarda, pian piano si comincia a vedere il profilo delle cose.>> Resto senza fiato, lo stomaco si contrae più forte che può e le parole mi esplodono nella testa. Sono le parole che ripeteva sempre Luca, sono quelle di un famoso architetto, sono le stesse che ci permettevano di non arrenderci davanti ai progetti più difficili che avevamo seguito. Erano un po’ il nostro mantra. Sorrido senza neanche volerlo. Ed in quel momento, nasce in me una speranza, forse piano piano, ritornando a vivere, ritroverò il profilo delle cose. Accarezzo Benedetta, così si chiama la figlia dell’amica di mia madre, e mi alzo dal divano, per la prima volta, dopo mesi. Non è stato facile ricominciare. Dallo studio mancavo da quasi un anno, tutti mi guardavano come un extraterrestre e sentivo che avevano pudore a rivolgersi a me. Eppure lì, a lavoro, dove ero stata con Luca, sentivo meno la sua mancanza. Mi rendevo conto che non sarebbe tornato più da quel viaggio, tuttavia la sensazione di calma, di riposo che traevo dal sistemare i nostri progetti, dal caratterizzare costruzioni secondo il nostro modo di vedere, mi ridava un senso come persona. Non ho nessuna certezza in merito, né nessuno potrà provarlo mai, eppure sento che Benedetta non è venuta da me per caso. Non è un angelo, è una bambina reale con la quale ho parlato altre volte, tuttavia il suo messaggio era diretto a me ed era speciale. Nel 2006 arriva nello studio un nuovo socio. Non ho lavorato subito con lui perché all’inizio si è occupato esclusivamente di interni, ma il suo cognome mi ha incuriosito. Si chiama Benedetto. Ci siamo scrutati per diversi mesi. Lui è molto diverso da Luca. E’ bruno, serio e posato. Non ha avuto nessuna fretta con me. Ha aspettato che mi abituassi all’idea di uscire con un altro uomo e, quando finalmente ho accettato, abbiamo parlato per tutta la sera di quello che era stato il mio viaggio di nozze. Era fermo ed ha ascoltato quello che avevo da dire. E per la prima volta ho raccontato la storia di Benedetta. Mi ha guardato, ha sorriso e ha detto che se i Benedetti mi portavano bene, era proprio l’uomo giusto per me. E’ vero, lui è l’uomo perfetto per me, ma non l’ho compreso subito. Dopo la nostra prima uscita, ho avuto una forte crisi depressiva. Mi sembrava di tradire Luca. Sentivo che Mario, questo il suo nome, mi piaceva, ma come potevo sciogliere il nodo con il quale avevo legato tutto il dolore che mi aveva invaso? E’ vero erano passati sette anni, mi dicevo, e oramai riuscivo a convivere con l’idea di essere vedova. Allora perché non riuscivo a lasciarmi andare? Il mio lavoro mi aiutava a vivere, ma sentivo che volevo qualcosa in più. Volevo essere amata di nuovo, ma non sapevo se fossi stata capace di ricambiare, anzi ero quasi certa che non ce l’avrei fatta. Avevo cancellato ogni ricordo dell’amore. Ma potevo dire una cosa del genere a Mario? Sarebbe stato ingiusto nei suoi confronti. Non riuscivo a decidere sul da farsi, ero combattuta. E Mario mi venne di nuovo incontro. Disse che non gli importava cosa gli potevo dare, l’importante era che ci provassi. E mi sono buttata, ci ho provato. Sapete il nodo non si è sciolto subito! Ecco se una donna sta male per un dolore, per un lutto, io gli auguro di trovare un uomo paziente. Secondo me, l’amore è anche tempo. Soprattutto lo è stato per me. Ho imparato ad apprezzare la serenità del mio uomo che mi calma nei momenti di sconforto. Ammiro la calma che mi infonde con la sua presenza solida. Amo il fatto che non è mai di fretta quando si parla della nostra storia. Mario ha saputo aspettare che il nodo di dolore si allentasse. E la cura dell’attesa ha funzionato. Adesso non riesco neanche ad immaginarmela una vita senza di lui. Io la chiamo la mia seconda vita e l’inizio l’ho individuato in una data speciale, una data che ci unisce e che ha sancito l’arrivo al mondo di una nuova vita, la nostra bambina. Li amo entrambi di una tenerezza e di un amore infinito. E sono serena, oggi a 38 anni, come mai avrei immaginato di essere. C’è sempre una speranza d’amore, basta prendersi il tempo giusto.

 

 

 

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Storia di Patrizia – Confidenze nr. 23 – Giugno 2012

“Ascolta le persone, ascolta quello che dicono e capirai chi sono”. Questo il consiglio che mia nonna, di tanto in tanto, mi dava accompagnandolo con un sorriso.  E da quando sono piccola, ascolto le persone per capirle. Ma purtroppo non sempre ci riesco. Con Maria ha funzionato, lei è la mia migliore amica da sempre e credo che sia la persona al mondo con la quale ho parlato di più. Ma con Marco, il mio primo amore, non è stato così. Abbiamo sempre parlato poco l’uno con l’altro e questo non mi ha permesso di conoscerlo fino in fondo, almeno fino a quel giorno in cui non ha deciso esprimere i suoi pensieri a parole.

Ho conosciuto Marco, una sera al cinema. Avevo vent’anni e con Maria avevamo deciso di andare a vedere “L’amante” di Annaud.  Uscendo dalla sala sia io, sia Maria eravamo visibilmente emozionate e quasi non ci accorgemmo di un gruppo di persone ferme dinanzi a noi. Ci fermammo giusto in tempo prima di travolgere il gruppo. Una ragazza si voltò e riconoscemmo una nostra compagna del liceo che non vedevamo da tempo. Ci salutò calorosamente e ci presentò agli altri. Marco dopo aver pronunciato il suo nome, fece un commento sgarbato sul film, a suo parere troppo sdolcinato e adatto ad un pubblico di “pollastrelle in calore”. Le sue parole furono accompagnate da un sorriso terribilmente seducente e, nonostante la volgarità della frase, i suoi occhi azzurri apparivano innocenti come quelli di un bambino. La serata proseguì in compagnia con aperitivo e cena, ma io non ascoltai più nessuno e non dissi niente, naufragai nel suo sguardo, completamente vinta. Fu un colpo di fulmine titanico! Il giorno dopo, Maria provò a fare dei commenti sui nuovi amici, ma quando si accorse che Marco mi piaceva, si zittì, raccomandandomi, però, di stare attenta prima di buttarmi a capofitto in una storia che, secondo lei, avrebbe potuto darmi dispiaceri. Il sabato sera successivo ci rivedemmo tutti insieme per una cena e quando ci salutammo Marco mi fece un cenno con la testa per indicarmi di stare indietro rispetto al gruppo. Avvampai in viso perché il gesto fu palesemente visto dagli altri presenti, ma rallentai il passo in attesa che dicesse qualcosa, introducesse un argomento di conversazione per conoscerci meglio. Invece lui non disse niente, si limitò ad allungare un braccio intorno alla mia vita. Lo lascai fare, sentire il suo tocco mi inebriava, non riuscivo a respirare regolarmente, figuriamoci pensare. La cena si concluse e tornammo ciascuno a casa propria, senza aver scambiato due parole. Trascorsi la settimana lavorativa in piena confusione. Il sabato successivo la scena con Marco si ripeté, stavolta però ci fu un lungo e appassionato bacio sulle labbra. Di parole tra noi non ce ne furono. Eppure durante le serate con gli amici, era piuttosto loquace, al limite dell’invadenza, non capivo perché con me non parlasse. Giustificavo il suo comportamento attribuendolo ad una sorta di timidezza nei miei confronti. Le serate si susseguivano e di parole non ne arrivavano. Maria, che nel frattempo aveva iniziato una storia d’amore con un altro ragazzo del nostro gruppo ed era al settimo cielo, mi chiedeva se io e Marco eravamo insieme, se eravamo “fidanzati”, ma io non sapevo cosa risponderle. La mia relazione con Marco, fatta di baci appassionati e di strette avvolgenti, non aveva un nome. Dopo qualche mese, iniziammo a vederci da soli. Allora non c’erano i telefonini, pertanto ci davamo appuntamento da un sabato all’altro, senza mai vederci, né sentirci in settimana. Avevo provato a proporre degli incontri diversi, ma lui si scherniva o, semplicemente, non mi rispondeva. Ci incontravamo, ci baciavamo, facevamo l’amore e poi ciascuno a casa propria, fino alla settimana successiva. Oggi mi chiedo come ho potuto accettare una storia che tra silenzi e assenze si è portata via quasi dieci anni della mia vita? Eppure è andata così! Ogni settimana speravo che Marco mi dicesse, finalmente, qualche parola d’amore, oppure semplicemente che volesse condividere con me altro tempo, oltre a quello del sabato sera ma nulla di tutto ciò avveniva. I nostri incontri passionali erano perfetti, ma la nostra relazione non si evolveva, restava una “storia muta”. Ed io che avevo da sempre amato le parole, la conversazione mi sentivo appassire incontro dopo incontro. Io volevo qualcuno con il quale condividere le emozioni o, semplicemente, i fatti di tutti i giorni. Questo amore consumato in silenzio, mi appagava nel breve, ma mi inaridiva. Nel frattempo, Maria si era sposata ed era diventata mamma di una bellissima bambina. Fui felicissima quando mi chiese di fare da madrina alla piccola Lucia, questo il nome della bambina e inoltre mi parve l’occasione buona per ufficializzare, con tutti, la mia relazione con Marco. Il sabato successivo introdussi il discorso e lui, alzando le spalle, disse testualmente: << Non me ne importa niente del battesimo! Vacci tu.>>. Lo guardai inebetita. Quelle parole furono per me un colpo durissimo. Per lui avevo aspettato anni in attesa che si decidesse ad un impegno più serio; avevo represso a viva forza tutti i rimbrotti dei miei genitori per una relazione vissuta da clandestina; avevo finto di non vedere la delusione sul volto della mia amica, prima, e l’imbarazzo dopo ogni qualvolta c’era una festa o una ricorrenza dove puntualmente mi presentavo sola; e su tutto avevo zittito la mia voce interiore che, puntualmente, ogni sera discorreva da sola con l’unico bisogno reale di avere una persona con la quale comunicare. E venivo ripagata così? Era troppo! Quel poco di stima verso me stessa che mi era rimasta, mi permise di allontanarmi. In silenzio. Mi allontanai senza dire una parola! Lo ripagai con la stessa moneta. Non credo abbia compreso il mio gesto e non so che giustificazione si sia dato. Da quel giorno non l’ho più né visto, né sentito. E la cosa più strana è stata che non mi mancava, perché insieme non avevamo costruito nulla. Non mi sentivo più sola di quanto non ero prima. Non avevo nessuno con cui dividere le parole, ma in realtà non l’avevo mai avuto. Mi tornavano solamente in mente le parole di mia nonna e dovevo ammettere che aveva proprio ragione. Se avessi ascoltato prima Marco, avrei capito di che pasta era fatto. Ma non avevo voluto! L’amore che provavo per lui giustificava ogni suo gesto, ogni sua mancanza. Ero convinta che prima o poi sarebbe cambiato.  Trascorsero due mesi in una sorta di apatia che mi rendeva difficile i gesti quotidiani. Alle parole decisi di opporre le lettere ed iniziai a scrivere i miei pensieri. Dapprima con circospezione e, poi, man mano, che passavano i giorni, il mio diario divenne la mia personale cassaforte delle parole. Arrivò anche il giorno del Battesimo e, come sempre, mi presentai da sola. C’erano tanti invitati e Maria, tra gli altri, aveva invitato anche Michele, un amico di suo marito, per fare da padrino alla piccola Luisa. Michele si presentò in maniera cordiale e, durante la giornata trascorsa insieme, chiacchierammo del più e del meno. Quando tornai a casa, quella sera, pensai che dopo un sacco di tempo mi sentivo bene, in forma. Non pensavo che il giorno dopo Michele avrebbe richiamato e neanche che l’avrebbe fatto per i successivi venti giorni, fino a che, decisa a non ricadere nella trappola del silenzio, gli chiesi a bruciapelo cosa volesse da me. La sua risposta, fatta di parole magiche, mi scalda il cuore ogni volta che la ripeto ed è il motivo per il quale io e Michele ci siamo sposati dopo sei mesi e, adesso, abbiamo due figli meravigliosi. Michele mi disse: << Patrizia, voglio solo parlare un po’ con te, vorrei capire come sei! >>

 

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Storia di Margherita – Confidenze nr.10 – Marzo 2012

Mi chiamo Margherita, ho 59 anni e da un anno sono a casa dal lavoro. In pensione. Ho un gruzzoletto da parte per far fronte agli imprevisti che si potrebbero presentare e la pensione mensile mi permette di vivere bene; insomma dal punto di vista economico non mi manca niente.  Nei primi mesi era strano ricevere soldi restando a casa, ma alle cose buone ci si abitua presto. Pensavo sarebbe stato difficile non lavorare, separarmi dall’ufficio, mia casa per 40 anni, ed invece non mi è pesato affatto; stento persino a ricordare il volto del collega che mi ha reso la vita impossibile per cinque anni. Mi alzo presto al mattino, faccio colazione, curo il giardino, leggo, mangio e faccio la nonna nel pomeriggio. Veramente non sono propria la nonna di Marika, lei è la nipotina di mio fratello. La piccola lo sa e per distinguermi dagli altri nonni, mi chiama la “nonna Margherita del cuore”.  Tutto perfetto, insomma o quasi. Un piccolo cruccio ce l’ho! E’ un pensiero pigro e si insinua lento nella mia testa quando ho un attimo di ozio. E’ un tarlo leggero, di quelli di cui ci si vergogna un po’ e ci si imbarazza a raccontarlo. Riderebbero di me. Forse la mamma di Marika, la mia adorata Angela potrebbe capire, ma è sempre così presa, tra famiglia e lavoro, che non oso rubarle del tempo e dello spazio. Tra me e me, però lo confesso … vorrei sapere come sono proseguite le vite dei miei compagni di viaggio. Per recarmi a lavoro in città, per quarant’anni, ho utilizzato il treno. Ogni giorno, un’ora all’andata e un’ora al ritorno. E le persone che incontravo erano sempre le stesse. I visi, seppure in certi casi neanche ci si scambiava il saluto, sono sempre quelli ed io li guardavo intensamente, cercando di indovinare le storie che nascondevano. E vi posso assicurare che guardando attentamente una persona si può capire tante cose. Purtroppo con l’arrivo della pensione, alcune storie sono rimaste a metà. Ho lasciato in sospeso il “timido”, un ragazzino brufoloso con degli occhi verdi magnifici, e la “vanitosa”, una ragazza baciata dalla bellezza e già consapevole di questo. Lui ogni mattina, per cinque anni, l’ha guardata adorante e lei, di rimando, lo ha ignorato sdegnosa, ma negli ultimi tempi avevo visto degli avvicinamenti decisi di lui che mi avevano fatto ben sperare. Io facevo il tifo per lui e, quando riusciva a strapparle un sorriso, ero felice come una Pasqua. Poi, vorrei sapere se la signora che saliva due stazioni dopo la mia, ha ricevuto la conferma definitiva del contratto di infermiera. Si è lamentata per due anni del lavoro precario che le toccava fare, ma conoscendola un po’ si lamentava anche per il caldo, per il freddo, per il sole, per la pioggia, insomma per tutto. Secondo me quando usciva di casa, il marito e i figli tiravano un sospiro di sollievo, anche se lei non risparmiava loro critiche e lamenti fatti via cellulare, anche durante il viaggio. C’erano anche persone delle quali sapevo meno che però mi incuriosivano molto. Cercavo di ascoltare, di indagare con lo sguardo, di capire dai movimenti del viso gli stati d’animo, dalle espressioni assunte quando erano soprapensiero carpivo le emozioni. E mi mancano anche loro. Vorrei sapere se la ragazza di Brescia piange ancora per il marito rientrato in casa con l’odore di un’altra o se ride paga, con espressione beota, perché la sera precedente è stato suo il turno dell’amore; se al disperato uomo di Rovato sia mancata la madre malata di Alzheimer, che lui non riconosceva più nell’involucro vecchio e immemore nella quale la malattia aveva costretto quella che doveva essere stata una donna straordinariamente bella, almeno a  giudicare dalle foto che di tanto in tanto lui rimirava furtivo nel portafoglio; e poi mi mancano i ragazzi con i loro zaini e i pantaloni vista-sedere, mi chiedo se saranno ancora di moda o nel frattempo saranno stati sostituiti da altro, magari adesso vanno in giro con le salopette che coprono anche il volto ed io non lo so. Il viaggio in treno, le emozioni che vivevo da Brescia a Bergamo sono le uniche cose, le uniche, che mi mancano. Il viaggio era più importante della meta. Entrare nel vagone, lo stesso per anni, mi apriva le porte di una telenovela che si aggiornava quotidianamente. Con le ripetizioni solite, tante che mi rassicuravano e con i colpi di scena che ravvivano la mia giornata. E poi c’era la possibilità di incontri, nuovi!
Nella mia vita, che si è ripetuta per anni sempre nello stesso modo, la variabile era rappresentata dal tragitto per arrivare in ufficio e tornare a casa. E’ strano come i miei compagni di viaggio, dei quali non conosco, né conoscerò mai i nomi, sono quelli che mi hanno guardato e che a mia volta ho scrutato di più. Ah quanti ricordi legati alle occhiate!
Potrai parlare per ore dello “sguardo di rapina” che mi ha accompagnato per un anno da Grumello a Bergamo. Lui era bruno e corpulento, vestiva con una tuta da lavoro ed aveva grosse mani callose. Ho sognato tutti i giorni quelle mani. Saliva in treno e si posizionava davanti a me, si fermava e mi fissava con occhi di brace. All’inizio giravo la testa sdegnosa di attenzioni non richieste, ma l’insistenza, la brama così manifesta erano impossibili da ignorare. Non è che due occhi neri, lucidi, incorniciati da ciglia vellutate si trovano così! Di giorno in giorno, aspettavo sempre con più ansia la fermata galeotta. Ed insieme all’ansia, cresceva il tempo trascorso a casa a prepararmi per uscire. Tanto che talvolta correvo il rischio di perdere il treno. Allora ero sposata con Alberto, ma la nostra relazione era stanca e vuota da anni. Figli non ne erano mai arrivati e, dopo, la passione iniziale eravamo quasi due estranei che vivevano sotto lo stesso tetto. Il divorzio è arrivato qualche anno dopo. Una sera avevo anche provato ad accennare a mio marito che in treno un uomo mi fissava. Mi aveva fissato anche lui, ma il suo sguardo tradiva una certa inadeguatezza a comprendere le mie parole. Il mio mondo “viaggiante” era una dimensione nella quale vivevo solo io, novella Alice nel treno delle meraviglie, ed allora avevo lasciato perdere, assolvendomi da sola per un peccato che rimaneva solo nelle intenzioni, senza diventare gesto concreto.Quell’anno trascorse in fretta e una mattina il mio lui con la tuta blu mi salutò dicendo che cambiava lavoro e itinerario. Purtroppo i nostri tempi non erano coincisi, lui era andato via prima che il mio matrimonio fosse finito. Ed io sono stata sempre troppo timida e pudica, forse anche un po’ codarda, per imbastire una storia extraconiugale. Era strano, noi che non avevamo scambiato mai una parola fino a quel momento, ci salutammo come se avessimo condiviso giorni, ed anche notti, di chiacchiere. Scendendo mi augurò cose belle e disse che ci saremmo rivisti. Chissà adesso dov’è e cosa fa? Magari, di tanto in tanto, riprende il treno. Magari mi cerca con lo sguardo tra i mille occhi che popolano il vagone di mezzo. Magari un giorno mi sveglio presto e faccio un giro in treno.Chissà che non potremmo ritrovarci … Adesso sarebbe il momento giusto!

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