La bicicletta, storia di Saba – Novembre 2017

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Storia di Giorgio – Ottobre 2017

Storia di Giorgio - Confidenze nr. 43 Ottobre 2017_Pagina_1I diritti sono tali quando valgono per tutti. Se soddisfano solo una parte a danno di un’altra, non si può parlare di diritti ma di privilegi ed io, da quando ho avuto la capacità di scegliere e di ragionare, mi sono sempre schierato contro i privilegi. Mi sono laureato in Legge e ho proseguito con gli studi e col tirocinio fino a  diventare avvocato. E’ stata dura. All’inizio ho fatto tanta gavetta quasi gratis, ma con l’aiuto della mia famiglia sono andato avanti e a quarantacinque anni sono un professionista affermato e riconosciuto. Insomma,  si può dire che io sia benestante e se a questo si aggiunge un bell’aspetto, è facile intuire che non ho mai avuto problemi con le donne. Nei weekend, quando non sono occupato in studio, vado al mare o in montagna a secondo della stagione. Da Roma sono facilmente raggiungibili entrambi i luoghi e lì mi diverto con amiche occasionali. So già che avrei un’età nella quale dovrei pensare ad accasarmi, ma io non sono fatto per avere una famiglia, mi piace essere single e sto bene con me stesso, con i miei ritmi e la mia bella casa. Lo riconosco senza problemi ed è ciò che dico sempre alle mie amiche. Metto subito in chiaro che non voglio, né mi interessano storie serie. Se una donna mi piace, la corteggio e il tempo che dura ci divertiamo. Poi ciascuno va per la sua strada. Sono diretto, mi rendo conto, però preferisco essere considerato rude piuttosto che bugiardo o uno che inganna. Sono fatto così e fino all’incontro con lei è andato tutto bene. La chiamo lei perché non ho voglia di chiamarla per nome. Solo sentirla nominare mi viene una rabbia addosso che se potessi prenderei a calci ogni cosa che incontro lungo la strada. Ma sarebbe inutile. Non servirebbe a niente se non a sfogare la rabbia per qualche minuto, il problema resta quello che è. Tutto è iniziato l’anno scorso a Barcellona. A luglio sono andato in Spagna con un paio di amici, abbiamo girato il Sud della penisola iberica e poi di ritorno a casa, siamo approdati a Barcellona dove avevamo preventivato di trascorrere qualche giorno al mare. Ci siamo fermati in un albergo esclusivo sulla litoranea e ai tavolini del bar esterno abbiamo incontrato un gruppo di ragazze italiane. Il mio amico ha iniziato ad attaccare discorso e abbiamo trascorso insieme la giornata in giro per la città e poi al mare. A me si è avvicinata da subito Floriana. Era sulla trentina e molto appariscente. Non era certo il mio ideale di bellezza femminile e aveva un tocco di volgarità nelle espressioni che non sempre le riusciva di camuffare con un parlare forbito che si vedeva non le apparteneva. Ma forse  queste cose le ho notato dopo, non saprei dire con precisione. Non ricordo molto dei giorni passati a Barcellona. So che eravamo insieme in gruppo  e a un certo punto ci siamo ritrovati soli, io e lei. Non so bene cosa ci siamo detti, entrambi eravamo adulti e vaccinati e siamo stati insieme per un paio di notti. Tutto qua. Quello che ricordo bene era che lei mi aveva chiesto di non prendere precauzioni perché prendeva la pillola. Se mi devo fare una colpa precisa per quello che è accaduto dopo è qui che la ritrovo, ecco dove ho sbagliato. Prendere precauzioni deve essere un dovere di salute e attenzione verso se stessi, prima di tutto, e io non l’ho fatto. Ci siamo lasciati scambiandoci i numeri di cellulare e con una vaga promessa di rivederci a Roma. Tornato allo studio, mi sono rituffato nel lavoro e a Floriana non ho più pensato. Lei ha anche provato a inviarmi dei messaggi e a chiamarmi, ma non le ho risposto subito e poi me ne sono dimenticato. Con l’autunno sono arrivate altre ragazze e altre avventure. Fino a Dicembre quando ricevo tra tanti messaggi di auguri, anche quello di Floriana che mi vuole vedere per una notizia importante. Rispondo a tutti e pure a lei e fissiamo per vederci qualche giorno dopo in un bar in centro. Quando arriva vedo che è ingrassata molto, ma è quando si toglie il cappotto che vedo che ha una pancia sospetta. Lei si siede e senza tanti preamboli mi dice che aspetta un bambino da me. A quelle parole ho provato una sensazione di soffocamento. Non volevo certo un figlio adesso e comunque non da questa donna che nemmeno conosco e non a queste condizioni. Gli dico chiaramente che è un inganno, io non so niente e i nostri patti quando ci siamo incontrati erano stati chiari. Divertimento assicurato e momentaneo, null’altro. Floriana dice che sapeva che avrei agito in questo modo e per questo non me l’aveva detto subito, perché altrimenti l’avrei costretta a sbarazzarsi del bambino. Adesso continuava non era più possibile e quando l’avrei visto, ne era certa, avrei iniziato ad amare il piccolo e forse anche lei. L’ho lasciata da sola e me ne sono andato con la certezza di avere a che fare con una psicopatica. Ho chiamato un amico che si interessa di diritto di famiglia e ho chiesto cosa potevo fare, come potevo difendere il mio diritto di non essere padre. Perché se esiste un diritto a essere genitore, deve corrisponderne un altro che tuteli anche chi genitore non vuole diventare. In particolare, la situazione dei padri in questo contesto è molto debole perché se la madre si intestardisce a voler tener per forza un figlio, impone la sua volontà anche al padre che la subisce forzosamente. Purtroppo il mio amico non mi ha dato molte speranze sui miei diritti, pare che la volontà dei maschi in questi casi sai assolutamente ininfluente e calpestabile, però mi ha detto che era necessario dimostrare che questo figlio fosse realmente mio. E l’onere della prova era in capo a lei. Ho risentito Floriana per capire se effettivamente l’interruzione di gravidanza era da escludere e dopo la sua conferma, le ho chiesto cosa volesse da me. Come pensavo era una questione di soldi, di amore in questa storia ce n’è ben poco. Io la vivo come una storia di violenza e le vittime siamo io e il bambino. Perché non venite a dirmi che un bimbo nato da un tranello o da un inganno sia un bimbo felice! Ad aprile è nato. So che l’ha chiamato Luca e sta bene. Io non sono andato in ospedale, né l’ho voluto vedere. Non mi sento padre, né lo sarò mai a queste condizioni. A metà settembre, il giudice al quale Floriana si è rivolta ha disposto un’azione di accertamento giudiziale della paternità, che in pratica è l’imposizione del test del DNA per me al fine di accertare che io sia veramente il padre e, di conseguenza, obbligarmi al mantenimento del bambino. Sono distrutto e profondamente ferito da questa storia. Talvolta fatico persino a pensare che sia accaduto a me una cosa del genere. Ma la cosa che trovo più sconcertante è la semplicità con la quale la figura del padre sia stata trattata in tutta questa vicenda, sia dalle persone, sia dalla giustizia. Come se un padre fosse solamente un figuro di passaggio che scuce soldi e non un punto di riferimento che indica e sostiene i propri figli nel difficile percorso della vita. A ottobre saprò il mio destino e mi comporterò di conseguenza così come disporrà il giudice. Se sono un po’ di soldi quelli che vuole Floriana, glieli darò. La mia vita non cambierà certo per questo, ma chi ripagherà mai me e questo bambino, che forse un giorno conoscerò, dalla violenza che abbiamo subito per colpa di una donna che, fregandosene di tutti, ha fatto quello che voleva?

Storia di Giorgio - Confidenze nr. 43 Ottobre 2017_Pagina_2

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Storia di Lena – Agosto 2017

Storia di Lena - Agosto 2017

 

Ho trentotto anni e ho avuto nella mia vita tre cognomi diversi. Il cognome è un qualcosa che definisce l’appartenenza a una famiglia, che dice quali sono le tue origini, da dove arrivi. Queste cose quando si è ragazzi hanno poca importanza, almeno per me è stato così, poi però crescendo assumono valore e col tempo ho capito che il cognome giusto rappresenta esattamente quello che sono stata e quello che voglio essere in futuro. La storia dei miei cognomi si intreccia con la storia della mia mamma. E inizierei con le parole che lei mi ripeteva spesso: “Lena, la felicità arriva se fai le scelte giuste per te.” Qualsiasi cosa dovessi fare, lei era pronta a sostenermi purché fossi felice. Se mi concentro sento ancora la sua voce: “Lena non ti far influenzare dagli altri, fai quello che ti fa star bene.” Mia mamma era fatta così, era figlia degli anni settanta e aveva vissuto appieno i suoi tempi, sosteneva che l’armonia e la pace con se stessi donassero la gioia. E viveva di conseguenza, non litigava mai con nessuno e sorrideva sempre, anche nei momenti in cui le cose non andavano proprio nel verso giusto. Quando scoprì di aspettare me, scoprì anche che mio padre era già sposato, ma come mi ha sempre raccontato era così felice di avermi che nulla avrebbe potuto guastare una gioia così grande. Io arrivai e lei si trasferì in un monolocale appena fuori Modena. Era l’unica casa che si poteva permettere immagino, ma lei diceva che una casa così piccola era la scusa per stare sempre vicine. La mia infanzia e la mia adolescenza sono state dolci. Mia mamma c’era sempre e mi lasciava libera di fare le mie scelte in libertà. Le mie amiche non facevano altro che inveire contro i genitori che non le lasciavano vivere, mentre  io non avevo di questi problemi. Con mamma parlavamo di tutto e quando le chiesi di mio padre, mi raccontò della sua relazione con Pietro e che se avessi voluto avrei potuto conoscerlo. Mio padre biologico non mi aveva riconosciuto alla nascita, ma mi seguiva da lontano attraverso le informazione che lei gli dava. L’incontro fu imbarazzante, ma piano piano iniziai a conoscere quell’estraneo e devo dire che col tempo compresi di più la scelta di mia madre. Mio padre poteva essere simpatico e anche affascinante, quando ci si metteva. Quando ho compiuto diciotto anni, il suo regalo è stato quello di riconoscermi ufficialmente e darmi il suo cognome. Ne avevo discusso a lungo con mamma e come sempre lei aveva detto che potevo fare come volevo, per lei non c’erano problemi. Diceva che io sarei stata sempre sua figlia indipendentemente da come mi chiamassi. E lo credevo anch’io. Mi sembrava che avere un cognome piuttosto che un altro non facesse molta differenza, a parte il fatto di essere sollevata dal dover spiegare, di tanto in tanto, a qualche impiegato troppo zelante o solamente pettegolo, che non ero stata riconosciuta alla nascita.  Preso il cognome di mio padre, non cambio nei fatti nulla, i rapporti con lui restarono sporadici. Lui aveva la sua famiglia che adesso sapeva della mia esistenza, ma la mia vita continuò ad andare avanti allo stesso modo. Scelsi l’università per diventare infermiera e gli anni successivi mi dedicai anima e corpo allo studio. Mamma era orgogliosa di me come se avessi dovuto prendere il Nobel in medicina piuttosto che una semplice laurea e mi sosteneva su tutto. Quando si apprestava qualche esame importante dormiva meno di me e studiavamo insieme. Io le ripetevo le noiose nozioni di macrobiologia e lei ascoltava instancabile e con un sorriso solare stampato sul viso alla luce del quale era impossibile scoraggiarsi. Mamma era il mio sole. Quando le ho presentato Alberto, dopo alcuni ragazzi non proprio ideali, è saltata su e lo ha abbracciato felice, dicendoci chiaramente che le nostre auree erano evidentemente destinate ad essere unite per sempre. Ogni tanto, quando litighiamo e poi facciamo pace, io e Alberto ci ricordiamo di quel primo incontro con mamma e ridiamo. Lei era riuscita a vedere che saremmo stati bene insieme, qualcosa che noi abbiamo realizzato solo col tempo perché all’inizio tutta questa sicurezza non ce l’avevamo mica. Iniziando il lavoro in ospedale mi ero abituata a portare il cognome di mio padre. Tutti mi chiamavano solo con quello, dai dottori alla caposala fino ai colleghi, e così ci avevo fatto l’orecchio. A dire il vero, sSentivo sempre come un leggero disagio dentro di me quando mi chiamavano, come se non mi riconoscessi proprio al centro per cento, ma le cose da fare giornaliere erano sempre tante e le voci interiori, a volte, sono così flebili che si fa piuttosto in fretta a metterle a tacere o a fare finta di non averle sentite. Passarono alcuni anni e la relazione con Alberto si fece seria, così andammo a vivere insieme. L’anno dopo a mia mamma venne diagnosticato un brutto male al seno. La diagnosi era infausta e nonostante abbia lottato come una leonessa, nel giro di breve è volata via. Perdere mia mamma è stato un dolore assoluto, per me ha significato perdere tutta la mia famiglia. Per mesi interi sono stata intontita dalla disperazione, mi sentiva sola al mondo e senza sostegni. Poi, piano piano Alberto è riuscito a strapparmi qualche sorriso e un po’ di luce è tornata. Quando ho scoperto di aspettare Gaia, lui mi ha detto che la mia mamma ovunque fosse adesso avrebbe voluto che io non piangessi più perché questo poteva far soffrire la piccola in arrivo. Ed era vero. Allora ho voluto ricordare la mia mamma com’era quando era con me e la via della maternità è stata facile. Anche se lei non era fisicamente presente, sapevo che in qualche modo mi seguiva e l’eredità d’amore e di speranza che mi aveva donato negli anni insieme non me l’avrebbe tolta mai nessuno perché era parte di me. Avevo solo un cruccio che lentamente si andava insinuando dentro di me e cresceva: mi sembrava di averle fatto un torto rinunciando al suo cognome per accettare quello di mi padre. E’ vero ne avevamo discusso ma non avevo la maturità giusta per capire quanto avesse potuto cambiarmi la vita una cosa del genere. Io mi riconoscevo col cognome di mamma, era quello che rappresentava me e la mia idea di famiglia. Con mio padre una tale comunione d’anima io non la sentivo e né avrei potuta sentirla mai. Una sera stavamo ascoltando il telegiornale ed è arrivata la notizia dell’approvazione di una legge per aggiungere al cognome paterno anche quello materno. Sono saltata su dal divano e ho iniziato a battere le mani per la gioia. Ecco, questo è quello che dovevo fare, ecco la cosa giusta per me. Il giorno dopo sono andata all’anagrafe, ma non ne sapevano niente. C’era da aspettare che arrivassero le indicazioni dal Ministero su come procedere. Ho aspettato diversi mesi e, infine, ce l’ho fatta. Adesso ho un doppio cognome, il primo quello di mamma rappresenta la mia parte affettiva e spirituale e il secondo quello di mio padre rappresenta l’unione dalla quale io sono nata, che come diceva mia mamma è stata seppur per poco una storia d’amore. Questa di oggi, con il mio nuovo doppio cognome, sono io.

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Storia di Lucilla – Luglio 2017

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Storia di Lucilla - Confidenze nr. 27 Luglio 2017 pag. 1 Storia di Lucilla - Confidenze nr. 27 Luglio 2017 pag. 2

 

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