Io & lei sulla strada – Storia di Federico Marangoni – Aprile 2020

Io & lei può definirsi una storia d’amore sui generis. La lei di questa storia è “graziella”, sì quella bicicletta snodabile degli ’70 e ’80 che ha segnato qeull’epoca. Un giorno Federico decide di iniziare un viaggio con lei, la graziella e un po’ per scherzo, un po’ per scomessa parte.

L’itineraio migliore è percorrere in due tappe la “Via Francigena” e così parte. Il resto della storia la potete leggere qui:

5 - Storia di Federico - Io & Graziella pag.1 5 - Storia di Federico - Io & Graziella pag. 2 5 - Storia di Federico - Io & Graziella pag. 3

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Giro del mondo in musica – Storia di Nicoletta e Chris – Maggio 2020

Christofer e Nicoletta sono una coppia di musicisti straordinari e unici. Hanno viaggiato in tutti i continenti inseguendo l’ispirazione ed esibendosi in luoghi insoliti. Nella loro ultima avventura hanno raggiunto Shangai via terra. Il loro viaggio vi conquisterà.

6 - Storia Nico e Chris - pag. 1 nr. 22 Maggio 2020 6 - Storia Nico e Chris - pag.2

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Intrecci di vita – Storia di Jorida Dervishi – Marzo 2020

Jorida è una donna straordinaria e piena di energia. La sua storia conquista. E’ arrivata a Milano dall’Albania e ha dovuto imparare molte cose, oltre alla lingua. Così ha capito che poteva aiutare altri stranieri. Sopratutto le donne, perchè sono proprio le donne che trainano l’integrazione.

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Alla luce del sole – La storia di Sabrina e Giusy – Febbraio 2020

La storia di Sabrina e Giusy è una grande storia d’amore.

Sul blog di CONFIDENZE è stata la più votata sul web, leggetela QUI

È stata attrazione a prima vista tra Giusy e me. Per anni, però, ci siamo nascoste per paura del giudizio altrui. Ma quello scudo che doveva difenderci si è trasformato in una gabbia, così ci siamo decise a uscire allo scoperto.

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L’amore è tutto, ed è tutto ciò che noi sappiamo dell’amore”. Non c’è altro da aggiungere ai versi meravigliosi ed eterni della poetessa Emily Dickinson sul significato dell’amore. Quasi 20 anni fa il mio sguardo ha incrociato quello di Giusy in un corridoio dell’albergo dove lavoravamo ed è stato amore. Entrambe non sapevamo, non potevamo sapere, che l’amore ci aveva già scelte, quello scambio di sguardi nei quali ci siamo rispecchiate l’una nell’altra era già tutto. Io avevo 22 anni, Giusy 25 e la nostra storia è iniziata così. Un colpo di fulmine. All’inizio eravamo solo noi, bastavamo a noi stesse. Avevamo tante cose da dirci, sentivamo il bisogno di conoscerci, la passione ci aveva travolte. Sapevamo che non sarebbe stato semplice, io e Giusy siamo due donne e il nostro sentimento poteva creare problemi e disagio a chi ci stava vicino. In una grande città si può essere meno al centro dell’attenzione, ma una storia come la nostra in un piccolo centro come Camaiore poteva far partire quella ridda di voci che può stringerti fino quasi a strangolarti. Per evitare problemi allora, abbiamo deciso di non parlarne con nessuno. Eravamo una coppia e questo ci bastava. Per tutti gli altri invece eravamo due amiche, inseparabili certo, ma pur sempre solo amiche. Poi il tempo ha iniziato a correre e gli anni sono fuggiti, il nostro amore invece è rimasto ed è diventato più grande ogni giorno. Il problema è che lo sapevamo solo noi e quello che era nato come uno scudo per difenderci dagli altri e per difendere anche noi stesse, piano piano si è trasformato in una gabbia. Doversi nascondere, non poter dire apertamente che si ama quella persona, anche semplicemente non poter prendere la mano dell’altra in pubblico era diventato un fardello che ci stava schiacciando. Stava diventando anche mortificante schivare domande imbarazzanti, talvolta anche ingenue: quando avremmo trovato l’uomo giusto decidendo di metter su famiglia, invece di bighellonare in giro sempre e solo tra amiche. L’imperativo era nascondere in ogni modo, tutelare le nostre famiglie, soprattutto la mia, che non avrebbe accettato, far sì che nessuno si accorgesse di noi. Ma può l’amore vivere avvolto in un mondo di menzogna? Forse no, probabilmente col tempo anche quello più potente se non trova la luce del sole sfiorisce e così stava succedendo a noi. Il nostro amore si stava spegnendo.

Poi due anni fa Giusy ha perso Rex, il suo amico a quattro zampe con il quale divideva la vita da 22 anni. Era vecchio e prima o poi sarebbe accaduto, ma Rex per lei era parte della famiglia ed elaborare il lutto è stato difficile. Proprio lei che aveva sempre avuto forza e coraggio anche per me, che da una vita mi chiedeva di fare quel benedetto passo avanti per dire a tutti che ci amavamo, lei, la Giusy combattiva e forte, sembrava essersi spenta. In quel momento ho capito che qualcosa doveva cambiare e che, se non l’avessi fatto, avrei rischiato di perdere il nostro amore, di perdere tutto. So che le lettrici e i lettori comprenderanno queste mie parole: chi di voi se vedesse soffrire la persona che ama non farebbe il possibile e anche l’impossibile per vederla di nuovo sorridere? Così ho preso il coraggio a quattro mani e insieme a Giusy abbiamo deciso di rendere pubblica la nostra relazione. Chi avrebbe capito, ci avrebbe seguito. Gli altri se ne sarebbero fatta una ragione. I pregiudizi si possono superare e ci siamo dette che la mia famiglia, dopo un primo momento di sbigottimento, ci avrebbe capite. La famiglia di Giusy lo aveva già fatto fin dagli inizi della nostra storia. Trovare il coraggio di parlare e dichiarare a tutto il mondo che si ha una relazione lesbica è stato come liberarsi di un fardello che avevamo portato sulle spalle per 15 anni. Anche Giusy ha iniziato a stare meglio. Potevamo finalmente vivere insieme senza doverci più nascondere, potevamo finalmente dire di essere una famiglia. Il nostro coming out però non è stato ben accetto, in particolare dalla mia famiglia. Purtroppo, hanno una visione ristretta dell’amore e non sono ancora riusciti a superare i pregiudizi che avvolgono le relazioni omosessuali. Forse provano vergogna, forse capiranno in futuro, non so, però io vado avanti. Se volevano la mia felicità, avrebbero accettato anche il mio matrimonio. Sì, perché adesso che potevamo vivere alla luce del sole, volevamo che la nostra coppia fosse riconosciuta da tutti come unica e indissolubile. Non si può vivere nascosti tutta la vita, e col tempo nascondersi e mentire consuma l’anima. Il nostro amore meritava molto più del buio di quattro pareti, l’unico luogo dove ci sentivamo libere di amarci. Per il nostro matrimonio, gli amici ci hanno aiutato nei preparativi ed è stato bellissimo sancire pubblicamente le nostre promesse. Ci siamo sposate il 31 agosto scorso e abbiamo scelto di seguire l’antico rito della rosa. Giusy è arrivata alla location che abbiamo scelto sul lago Puccini cavalcando Bucefalo, un bellissimo cavallo dal folto pelo scuro; quando l’ho vista, ho avuto la certezza di vivere una favola, la nostra. Poi davanti a tutti i presenti, compresa la famiglia di Giusy che era lì con noi, abbiamo pronunciato le nostre intenzioni e ci siamo impegnate a mantenere le promesse dichiarate. Ogni anno, nello stesso giorno, le rinnoveremo l’una verso l’altra. È stata una cerimonia commovente e rimarrà il giorno più bello della nostra vita. Per far sì che lo fosse ancora di più, ho deciso di fare una follia e, superando quella barriera che mi aveva bloccata per anni, ho progettato  un regalo speciale per Giusy. Lei, tra noi due, è quella che ha sempre avuto più problemi a confrontarsi con i giudizi altrui, e volevo fosse chiaro che la mia scelta era voluta, era mia, non imposta. Ho acquistato un’intera pagina del Tirreno, uno dei quotidiani più diffusi in Toscana, e ho annunciato pubblicamente che finalmente era il nostro momento, quel giorno ci saremmo sposate. Ho scelto di riaffermare ad alta voce un messaggio che volevo condividere con tutti. Coraggio deriva dal latino cor, cuore. Avere il coraggio di raccontare la storia di chi sì è veramente, a cuore aperto, è l’unico modo per raggiungere la felicità. E infine, dico a tutti, anche a quelli che da quando la nostra storia è pubblica e non hanno ancora smesso di additarci e di scrivere sui nostri social insulti irripetibili senza neanche conoscerci, ecco, a tutti, comprese queste persone, dico che la famiglia non è sempre una questione di sangue, a volte la famiglia sono le persone che ti vogliono nella loro vita semplicemente per quello che sei. La famiglia sono le persone che fanno di tutto per farti sorridere e che ti amano senza condizioni. Ecco, oggi io e Giusy siamo questo, siamo una famiglia.

 

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Storia di Nadia Temperini – La vita è una giostra – Dicembre 2019

La storia di Nadia emoziona e ci rende migliori oltre a infondere grande coraggio. Sul nr. 51 di Confidenze in edicola il 10 Dicembre 2019. BUONA LETTURA

La vita è come una giostra - Nadia Temperini - Dicembre 2019_Pagina_1 La vita è come una giostra - Nadia Temperini - Dicembre 2019_Pagina_2 La vita è come una giostra - Nadia Temperini - Dicembre 2019_Pagina_3

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Storia di MIKI FORMISANO – Oltre le sembianze ( Ottobre 2019 )

La storia di MIKI sul r. 43 di Confidenze – Ottobre 2019 – è stata la storia più votata dsul web. La potete rileggere sul blog di CONFIDENZE 

Eccola:

Una delle cose che mi piace più fare è litigare con la mia compagna. Sapete quelle liti che si basano su niente, tipo: «Miki hai lasciato ancora il tappo del dentifricio aperto?». Io rispondo no con voce ferma, ma sicuramente l’ho fatto, mi dimentico sempre di chiuderlo dopo aver lavato i denti. Lei mette il muso poi io faccio una battuta, lei ride e tutto passa. Ecco, essere una coppia, condividere le abitudini quotidiane, sapere che la mattina ti svegli e che lei ci sarà, è qualcosa di straordinario. A tanti potrebbe addirittura apparire una banalità, ma per me è una fonte inesauribile di stupore. Ogni volta al solo pensarci sono scosso da brividi di gioia. Forse perché per arrivare dove sono, la strada è stata lunga, difficilissima.

Forse perché oggi sono quello che ho sempre voluto essere e finalmente la mia vita “fuori” coincide con quella che ho immaginato dentro di me.

Oggi sono Miki, ho 55 anni e sono un uomo anche per il mondo e la società, ma non è stato sempre così. Quando sono nata ero Michela, una bambina. Già quando avevo cinque anni ero il classico maschiaccio: giocavo, correvo, saltavo senza sosta. Per me era un problema mettere la gonna, la mia eccessiva vivacità insieme a un disagio interiore al quale non sapevo dare un nome, mi portava a impormi sugli altri e a essere a tratti aggressiva se non addirittura violenta. Questo mio atteggiamento, in breve, mi fece diventare il capro espiatorio di qualsiasi cosa accadeva intorno a me, anche di quelle con le quali non c’entravo niente. Se a scuola mancava una merendina da qualche banco, di sicuro ero stata io a prenderla. Se qualcuno faceva a botte e io ero nei paraggi, era colpa mia. Avere tutti contro, però, esasperava i miei comportamenti. Più mi dicevano che ero indisciplinata e più mi arrabbiavo. Era come se da me tutti si aspettassero solo guai e guai e problemi erano quelli che io davo. Poi è arrivata l’adolescenza e con essa i cambiamenti del corpo. All’improvviso mi sono ritrovata con un seno da nascondere e tutti gli annessi del caso. Quando mi guardavo non potevo credere di essere io quell’immagine riflessa nello specchio. L’unico conforto in quel periodo è stata una suora che a scuola mi difendeva dalla cattiveria gratuita degli altri. Lei aveva compreso il tormento che mi portavo dentro e non mi guardava con sguardo severo o di compatimento come facevano tanti. Per lei ero una persona che aveva bisogno di essere amata per quello che era. A casa le cose andavano così così. In famiglia, specie nel sud Italia, quando avevi un figlio o una figlia con “quel problema” facevi finta che il problema non esistesse e la mia famiglia non faceva eccezione.

Ora da adulto comprendo il loro disagio e non ce l’ho con nessuno. Giudicare oggi sarebbe semplice, allora si faceva quello che era possibile fare e per me di soluzioni non ce n’erano. Ero incastrato in un corpo che mi era completamente estraneo. Ero un uomo in un corpo di donna. L’unica via che mi restava per urlare la mia rabbia per questa ingiustizia era ribellarmi a tutto ciò che rappresentava la normalità. Se non potevo essere quello che volevo, allora non avrei rispettato neanche le regole della quotidianità che valevano per tutti gli altri. Avevo solo voglia di spaccare tutto, di infrangere qualsiasi norma possibile. Così è iniziata la mia discesa agli inferi nel mondo della droga. Gli anni Ottanta erano gli anni dell’eroina e arrivarci è stato molto più semplice di quanto immaginassi.

 

Vivevo ai margini della società e quando si è in certi contesti si smarrisce il senso etico, non si comprende più la differenza tra ciò che è bene e ciò che è male. L’unica cosa che mi ha aiutato è stato il fatto di  non essere cacciato di casa e avere comunque un punto di riferimento, una famiglia. Quando è arrivato il primo arresto a seguito di alcuni reati commessi, ho perso anche quell’unico appiglio. In carcere essere tossicodipendente è un’ulteriore condanna che ti espone a qualsiasi sopruso. Lì ho conosciuto gente di tutti i tipi. Una cosa però è certa: se si può uscire dal tunnel della droga, non è in carcere che questo avviene. Me la sono cavata con l’unica carta che conoscevo, mi sono imposto con la forza, ma non tutti vi riuscivano e sopravvivere ogni giorno era dura. Allora nella mia vita c’era Anna e, nonostante il carcere, l’ho amata e difesa finché ha pagato con la vita i comportamenti a rischio ai quali ci si poteva esporre nella condizione di tossicodipendenza: scambi di siringhe o rapporti sessuali non protetti. Nel frattempo, uscivo e rientravo dal carcere perché i conti con la giustizia erano lenti, ma inesorabili e andavano pagati. Mio padre e mia madre mi accoglievano come potevano e cercavano di darmi consigli, ma la rabbia che avevo dentro era incontenibile. Poi quando credevo che la mia vita fosse tutta a rotoli, ho avuto la batosta più dura di tutte. A metà degli anni Ottanta, la Sanità pubblica iniziò a fare dei prelievi di sangue su particolari fasce di popolazione per capire la diffusione dell’Aids. La malattia era misconosciuta e allora si pensava che fosse esclusivamente legata alla comunità gay e dei tossicodipendenti. Dai controlli risultai sieropositivo. Nel 1985 questo significava morire.

 

Le cure erano pochissime e costose e quello che si sapeva sulla malattia era ancora meno. Nel mio caso una siringa utilizzata insieme ad altri per iniettarmi eroina deve aver veicolato il virus. La notizia mi ha devastato. Già mi sentivo emarginato per la mia identità sessuale, adesso diventavo un reietto. Anche in casa era diventato difficile stare. Bere un bicchiere d’acqua o andare in bagno era per mia madre, preoccupata per i miei fratelli e sorelle, una fonte di immensa inquietudine. Non so come, però sono riuscito ad andare avanti. Poco dopo Tonia, la mia migliore amica, si è ritrovata in ospedale. Anche per lei la condanna sono stati i comportamenti a rischio avuti nel periodo della tossicodipendenza. Una complicazione al fegato la stava divorando.

Tonia è stata sin dall’infanzia la mia migliore amica e, anche se oggi non c’è più, lo resterà per sempre. La sua malattia era insopportabile, non volevo che se ne andasse, ma non c’era nulla che si potesse fare, purtroppo.

Al capezzale di Tonia ho conosciuto sua cugina, l’unica parente che venisse a darle conforto. Quando l’ho vista, ho avuto un colpo al cuore. Era lei. Marilena. La nostra storia è iniziata senza che né io né lei l’avessimo preventivato o solo voluto e mi ha donato una forza straordinaria. Un amore così forte che mi ha portato a scegliere la vita, a comprendere il mio disagio interiore.

Marilena era al di fuori di qualsiasi giro da me frequentato fino ad allora ed è andata oltre le apparenze, mi ha amato come persona. Lei è stata la mia occasione per riprendermi in mano la vita. E così con uno sforzo enorme di volontà, ho provato a risalire lentamente la china. È stata dura e non avevo certezze per il futuro, ma sapevo che non volevo tornare indietro e, soprattutto, che volevo provare a vivere e ad amare essendo finalmente riamato. La via per noi è stata lunga, io avevo la mia vita da riprendermi e lei aveva nodi familiari che doveva prima sciogliere. Ci siamo presi tempo e siamo andati avanti, finché non siamo riusciti a vivere finalmente insieme. Nel frattempo, grazie ai primi gruppi sul web, ho iniziato ad avere contatti con varie persone che avevano già iniziato il percorso per cambiare genere. Gli incontri che sono seguiti mi hanno aperto un mondo di informazioni e sostegno, se volevo potevo diventare davvero Michele. Ci ho provato, non avevo altra scelta.

 

Avevo lasciato alle spalle la droga, la rabbia, il disagio di essere diverso, la paura di amare, volevo, anzi dovevo lasciare alle spalle anche Michela. Ho iniziato il percorso di adeguamento di genere e oggi sono Michele, per tutti Miki, il nomignolo con il quale mi conoscono. Ho percorso chilometri per arrivare dove sono e ho deciso che tutta questa strada, questa fatica, la voglio dedicare agli altri. Oggi sono presidente di Cest, Centro per la salute dei trans che ha sede a Taranto, la mia città. È un’associazione che ha un approccio innovativo nella presa in carico delle persone transgender. Offriamo sostegno e informazioni anche online in modo da poter raggiungere anche le persone fisicamente più lontane geograficamente. La disforia di genere è un tema ancora di nicchia e l’argomento della salute dei transgender lo è ancora di più. Nella fase di transizione, quando il corpo è già adeguato mentre i documenti riportano ancora i vecchi dati anagrafici, i problemi possono essere quotidiani.

Tutti gli operatori sanitari dovrebbero essere preparati ad accogliere la persona per le necessità legate alla salute, mentre spesso ci si ritrova davanti sguardi inquisitori e pregiudizievoli e questo è uno dei fattori che allontanano molte persone transgender dalla prevenzione e dal prendersi cura di sé. Una delle mie battaglie è fornire strumenti alla mia comunità e alla società in generale per superare queste barriere. Il diritto alla salute è sacrosanto per ogni cittadino a prescindere dall’orientamento sessuale o identità di genere. Non so se ce la farò, ma ci provo.

11 Storia di Miki Formisano Ottobre 2019

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Storia di Carlo Budel e del Rifugio Penta Penìa a 3.343 mt in Marmolada

Sul nr.31 di Confidenze in edicola dal 23 luglio c’è Carlo Budel – Dalla fabbrica alle cime della Marmolada. Leggete la sua storia di coraggio e amore per la Montagna e la Natura

 

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Storia di Matilde e Olivier … sulle tracce di Leonardo

la storia di Matilde e Olivier, in giro per #Milano e provincia alla ricerca di #Leonardo. E per chi volesse ripercorrere i passi dei due protagonisti, Angelo vi aspetta presso la @Chiesa Sant’Andrea Melzo(www.amicisantandrea.com). NE VALE LA PENA 🙂 evviva l’amore verso la #Bellezza

Sul BLOG di CONFIDENZE la potete leggere quando volete : Clicca qui 

Storia di Matilde - Aprile 2019_Pagina_1 Storia di Matilde - Aprile 2019_Pagina_2 Storia di Matilde - Aprile 2019_Pagina_3 Storia di Matilde - Aprile 2019_Pagina_4

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Storia di Sofia e di segreti – Aprile 2019

La #storia di SOFIA sul nr. 17 di #Confidenze in edicola il 16 Aprile 2019  parla di #PASSATO che ritorna

Storia di Sofia - Aprile 2019_Pagina_1 Storia di Sofia - Aprile 2019_Pagina_2

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Storia di Annarita, Rossella e Giovanna Patrizia – Operazione Gallo – Marzo 2019

La nostra OPERAZIONE GALLO sul nr. 11 di Confidenze in edicola a Marzo 2019.

Annarita e Rossella quanto ci siamo divertite.

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