Storia di Rosetta – Maggio 2018 – L’Isola

Sul Blog di Confidenze : L’isola” di Giovanna Brunitto è la storia vera più apprezzata del n. 19 di Confidenze, ve la riproponiamo qui

Storia di Rosetta - Maggio 2018 IntestazioneIl primo ricordo che conservo di Marco è legato al tramonto. Avevo sette anni. Con precisione lo rivedo con un camioncino sottobraccio, con l’altra mano tiene quella di sua madre mentre sale sul traghetto per salpare verso la terraferma. Si arrampica su una scalinata del ponte e inizia a salutare. Fino a che riesco a vederlo lui saluta. Nel frattempo insieme alla nave, che diventa più piccola, anche il sole scompare all’orizzonte. Quella è stata la nostra prima estate insieme. Non saprei dire esattamente cosa provassi in quel momento, ricordo però lo struggimento dei giorni successivi e un vago senso di perdita.

Per la prima volta nella vita mi ero sentita sola. Ero una bambina tranquilla e solitaria, sull’isola dove vivevo non c’erano molti bambini con cui giocare, ma la cosa non mi era mai pesata. Mi piaceva stare all’aria aperta e soprattutto mi piaceva che, quasi in ogni punto dell’isola dove mi trovassi, riuscissi a vedere il mare. Anche in classe, se salivo su una sedia in piedi, dalla finestra scorgevo il blu intenso della linea di confine tra terra e cielo e questo mi dava all’istante un senso di serenità. Se c’era cattivo tempo d’inverno non andavamo a scuola per intere settimane, il traghetto che accompagnava il maestro non poteva viaggiare. Ma non ricordo di essermi mai annoiata, né sentita sola. Almeno fino a quel momento. A me piaceva stare all’aria aperta. Raccoglievo qualche rado fiore di campo oppure delle bacche rosse che crescevano nascoste nei rovi. Guardavo i gabbiani fare acrobazie nel cielo come se fosse la cosa più semplice del mondo. Cercavo sulla spiaggia sassi dalle forme strane. Il vento era il sottofondo di ogni mia scorreria esterna. Quando si approssimava l’estate, l’isola si riempiva di gente. Per lo più isolani che ritornavano per le vacanze, ma ogni anno i turisti diventavano un po’ di più. I miei genitori avevano una trattoria e c’era molto da fare. Io giocavo lì intorno. Quell’estate di circa quarantacinque anni fa era arrivata una famiglia in vacanza a maggio ed erano restati per tutta la stagione. Probabilmente con Marco ci siamo incontrati sulla spiaggia e abbiamo iniziato a giocare o può essere stato sulla piazza antistante la trattoria. Non so, né io né lui ci ricordiamo.

Quello che ricordo è la sua partenza. Non ho neanche memoria di particolari promesse di rivederci o altro. Solo la sensazione di aver perso qualcosa mentre il traghetto si allontanava. Il rosso del tramonto che declina verso il buio. Sono trascorsi un altro paio di estati veloci senza che di lui sapessi niente. Poi a maggio del mio decimo anno, Marco è tornato con la sua famiglia. Vi sembrerà strano, ma quando l’ho visto scendere dal traghetto ho respirato. Proprio a pieni polmoni, come se in quel momento avessi ripreso a farlo dopo anni di apnea. Anche per lui dev’essere successo qualcosa di simile, perché ricordo lo stupore sul viso quando gli sono andata incontro e l’ho salutato.

La nostra seconda estate è iniziata così. I miei ricordi sono più netti riguardo quel periodo. Marco mi raccontava della sua classe, lui già frequentava le medie, dei suoi amici di città, di alcuni giochi elettronici che aveva a casa, delle lezioni di karate. Parlava tanto, Marco è fatto così, ha sempre parlato tanto. Io ascoltavo più che altro. Anche perché degli inverni sull’isola c’era poco da raccontare, a parte il vento che sibilava e i gabbiani che ruotavano nell’aria. Anche quell’estate finì e ce ne furono altre intervallate da qualche cartolina natalizia. L’estate dei miei quattordici anni cambiò la nostra amicizia in qualcosa di più.

Quando scese dal traghetto, Marco mi guardò strano e anch’io notai che era cambiato. Aveva dei baffetti che non aveva l’anno prima ed era diventato molto più alto. Ci salutammo, ma non ci incontrammo subito come le altre volte. Ero agitatissima perché pensavo che paragonata alle sue amiche di città dovevo assomigliare a uno spaventapasseri. Non volevo che mi guardasse in quel modo strano, mi mandava in confusione. Avrei voluto riprendere i nostri giochi di chiacchiere e sabbia come l’anno prima, ma allo stesso tempo volevo qualcosa d’altro che ancora non sapevo definire. Compresi cos’era quando seduti sulla spiaggia, qualche sera dopo, lui mi raccontò di una ragazza della sua classe che gli piaceva. Per fortuna era buio e non poteva vedere la mia espressione. Se qualcuno mi avesse dato un pugno in viso, probabilmente mi avrebbe fatto meno male. Mentre lo ascoltavo, realizzavo che avrei voluto essere io quella ragazza. L’idea di essere innamorata di Marco arrivò come una folgorazione. E insieme alla consapevolezza arrivò anche la gelosia. Chi era questa ragazza? Com’era fatta? Era bionda o bruna? Sicuramente doveva essere bella per piacergli così tanto. Tornai a casa e piansi lacrime salate per tutta la notte. Il giorno dopo mi alzai, mi guardai allo specchio e decisi che avrei giocato le mie carte. A quei tempi c’era un giornale per ragazze che dava consigli su come essere sexy, su come piacere a un ragazzo, su come vestirsi e usare i trucchi. Seguii tutti i consigli proposti sotto lo sguardo meravigliato dei miei genitori e gli effetti arrivarono. Marco dopo qualche giorno mi disse che ero molto carina. Una sera mi prese sottobraccio mentre camminavamo sulla spiaggia e il giorno dopo mi baciò al chiaro di luna. In quel momento compresi che era lui l’amore della mia vita. Penso che l’estate dei miei quattordici anni sia stata quella nella quale ho smesso di essere una bambina.

Ma è stata anche qualcosa di più. Allora non sapevo molto dell’amore, di quello vero intendo. Avevo letto tanti libri, ma niente mi aveva preparato al turbamento e allo sconvolgimento che provavo tra le braccia di Marco. Quando ero con lui, ero certa di stare dove avrei voluto essere per tutta la vita. Era come ritrovare la calma e allo stesso tempo sentirsi dentro una burrasca. Tutto e il contrario di tutto. Decisi che Marco sarebbe stato il mio compagno. Per sempre. In quella breve estate compresi che alternative per me non ce n’erano e non ci sarebbero mai state. Lo compresi con una tale forza che me ne spaventai. Quando glielo dissi, Marco invece ne rise. Mi prese in giro dicendo che chissà quanti altri ragazzi avrei conosciuto e che ben presto mi sarei dimenticata di lui. Io sapevo che così non sarebbe stato, ma conoscevo bene anche il ragazzo che avevo davanti e in quel momento compresi che lui non aveva la mia stessa consapevolezza; capii che avrei dovuto aspettarlo. Marco è diverso da me, lo è sempre stato. Lui è solare, loquace, impulsivo e aveva un sacco di piani che riguardavano il futuro. Doveva diplomarsi con ottimi voti, poi doveva laurearsi in Architettura, poi doveva diventare un “pezzo grosso”, così diceva, nel mondo del design e tanti altri poi, ma nessuno di questi comprendeva qualcosa della sfera intima. Nei suoi progetti non era inclusa una relazione, non parlava di una famiglia, non c’era una compagna all’orizzonte. Niente insomma che potesse includere me in qualche modo. Ci restai male, ma non glielo diedi a vedere. Risi delle battute e riprendemmo la nostra estate. Quando a settembre rientrò sulla terraferma, sul molo gli giurai eterno amore e gli promisi di aspettarlo lì, in quello stesso posto ogni anno. Gli dissi anche che non glielo avrei più ripetuto, ma che in qualsiasi momento lui avrebbe voluto io ci sarei stata. Marco mi abbracciò e se ne andò senza dire niente.

A me restò addosso lo sconcerto di aver capito così presto quale sarebbe stato il mio futuro. Ad alcune persone capita di comprendere qual è la strada da percorrere per essere felici abbastanza presto e in maniera chiara ed è quello che è accaduto a me. Altre, invece, impiegano tanto tempo e prima di prendere la direzione giusta, provano tante strade. Marco appartiene a questa seconda categoria.

Sapevo allora che prima o poi sarebbe tornato da me, ma non sapevo che gli anni di attesa sarebbero stati così tanti. Le estati adesso si sovrappongono una all’altra nei miei pensieri. Di ricordi, di giochi, di bagni insieme ne abbiamo fatti tanti. L’estate del mio diciottesimo compleanno gli chiesi di fare l’amore. Lui frequentava l’università allora e mi disse chiaramente che non voleva impegni definitivi perché il suo obiettivo era la laurea. Gli dissi che non importava, per me sarebbe bastata quell’estate. E me la feci bastare.

L’anno dopo non si fece vivo sull’isola e l’anno successivo si presentò insieme a una ragazza molto bella, molto cittadina, molto ricca. La sua fidanzata.

Mi si ghiacciò il cuore, ma sorrisi quando me la presentò. Non so dirvi bene, ma anche in quel momento che ricordo come uno dei peggiori della mia vita, avevo la consapevolezza che lui sarebbe tornato da me. Ed è questa sicurezza che mi ha sostenuto nei lunghi inverni e nelle estati nelle quali non è venuto in vacanza sull’isola. I miei genitori hanno dovuto accettare la mia decisione. Hanno provato a presentarmi altri ragazzi, a mandarmi in vacanza in altri posti, sulla terraferma, ma non sono mai riuscita a innamorarmi di qualcun altro. Né sull’isola, né da altre parti. C’era sempre una voce in fondo al mio cuore che diceva aspetta, aspetta, prima o poi capirà e tornerà da te. Qualche anno dopo Marco si presentò in vacanza accompagnato dalla fidanzata, nel frattempo diventata moglie, con in braccio un bimbo. Davanti alla loro felicità mi misi il cuore in pace, mai e poi mai sarei stata la causa della rottura di una famiglia, però in una serata tempestosa davanti alle onde che si infrangevano rumorose e arrabbiate contro gli scogli gridai tutta la mia rabbia. Urlai disperata, piansi, con i pugni serrati colpii la sabbia nera, diedi sfogo ai miei pensieri, ai miei desideri. Il mare ascoltò tutto e raccolse il mio dolore. Un’onda più forte delle altre mi colpì e mi bagnò completamente. L’acqua era fredda quella sera e restai senza fiato. Però poi piano piano mi ripresi. L’improvvisa quanto inaspettata doccia fredda mi aveva restituito a me stessa. Chi vive a contatto col mare, sa cosa provai in quel momento.

Era come se l’acqua dell’onda colpendomi e ritraendosi avesse portato via con sé il dolore che provavo. Sulla spiaggia ero rimasta solo io e il mio amore, quello che avevo avuto la fortuna di provare. Il mare mi urlava a suo modo che amare era già felicità. In quel momento pensai alla sventura che hanno coloro che nella vita non hanno mai amato e mi sentii fortunata e grata. Sperai nel mio intimo che anche Marco potesse amare con una tale intensità un’altra persona, glielo augurai perché questo dava senso alla propria vita. Purtroppo non sarei stata io quella donna, ma non era importante adesso. Volevo che almeno lui potesse essere felice. Io avrei avuto i ricordi a farmi compagnia e mi promisi di coltivarli per bene.

La rabbia lasciò il posto libero e nel mio cuore si fece spazio la memoria. Ho avuto cura negli anni di innaffiare ogni minimo pensiero che riguardasse Marco.

Alle volte mi coglieva di notte la nostalgia di averlo vicino. Era difficile stare sempre da sola, ma poi portavo i pensieri alle notti che avevamo trascorso insieme sulla spiaggia. Quelle stelle luminose che ci avevano illuminato nelle ore notturne erano le stesse che vedevo dalla mia finestra. E la pace tornava nel mio cuore.

Di estati ne sono seguite tante. Io ho iniziato a gestire la trattoria dei miei e gli anni sono corsi via veloci. Il lavoro che faccio mi piace, mi piace soprattutto poterlo fare sulla mia isola.

Tante persone sono andate a vivere sulla terraferma perché i disagi di vivere in un posto così piccolo e lontano dai grandi porti sono tanti, ma io non ci ho mai pensato. Solo l’idea di ritrovarmi in un luogo dove non si scorge l’orizzonte mi mette ansia, figuriamoci viverci. E poi c’è anche un altro motivo che mi ha trattenuto. Ho fatto una promessa tanti anni fa e l’ho mantenuta. Ho giurato a Marco che l’avrei aspettato.

L’altro anno dal traghetto che portava i turisti di agosto è sceso un signore dinoccolato. Solo. Non vedevo Marco da dieci anni circa, ma ho saputo con certezza che era lui appena l’ho intravisto. Si è diretto verso la trattoria e si è fermato a un tavolo all’esterno.

Non sapevo cosa fare. Dovevo andare io da lui o mandare la mia aiutante? Magari era lì di passaggio e attendeva qualcuno che sarebbe arrivato col prossimo traghetto. Da dietro la tendina a strisce colorata che divide l’interno dall’esterno della trattoria lo spiavo. L’ultimo traghetto ha lasciato sul molo altre persone che si sono disperse in fretta nei vicoli che circondano la piazzetta.

Marco era ancora lì. Solo. Allora mi sono armata di coraggio e sono uscita. Nello stesso momento lui si è girato e mi ha visto. Ci siamo guardati con lo stesso stupore di anni prima. La meraviglia di trovarsi di fronte la persona giusta, quella perfetta per te, ci ha ammaliati ancora. Eravamo invecchiati  certo, ma eravamo ancora noi. Poi la sua voce ha rotto il silenzio.

«Ciao Rosetta, quanto tempo è passato. Tu sei sempre la stessa?». Ha pronunciato le ultime parole con un punto di domanda. Voleva una risposta. L’ho guardato e ho capito. Gli ho risposto: «Io sì, sono sempre la stessa e sono sempre in attesa. Tu, Marco, sei sempre lo stesso?».

Volevo una risposta anch’io. Marco mi ha abbracciato e mi ha detto che lui era molto cambiato.

Aveva dovuto percorrere tanta strada nella sua vita e aveva capito che per provare a essere felice doveva tornare dove la felicità l’aveva incontrata per la prima volta.

Quella sera è volata via tra le sue parole e le mie lacrime. Il suo matrimonio era finito da tempo e adesso che il figlio era autonomo niente più lo legava alla città e a un lavoro che non gli aveva mai dato le soddisfazioni che si aspettava. Se io volevo, potevamo provare a vivere insieme e a ripartire da dove ci eravamo fermati anni prima. La mia isola ci avrebbe fatto da nido. Gli ho buttato le braccia al collo e dopo anni di attesa finalmente ho detto sì.

 

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La bicicletta, storia di Saba – Novembre 2017

Storia di Saba - Confidenze Novembre 2017_Pagina_1 Storia di Saba - Confidenze Novembre 2017_Pagina_2

 

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Storia di Giorgio – Ottobre 2017

Storia di Giorgio - Confidenze nr. 43 Ottobre 2017_Pagina_1I diritti sono tali quando valgono per tutti. Se soddisfano solo una parte a danno di un’altra, non si può parlare di diritti ma di privilegi ed io, da quando ho avuto la capacità di scegliere e di ragionare, mi sono sempre schierato contro i privilegi. Mi sono laureato in Legge e ho proseguito con gli studi e col tirocinio fino a  diventare avvocato. E’ stata dura. All’inizio ho fatto tanta gavetta quasi gratis, ma con l’aiuto della mia famiglia sono andato avanti e a quarantacinque anni sono un professionista affermato e riconosciuto. Insomma,  si può dire che io sia benestante e se a questo si aggiunge un bell’aspetto, è facile intuire che non ho mai avuto problemi con le donne. Nei weekend, quando non sono occupato in studio, vado al mare o in montagna a secondo della stagione. Da Roma sono facilmente raggiungibili entrambi i luoghi e lì mi diverto con amiche occasionali. So già che avrei un’età nella quale dovrei pensare ad accasarmi, ma io non sono fatto per avere una famiglia, mi piace essere single e sto bene con me stesso, con i miei ritmi e la mia bella casa. Lo riconosco senza problemi ed è ciò che dico sempre alle mie amiche. Metto subito in chiaro che non voglio, né mi interessano storie serie. Se una donna mi piace, la corteggio e il tempo che dura ci divertiamo. Poi ciascuno va per la sua strada. Sono diretto, mi rendo conto, però preferisco essere considerato rude piuttosto che bugiardo o uno che inganna. Sono fatto così e fino all’incontro con lei è andato tutto bene. La chiamo lei perché non ho voglia di chiamarla per nome. Solo sentirla nominare mi viene una rabbia addosso che se potessi prenderei a calci ogni cosa che incontro lungo la strada. Ma sarebbe inutile. Non servirebbe a niente se non a sfogare la rabbia per qualche minuto, il problema resta quello che è. Tutto è iniziato l’anno scorso a Barcellona. A luglio sono andato in Spagna con un paio di amici, abbiamo girato il Sud della penisola iberica e poi di ritorno a casa, siamo approdati a Barcellona dove avevamo preventivato di trascorrere qualche giorno al mare. Ci siamo fermati in un albergo esclusivo sulla litoranea e ai tavolini del bar esterno abbiamo incontrato un gruppo di ragazze italiane. Il mio amico ha iniziato ad attaccare discorso e abbiamo trascorso insieme la giornata in giro per la città e poi al mare. A me si è avvicinata da subito Floriana. Era sulla trentina e molto appariscente. Non era certo il mio ideale di bellezza femminile e aveva un tocco di volgarità nelle espressioni che non sempre le riusciva di camuffare con un parlare forbito che si vedeva non le apparteneva. Ma forse  queste cose le ho notato dopo, non saprei dire con precisione. Non ricordo molto dei giorni passati a Barcellona. So che eravamo insieme in gruppo  e a un certo punto ci siamo ritrovati soli, io e lei. Non so bene cosa ci siamo detti, entrambi eravamo adulti e vaccinati e siamo stati insieme per un paio di notti. Tutto qua. Quello che ricordo bene era che lei mi aveva chiesto di non prendere precauzioni perché prendeva la pillola. Se mi devo fare una colpa precisa per quello che è accaduto dopo è qui che la ritrovo, ecco dove ho sbagliato. Prendere precauzioni deve essere un dovere di salute e attenzione verso se stessi, prima di tutto, e io non l’ho fatto. Ci siamo lasciati scambiandoci i numeri di cellulare e con una vaga promessa di rivederci a Roma. Tornato allo studio, mi sono rituffato nel lavoro e a Floriana non ho più pensato. Lei ha anche provato a inviarmi dei messaggi e a chiamarmi, ma non le ho risposto subito e poi me ne sono dimenticato. Con l’autunno sono arrivate altre ragazze e altre avventure. Fino a Dicembre quando ricevo tra tanti messaggi di auguri, anche quello di Floriana che mi vuole vedere per una notizia importante. Rispondo a tutti e pure a lei e fissiamo per vederci qualche giorno dopo in un bar in centro. Quando arriva vedo che è ingrassata molto, ma è quando si toglie il cappotto che vedo che ha una pancia sospetta. Lei si siede e senza tanti preamboli mi dice che aspetta un bambino da me. A quelle parole ho provato una sensazione di soffocamento. Non volevo certo un figlio adesso e comunque non da questa donna che nemmeno conosco e non a queste condizioni. Gli dico chiaramente che è un inganno, io non so niente e i nostri patti quando ci siamo incontrati erano stati chiari. Divertimento assicurato e momentaneo, null’altro. Floriana dice che sapeva che avrei agito in questo modo e per questo non me l’aveva detto subito, perché altrimenti l’avrei costretta a sbarazzarsi del bambino. Adesso continuava non era più possibile e quando l’avrei visto, ne era certa, avrei iniziato ad amare il piccolo e forse anche lei. L’ho lasciata da sola e me ne sono andato con la certezza di avere a che fare con una psicopatica. Ho chiamato un amico che si interessa di diritto di famiglia e ho chiesto cosa potevo fare, come potevo difendere il mio diritto di non essere padre. Perché se esiste un diritto a essere genitore, deve corrisponderne un altro che tuteli anche chi genitore non vuole diventare. In particolare, la situazione dei padri in questo contesto è molto debole perché se la madre si intestardisce a voler tener per forza un figlio, impone la sua volontà anche al padre che la subisce forzosamente. Purtroppo il mio amico non mi ha dato molte speranze sui miei diritti, pare che la volontà dei maschi in questi casi sai assolutamente ininfluente e calpestabile, però mi ha detto che era necessario dimostrare che questo figlio fosse realmente mio. E l’onere della prova era in capo a lei. Ho risentito Floriana per capire se effettivamente l’interruzione di gravidanza era da escludere e dopo la sua conferma, le ho chiesto cosa volesse da me. Come pensavo era una questione di soldi, di amore in questa storia ce n’è ben poco. Io la vivo come una storia di violenza e le vittime siamo io e il bambino. Perché non venite a dirmi che un bimbo nato da un tranello o da un inganno sia un bimbo felice! Ad aprile è nato. So che l’ha chiamato Luca e sta bene. Io non sono andato in ospedale, né l’ho voluto vedere. Non mi sento padre, né lo sarò mai a queste condizioni. A metà settembre, il giudice al quale Floriana si è rivolta ha disposto un’azione di accertamento giudiziale della paternità, che in pratica è l’imposizione del test del DNA per me al fine di accertare che io sia veramente il padre e, di conseguenza, obbligarmi al mantenimento del bambino. Sono distrutto e profondamente ferito da questa storia. Talvolta fatico persino a pensare che sia accaduto a me una cosa del genere. Ma la cosa che trovo più sconcertante è la semplicità con la quale la figura del padre sia stata trattata in tutta questa vicenda, sia dalle persone, sia dalla giustizia. Come se un padre fosse solamente un figuro di passaggio che scuce soldi e non un punto di riferimento che indica e sostiene i propri figli nel difficile percorso della vita. A ottobre saprò il mio destino e mi comporterò di conseguenza così come disporrà il giudice. Se sono un po’ di soldi quelli che vuole Floriana, glieli darò. La mia vita non cambierà certo per questo, ma chi ripagherà mai me e questo bambino, che forse un giorno conoscerò, dalla violenza che abbiamo subito per colpa di una donna che, fregandosene di tutti, ha fatto quello che voleva?

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Storia di Graziana – Marzo 2017

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Storia di Graziana - Confidenze nr. 14 - pag. 36 Marzo 2017 Pagine da Confidenze nr. 14 - pag. 37

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Storia di Andrea Rubera – Gennaio 2017

Storia di Andrea Rubera- Gennaio 2017

 

 

 

 

 
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Storia di Loredana – Dicembre 2016

 “Echi di zampogne” di Giovanna Brunitto, pubblicata sul n. 52 di Confidenze – Numero di Natale

Il 2014 è stato quello in cui mi si è rotto tutto.  Ho dovuto cambiare l’automobile per un guasto al motore, TV e computer mi hanno abbandonato per un fulmine che ha colpito il palazzo in cui vivo e la lavatrice ha smesso di perdere acqua solo quando l’ho buttata via definitivamente. E si è rotta anche la mia storia con Gianluca. Dopo cinque anni di relazione, mi sembrava giunto il momento di qualcosa di più serio di weekend fuori, cene e feste.  Entrambi avevamo passato la trentina già da un po’ e sentivo l’esigenza di un rapporto più stabile, di qualcosa che potesse definirsi l’inizio di una famiglia, ma lui non era d’accordo.  Mi ha augurato di trovare presto un compagno serio, ha sottolineato più volte la parola “serio”, ed è uscito dalla porta e dalla mia vita. Ho provato a chiamarlo ma non ha risposto. Qualche giorno dopo, è arrivata la notizia della brutta malattia di mia madre e mi sono dimenticata di cercarlo. Ho percorso la strada da nord a sud della penisola ogni settimana per starle vicino, ma quel male se l’è portata via in pochi mesi. La sua perdita mi ha rotto il cuore. L’anno è finito e non c’era più niente che si potesse rompere. I mesi successivi sono trascorsi quasi senza che ne avessi consapevolezza, aiutata dal mio lavoro che mi ha occupato tutti gli spazi possibili.  Ho lavorato ininterrottamente senza un giorno di ferie fino a dicembre. Ero stremata e soprattutto ero sola. Mia mamma amava l’ultimo mese dell’anno e per Natale organizzava grandi feste che riunivano la famiglia. Ma quest’anno lei non c’era e quindi avevo deciso che non sarei andata a casa dai miei. L’idea di trovare la casa vuota o di essere, tra i miei fratelli, l’unica senza compagno o famiglia, mi era insopportabile. Avevo accampato all’inizio del mese delle scuse lavorative che mi avrebbero trattenuto a Milano e avevo deciso che non avrei festeggiato le festività in nessun modo. Contavo sulla complicità della città meneghina che, con la sua forte vocazione lavorativa e i ritmi frenetici, mi avrebbe di certo aiutato a dimenticare Natale e la solitudine o quanto meno a non ricordarmeli ogni minuto. Per me Natale è sempre stato l’odore dei mandarini, i rococò, il presepe e la tombola in famiglia, non certo vetrine addobbate come passerelle e luci da stadio. Quindi non correvo rischi a Milano, del mio Natale non ne avrei trovato traccia. La certezza è sfumata il giorno dopo Sant’Ambrogio. Sono rientrata a casa prima del solito per una riunione saltata all’ultimo minuto, la sera non era ancora del tutto arrivata. Mentre giravo la chiave nel portone della palazzina, ho sentito una nenia, una musica. Era il suono di una zampogna. Al centro del giardino condominiale c’erano un gruppo di quattro zampognari che suonavano la novena intorno ad una nicchia dove il custode normalmente montava un brutto presepe fatto da lui di cui andava fierissimo. Sono rimasta così colpita dal suono  che mi sono avvicinata. Ad ogni passo sentivo lo stomaco contrarsi. Quel suono mi era così familiare. Quando ero piccola al mio paese gli zampognari comparivano agli inizi di dicembre e facevano il giro in tutti i portoni , suonando le canzoni tradizionali del Natale. Erano un avvenimento nuovo ed allo stesso tempo rappresentavano il perpetrarsi della tradizione. Ogni famiglia faceva loro un’offerta e  tutti li tenevano in grande considerazione, come dei re magi venuti apposta per festeggiare insieme a noi il Natale. Ecco quel ricordo mi sapeva di una magia che non ricordavo più. Ero senza parole e quando hanno finito, mi sono ritrovata con le lacrime agli occhi. Mi sono vergognata di questa debolezza e senza neanche salutare ho battuto i tacchi e sono salita a casa mia. Una volta sul divano mi sono accorta che non avevo fatto neanche un’offerta. Se mia madre avesse potuto vedermi, mi avrebbe ripreso e rimproverato: “Loredana è Natale, è la Festa più importante dell’anno, offri quello che hai e vedrai che il Signore ti ricompenserà mille volte di più.” Ma la solitudine della mia casa mi ha riportato alla realtà e mi ha fatto dimenticare il calore che mi aveva invaso sentendo la musica. Il giorno dopo con umore cupissimo sono ripassata dal giardino e ho dato un occhio al presepe, spinta da una strana curiosità. Non era il solito, questo era certo. Era molto curato nei particolari, con dei pastori bellissimi che riproducevano lavori artigianali. Ero intenta a guardare ogni cosa e non mi sono accorta che alle mie spalle c’era una persona. La sua voce possente mi ha riportata alla realtà. Era un uomo sulla quarantina, alto e con dei bellissimi occhi nocciola. Si è presentato, si chiamava Andrea ed era il nuovo portiere che da un semestre lavorava nel palazzo. Aveva la passione per i presepi ed aveva chiamato gli zampognari, un gruppo di suonatori di Concorezzo in provincia di Milano che conosceva, perché senza novena non gli sembrava Natale.  E poi ha parlato del suo arrivo a Milano e del suo nuovo lavoro che gli piaceva tanto. Mi ha detto anche che mi vedeva sempre da sola e spesso gli sono apparsa triste e per quel motivo non si era avvicinato prima. Davanti al caffè che ha insistito per offrirmi al bar all’angolo, finalmente ha smesso di parlare e sorridendo mi ha chiesto come mi chiamassi. Gli ho detto il mio nome e poco altro, poi sono andata di corsa al lavoro. In metropolitana mi sono ritrovata a sorridere tra me e me, come non mi capitava da tempo. Andrea mi aveva avvolto con la sua parlantina e mi aveva guardato, tra una chiacchera e l’altra, con quei suoi occhi bellissimi. Mi aveva fatto sentire bella come non mi capitava da anni. Il tutto in una manciata di minuti che non arrivavano a mezzora. Non sospettavo quella mattina che l’avrei rivisto quello stesso pomeriggio, mi stava aspettando all’entrata del portone per accompagnarmi fino all’appartamento e per strapparmi una specie di mezzo appuntamento per il giorno dopo per ascoltare insieme la novena degli zampognari. E così con quel suo modo di fare a tratti indolente, a tratti diretto e ruvido, Andrea mi ha fatto compagnia per  tutto il mese. Mi ha preso il cuore così, tra una novena e l’altra, e senza quasi che io potessi opporgli resistenza. Alla vigilia di Natale è venuto da me per la cena. Abbiamo mangiato, giocato a tombola e poi siamo andati insieme alla messa di mezzanotte. Anche il resto della notte l’abbiamo trascorsa insieme. Abbiamo parlato tanto e fatto l’amore. E’ stata la notte di Natale più bella che ho avuto o forse no. Forse a pensarci bene la notte più bella sarà quella di quest’anno, perché se i tempi saranno quelli giusti, a Natale prossimo saremo io, Andrea e la nostra bambina. Ma se dovessimo aspettare ancora qualche giorno per incontrare la nostra piccola, sarà un Natale comunque meraviglioso perché come ha detto Andrea l’anno scorso, Natale è una festa che ognuno di noi si porta dentro. Non importa dove si è, con chi si è o quale brutto momento si stia attraversando, se sappiamo cercare dentro di noi, troveremo la forza e la fiducia per rinascere. Io grazie a lui, l’ho trovata. echi-di-zamponge-natale-21-dicembre-2016_pagina_1

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Io prima di te di Jojo Moyes

 

Per chi pensa di volere una lettura leggera (un Harmony per intenderci) può lasciare questo libro da parte perché non corrisponderebbe alle aspettative, nonostante la copertina e la pubblicità con il quale è stato promosso.

Per chi, invece, vuole una lettura lieve su un argomento pesante e difficile quale l’eutanasia allora questo libro è la giusta soluzione.

Io ero partita con le intenzioni della leggerezza e mi sono ritrovata a pensare e a riflettere. La storia d’amore che nasce tra i due protagonisti – lei giovane ragazza inglese figlia della crisi economica e di violenze di bulli in giovane età, lui ricco e rampante finanziere della City col mondo in mano – è quanto di più strano possa essere, eppure il miracolo avviene. Ma questo non elimina di dolore dalla vita di lui, costretto su una sedia a rotelle, senza possibilità di movimento, dopo un terribile incidente. E il dolore lo condurrà verso una fine estrema, ragionata e voluta. Nemmeno l’amore di lei potrà fargli cambiare idea.
La trama è questa, la lettura è veloce, la scrittura scorrevole e i dialoghi sono, secondo me, la parte migliore.

Eppure dopo averlo letto sono partite a raffica le domande. Domande che di norma da una lettura Harmony dovrebbero essere sedate non rinfocolate.
Se lui era innamorato, veramente innamorato, avrebbe scelto di morire? Val la pena viverla comunque la vita, anche in quelle condizioni di estremo disagio? Come si affronta il dolore, sapendolo poi come parte integrante della vita per sempre? Si può biasimare qualcuno per aver voluto scegliere il momento della propria morte oppure questa scelta è così personale che bisogna rispettare il volere di ciascuno, se la scelta è fatta in piena libertà? Il libero arbitrio dove si ferma, davanti a quale scelta? Una nostra libera scelta se voluta, se meditata, se “giusta” per noi non dovrebbe far del male agli altri, alle persone vicine? Ed infine, come può un genitore accettare la morte del proprio figlio, anche se la vita giornaliera è fonte di dolore sia fisico che morale per lui?
E potrei andare avanti ancora per molto, ma mi fermo perché credo che per un libro nato con un intento ben diverso, nella postfazione l’autrice definisce questa una semplice storia d’amore, sia riuscito ad andare oltre e l’abbia saputo fare con maestria.

Consiglio la lettura a tutti . Le risposte alle domande ciascuno le dia a modo suo 🙂
Ringrazio Valentina per avermi regalato questo libro.

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