Libri: Un cazzo ebreo di Katharina Volckmer

Parlare di questo libro mi risulta molto difficoltoso, probabilmente sarebbe stato meglio non averlo letto. Anzi, senza probabilmente. Perché questo è uno di quei libri che fanno male. Di quelli che per andare avanti nella lettura devi fare degli scatti di crescita vera e propria. Quelli che ti dicono cosa sei con una chiarezza e una spudoratezza tali che forse era meglio non saperlo. Anzi, senza forse.

La voce narrante è quella di una ragazza che racconta ad un tale dottore Seligman i suoi pensieri mentre lui sta operando su di lei. Parte così il flusso di coscienza che prende vita da un sogno erotico con Hitler e passa attraverso l’identità femminile, come anche la descrizione delle fragilità dei propri genitori, del rapporto con un amante sposato e con il quale lei divide una sessualità torbida e senza coinvolgimento emotivo, dei sexy toys giapponesi creati da uomini per soddisfare il desiderio maschile attraverso il corpo delle donne, della desolazione sociale di nascere e crescere femmina nella nostra società, della solitudine, della complessità della memoria collettiva tedesca che porta addosso il fardello delle colpe del nazismo, degli ebrei che sono sempre gli altri e della volontà finale proprio di quel “cazzo ebreo” che non ha nulla di erotico ma è solo il completamento del proprio corpo, forse finalmente ricongiunto al proprio io, una sorta di nemesi storica che se non ripara almeno rende giustizia per quello che si può oggi.

… ma persino adesso mi irrita come qualsiasi cosa, sempre, sia progettata attorno al cosiddetto corpo umano, il corpo dotato di cazzo, mettendo metà della popolazione a rischio di morte a causa degli oggetti quotidiani.

Ecco uno dei punti cruciali che ho letto diverse volte. Qui si riferisce espressamente a sextoys, ma in realtà vale per tutto quanto il resto. Il mondo è costruito a misura d’uomo, intenso come genere. Chi è diverso da quel genere specifico, vive in un mondo non a sua misura.

… quando ero più giovane pensavo sempre che il solo modo per superare davvero l’Olocausto sarebbe stato amare un ebreo. E non semplicemente un vecchio ebreo qualsiasi, ma uno fatto e finito, con i boccoli e lo zucchetto. Uno devoto e che sa leggere la Torah e non esce mai di casa senza un cappello nero.

Con coraggio non comune, l’autrice parla la pesantissima eredità lasciata sulle spalle dei tedeschi di oggi che è ancora poco affrontata, poco indagata, spesso rimossa e della quale anche noi in Italia dovremmo fare i conti prima o poi.

Ma credo che per avere un libro di questo tipo scritto in Italia da un’italiana e un italiano dovremmo attendere ancora un paio di decenni, se ci viene bene. Ho la sensazione che la morale cattolica nel quale siamo immersi, consapevolmente chi più chi meno, non ci permetta una tale profonda conoscenza  di noi stessi e quindi la conseguente rivolta. Il nostro corpo, degli uomini e delle donne, non è ancora una necessità che deve restare unito all’intelletto. Se ci va bene ci insegnano a prenderci cura dei pensieri femminili, ma si sottende sempre che in questo caso il corpo risponde ad altre regole, considerate ancestrali. Non c’è unione nelle donne tra quello che siamo e quello che desidereremmo essere. Non ci è permesso. L’eredità nazista è l’altro grande tema affrontato senza pudore, senza paura.

Ho finito qualche giorno fa e so già che lo rileggerò a breve, perché devo avere il tempo di digerire certi passaggi, di schivare la tristezza per l’impossibilità di essere felici in questo mondo, di capire quanto sia dissacrante e allo stesso liberatorio, non sentirmi più in colpa per colpe di altri o semplicemente perché sono nata nella metà e passa sbagliata.

Naturalmente è molto più facile essere religiosi se sei un uomo, ma non sono mai riuscita a capire come mai una donna single possa voler frequentare una chiesa, o qualsiasi altro tempio, dottor Seligman, nessuna religione che mi sia mai capitata di incontrare aveva qualcosa di carino da dire sulle donne.

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Libri: Non per me sola di Valeria Palumbo

Non per me sola di Valeria Palumbo 

Sottotitolo: Storia delle italiane attraverso i romanzi.

Ci sono libri che sono felice di leggere: perchè mi piacciono, perchè mi corrispondono, perchè la lettura mi rende migliore, mi invita a cercare altri libri, mi fa pensare, mi fa sorgere domande …

E’ capitato così con il libro di Valeria Palumbo, ma è capitato anche qualcosa in più.
Sono felice che un libro così sia stato scritto.

Raccontare l’evoluzione del femminismo o, anzi, per dirla meglio, dell’evoluzione della consapevolezza da parte delle donne di non essere “inferiori” agli uomini, attraverso i romanzi di scrittrici dell’ultimo secolo o poco più, è stata una sfida mirabile che Valeria Palumbo ha vinto a man basse.

Nel libro, ci sono tutte le scrittrici che hanno determnato la storia della letteratura italiana, ma anche quelle dimenticate o poco conosciute. In tutti i racconti, in tutti i romanzi esaminati c’è un pezzo di storia di ciascuna di noi. Ma anche degli italiani (intendo uomini).
Attraverso vari capitoli suddivisi per argomento ( tra i quali: Padre o padorni? – Madri in silenzio. –  Il mito della fedeltà – Una prigione di nome Sud), l’autrice esamina la storia  raccontata mettendola in analogia con la società del momento in cui si racconta. Tanti romanzi hanno denunciato soprusi, prevaricazioni, ingiustizie quando non vere e proprie violenze subite dalle donne e tutti hanno partecipato a quel gran movimento che ha caratterizzato il secondo Novecento, in particolare, per far sì che i “diritti delle donne” iniziassero ad essere al centro del dibattito sociale. Le note di come si è sviluppato in Italia il diritto nei confronti delle donne sono, poi, molto di più di un corollario.

Il libro si configura come un saggio per il grandissimo lavoro di ricerca svolto dall’autrice, ma in realtà si legge e appassiona come un romanzo.

Troverete tantissime storie e tantissime autrici da leggere e da diffondere. Se questo libro fosse un disegno, direi che sarebbe una matrioska. Una storia con dentro altre storie incastrate una dentro l’altra. Meraviglioso.

 Tra tutte le autrici, ne menziono una che ho “scoperto” a luglio scorso e che mi ha conquistato: Alba De Cespedes. A questo link avevo parlato del su Quaderno Proibito (http://www.giovannabrunitto.it/?p=2159). Ma la bibliografia offre un milione di spunti e sono tutti da  appronfondire.

Buona lettura a tutte le donne che legeranno questo libro. Ci meritiamo questa lettura e ci meritiamo di continuare la strada di coloro che ci hanno preceduto.

Valeria Palumbo

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Libri: Amiche per la pelle di Laila Wadia

Il libro è uscito nel 2007, edizioni E/O, ma è arrivato a mie mani solo pochi giorni fa. Non conoscevo l’autrice, ma la copertina ( ah la potenza del primo impatto con un libro … ) mi è piaciuta e ho iniziato a leggerlo.

Delizioso e delicato, mi ha conquistato ad ogni pagina. Non è un libro d’impatto, di quelli che racconntano storie pazzesche che ipnotizzano, ma che in fondo emanano un’eco di poco verosomiglianza.
Amiche per la pelle è una delle mille storie di integrazione che ogni giorno attraversano silenziose il nostro paese. Mentre ci interroghiamo se dare la cittadinanza a “cittadini” nati in Italia e più italiani di molti altri, in ogni casa ci sono famiglie che semplicemente vivono. Di che colore siano, alla fine poco importa.
Nel condominio triestino al centro del libro, si muovono vecchi italiani brontoloni, famiglie indiane e cinesi, sopravissuti della già dimenticata guerra dei Balcani degli anni ’90, albanesi della prima ondata migratoria…insomma un’umanità varia che prova ad andare avanti. E che sopratutto ci riesce.
Leggetelo perchè questo libro mette di buon umore e ricorda a tutti che essendo umani, insieme agli altri umani, stiamo bene …indipendentemente dal colore della pelle e dall’accidentale provenienza geografica natia.

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Confidenze nr. 42 – Editoriale di Angelina Spinoni

La paura della preda, il passo veloce e le spalle curve.

Quando ero bambina ho avuto il seno molto presto, già a dieci anni ho dovuto indossare un reggiseno. Non era colpa mia, è capitato così. ….

13 - Editoriale Direttrice - Ottobre 2020

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Felice tra i motori – Storia di Alessandra Lucaroni – Confidenze nr. 39 – Settembre 2020

La storia di Alessandra Lucaroni e della sua Officina delle Donne, perchè niente può fermare una donna che ha una passione. Evviva le camioniste, le meccaniche, le magazziniere  …

12 - Storia di Alessandra Lucaroni pag.1 12 - Storia di Alessandra Lucaroni

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Libro: Quaderno proibito di Alba de Cespedes

ALLA RISCOPERTA DELLE AUTRICI DEL NOVECENTO: Alba de Cespedes

1952

Riscrivo, 1952. Anno di stampa di Quaderno proibito di Alba de Cespedes. Questo libro ha 68 anni. Pensavo di addentrarmi in una prosa antica, orpellata, in un libro che affrontava argomenti ormai vecchi, vecchissimi e invece …

Quaderno proibito, con i dovuti accorgimenti al fatto che non c’era la televisione, nè ovviamente internet e compagnia cantando, è un libro di un’attualità sconvolgente.

I sensi di colpa di Valeria, divisa tra famiglia e lavoro; la noia di un matrimonio che trova nell’ignorarsi dei coniugi l’unico motivo per andare avanti; la scelta semirivoluzionaria di una figlia nei confronti della madre; un figlio mashio adorato e incline al mammismo, se non proprio all’immaturità perenne; un tradimento mai consumato e sempre pensato che alla fine non è altro che una trappola come tante altre nella vita di Valeria. Una donna che cerca sè stessa, ma è così pressata dai pesi che si porta addosso ( imposti dalla società o da lei stessa scegliete voi) che alla fine si abbandona all’amarezza, unico sentimento che si concede di provare apertamente.

Attualissimo, ahimè lo scrivo a malincuore, perchè tutti i nodi della vita di Valeria sono ancor oggi i nodi che ogni donna deve affrontare. Ancora. Dopo 70 anni circa forse noi donne meritavamo qualcosa in più, ma spesso, e anche questo lo scrivo a malincuore, siamo ancora le più acerrime nemiche di noi stesse. Come se amarsi e desiderare qualcosa che non sia solo ed esclusivamente il ruolo che la società ci impone fosse un errore. Fosse un peccato.

Leggete Alba de Cespedes perchè è di una modernità sconcertante e perchè con una prosa semplice e diretta descrive i pregiudizi e le complicazioni che la vita  impone alle donne e che , spesso, nemmeno percepiamo per quanto siamo abituate a viverle come se fossero normalità.

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Il sacrificabile è sempre femmina

Tranquille e silenziose, quando c’è da sacrificare qualcosa le donne ci sono sempre. E anche stavolta non facciamo eccezione. E non c’è nemmeno tempo per lamentarsi perchè noi, le donne, abbiamo sempre troppo da fare. Possiamo essere anche gli Amministratori Delegati (ruolo declinato al maschile ovviamente) di una multinazionale, state tranquille se c’è da preparare pranzo e cena a noi tocca, se c’è da seguire pargoli vari a noi tocca, se c’è da pulire casa, chiamare parenti vicini e lontani, assistere genitori anziani, comprendere e contenere i vari disagi familiari a tutti i livelli … a noi tocca. Ed essere modeste, fare finta di non accorgersi che siamo indispensabili.

E tocca pure lavorare, ovviamente. Ed essere molto, ma molto meglio dei nostri colleghi uomini e guadagnare meno. In Italia siamo fortunate perchè guadagniamo solo il 25% meno, solo un quarto; in altri paesi è peggio.

Ma tranquille non possiamo lamentarci perchè tutto sommato quasi tutte abbiamo mariti, compagni, affetti stabili e/o congiunti che oggi una mano ce la danno. Certo e ce lo dicono anche che ci aiutano e noi ringraziamo pure, perchè ci fanno tante cortesie personali dandoci sollievo quando vogliono o quando possono, cioè fanno qualcosa in più di quello che devono perchè, tranquille il tutto tocca a noi. E se reagiamo male, siamo isteriche e spaventate, mica stanche.
Il carico mentale che pesa sulle donne, su tutte non ci facciamo illusioni, è pazzescamente pesante e ci delega immediatamente in seconda posizione, qualsiasi sia il nostro ruolo sociale, pubblico, lavorativo, privato. Chi è in seconda linea, è sacrificabile e le donne lo sono sempre.
Sul carico mentale vi invito a leggere il bellissimo fumetto “Bastava che chiedessi!” della francese Emma. Vi si aprirà il mondo che viviamo tutti i giorni e del quale non abbiamo neanche coscienza in quanto vi siamo immerse. Usiamo il fumetto come uno specchio per vederci. Magari saremo meno tranquille.

Oggi siamo sacrificabili sul lavoro, perchè possono tornare a lavorare la metà degli occupati, per spazi sui mezzi pubblici e negli uffici. Ed ecco qua, perfetto. Le donne sono quelle che rientreranno meno. Ovviamente, il lavoro delle donne si può sacrificare, Noi siamo seconde. I primi, gli uomini, rientrano poi se ci sarà posto ci saremo anche noi. A casa ci sono figli senza scuole, chi li potrebbe tenere d’altronde. In ufficio c’è un solo posto da occupare, meglio far andare lui che se rimanesse a casa poi andrebbe in crisi davvero, invece le donne a casa qualcosa da fare lo trovano sempre.
Non vado avanti perchè tanto i discorsi sono sempre gli stessi. Le seconde si sacrificano. Punto e basta.
Da una crisi gestita completamente al maschile, così aspettarsi d’altronde.
Ministri, epidemiologi, biologi, esperti vari … pure i complottiisti sono tutti uomini. Ma questa è l’unica cosa positiva, perchè alla donne le stronzate in genere pacciono meno. Le donne sono persone che le cose le fanno. Prima o poi, qualcuno se ne accorgerà e forse saremo sacrificate meno.
Fino allora andiamo avanti, ma se possiamo non tranquille. Alziamo la voce, facciomoci sentire e prendiamoci quello che ci tocca quando non ce lo danno. Sentirsi persone ed essere trattate come tali, non ci impedirà di voler meno bene a chi ci sta vicino, nè di essere meno presenti. E’ necessario esserne consapevoli noi per prime. Le donne non saranno sacrificabili all’infinito, se ci facciamo sentire.

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Libro: Le nuove Eroidi di aa.vv.

CaptureQuanto può essere diversa la prospettiva dei fatti vista attraverso gli occhi di un donna?

La risposta a questa domanda è in questo libro.
Ovidio, circa 20 secoli fa, scrisse un’opera che conteneva delle epistole scritte in versi che ripercorrevano le grandi eroine delle tragedie greche. Le vicende mitiche sono archetipe e ancora oggi sono di grande impatto per comprendere le oscurità del’animo umano, di quello femminile in particolare.

Il libro ripropone in chiave moderna le storie delle Eroidi attraverso le voci di 8 autrici italiane nate negli anni Settanta e che rappresentano il meglio della scrittura italiana al femminile.

Consiglio la lettura di tutti i racconti, ma ho amato particolarmente queste:

  •  Antonella Lattanzi ci fa assistere al processo in cui è coinvolta Fedra,
  • Teresa Ciabatti fa rivivere una nuova Medea in Maremma,
  • Michela Murgia, infine, dà voce a Elena, perché “quando bellezza e guerra diventano sinonimi, non c’è più differenza tra ammirare e prendere di mira”.

 

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Donne di rosa – Poesie di Daniela Rocco

La poesia è un linguaggio che ha una caratteristica unica, riesce a tradurre emozioni e sentimenti in parole. Daniela Rocco è un’autrice che conosce questo linguaggio e che, proprio attraverso la poesia, è riuscita a dare voce ai propri pensieri, a trasporre su carta certi dolori dell’anima che la vita spesso ci consegna. Dolori che se non trovano una via d’uscita possono rendere la vita difficile, complicata, possono offuscare quelle scintille di futuro che ciascuno di noi ricerca per vivere meglio.

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Daniela è una ragazza timida e riservata, distinta da una sorte di pudore personale che cela però una grande forza e determinazione e, quando piano piano lei si scioglie nella chiacchierata fatta insieme, la sua forza emerge con grande impatto. La vita di Daniela è quella di una ragazza che abita la provincia milanese, a Gessate, e che come tante si sposta a Milano e hinterland per le scuole superiori e l’università. La sua famiglia è composta dai genitori e da una sorella più grande. Il papà è affetto da una grave patologia da molti anni e i ricordi di Daniela sono, sin da piccola, legati al papà con la sedia a rotelle. Eppure, nonostante l’handicap, i ricordi di suo padre le illuminano il viso perché sono pensieri dolci che traspirano un grande affetto e un legame potente tra loro. Forse il papà aveva già compreso la vena artistica di Daniela, sin da prima che lei stessa se ne rendesse conto, e questa scoperta ha sicuramente rafforzato il loro legame. Purtroppo, però il papà viene a mancare e il mondo familiare di Daniela perde una colonna importante, non solo per lei ma anche per la mamma e la sorella. Elaborare un lutto è un momento della vita ed è una delle prove più difficili da superare. È dura. Daniela soffre per la mancanza del papà, del suo punto di riferimento e si chiude in sé stessa. È un periodo difficile. Si va avanti lo stesso, certo, è sempre così eppure in lei qualcosa stenta a camminare in avanti. La pittura che è uno dei modi che utilizza per esprimere emozioni le procura sollievo, ma non è sufficiente. Il dolore della perdita è davvero forte. Poi arriva, forse anche inaspettata, la fede. La speranza di un mondo altro, dove ritroveremo le persone amate e dove il pensiero del padre si addolcisce e bui si fa ricordo di miele. Con la fede si attutiscono i dolori e i pianti e arriva la calma. Allora è il momento per Daniela per cambiare linguaggio espressivo. Arriva la poesia. Il primo libro di Daniela si intitola “donna in rosa” e si intuisce già dai primi versi la serenità che domina le poesie contenute. Il libro è dedicato alle persone che sperano in un mondo migliore e, soprattutto, all’altra persona che nella vita di Daniela è un punto fisso, una colonna portante: la mamma. La prima poesia è per Rocky, il suo papà, poi ci sono poesie dedicate all’alba, all’eco, all’infinito. I temi della natura, fantastica e premurosa con le sue creature, sono un fil rouge che lega come una catena tutta l’opera di Daniela. Poi c’è anche un pensiero per Orlando, la persona del cuore di Daniela. E segue anche una poesia per Gino, un gatto grigio che ti guarda con un curioso e schivo sguardo blu. Diverse poesie sono accompagnate da disegni naif che, ancor di più, evidenziano un rapporto con l’arte a tutto tondo di Daniela. E per concludere se si potesse accostare una persona ad un fiore, Daniela sarebbe un girasole, fiori che lei ama. Una grande forza che la sostiene, con una grande apertura verso il sole e verso tutto ciò che è amore.

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Nascere femmina

Che fregatura nascere femmina.
Che fatica, quanto dolore.
E non dite che le femmine hanno un talento unico,
possono dare vita.
Ma va… È vero a metà.
Ed è  la metà più drammatica.
E si ritorna alla fatica.
Che fregatura nascere femmina.
Non un’ora da sveglie senza fare qualcosa per qualcuno altro.
Per altre femmine,anche, certo, ma soprattutto per i maschi.
Il nostro destino gira lì, intorno ai maschi.
Loro scelgono, noi prendiamo atto.
Loro dispongono, noi eseguiamo.
Loro combattono, noi pure se ce lo chiedono.
Perché ai maschi si dice di sì anche quando diciamo no.
È la nostra natura, ci raccontano, quando siamo assalite da dubbi.
Ecco abbiamo di nuovo abbassato il capo
e non ce ne siamo neanche accorte.
Che fregatura nascere femmina.
E per quelle di noi che ci provano,
per quelle che cercano di uscire da questa iattura
la condanna è più pesante, di più.
Non è ancora il tempo e si paga dazio a nascere prematuri.
Talune dipingono sagome maschili sulle forme
eppure le curve all’improvviso emergono
e smascherano l’inganno.
Che fregatura nascere femmina
Una condanna prenatale dalla quale non ci libera neanche in morte.
Alle femmine non spettano memorie di imprese o di arti
né tombe facilmente raggiungibili con gli occhi.
Una iattura nascere femmina
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