Storia di Lena – Agosto 2017

Storia di Lena - Agosto 2017

 

Ho trentotto anni e ho avuto nella mia vita tre cognomi diversi. Il cognome è un qualcosa che definisce l’appartenenza a una famiglia, che dice quali sono le tue origini, da dove arrivi. Queste cose quando si è ragazzi hanno poca importanza, almeno per me è stato così, poi però crescendo assumono valore e col tempo ho capito che il cognome giusto rappresenta esattamente quello che sono stata e quello che voglio essere in futuro. La storia dei miei cognomi si intreccia con la storia della mia mamma. E inizierei con le parole che lei mi ripeteva spesso: “Lena, la felicità arriva se fai le scelte giuste per te.” Qualsiasi cosa dovessi fare, lei era pronta a sostenermi purché fossi felice. Se mi concentro sento ancora la sua voce: “Lena non ti far influenzare dagli altri, fai quello che ti fa star bene.” Mia mamma era fatta così, era figlia degli anni settanta e aveva vissuto appieno i suoi tempi, sosteneva che l’armonia e la pace con se stessi donassero la gioia. E viveva di conseguenza, non litigava mai con nessuno e sorrideva sempre, anche nei momenti in cui le cose non andavano proprio nel verso giusto. Quando scoprì di aspettare me, scoprì anche che mio padre era già sposato, ma come mi ha sempre raccontato era così felice di avermi che nulla avrebbe potuto guastare una gioia così grande. Io arrivai e lei si trasferì in un monolocale appena fuori Modena. Era l’unica casa che si poteva permettere immagino, ma lei diceva che una casa così piccola era la scusa per stare sempre vicine. La mia infanzia e la mia adolescenza sono state dolci. Mia mamma c’era sempre e mi lasciava libera di fare le mie scelte in libertà. Le mie amiche non facevano altro che inveire contro i genitori che non le lasciavano vivere, mentre  io non avevo di questi problemi. Con mamma parlavamo di tutto e quando le chiesi di mio padre, mi raccontò della sua relazione con Pietro e che se avessi voluto avrei potuto conoscerlo. Mio padre biologico non mi aveva riconosciuto alla nascita, ma mi seguiva da lontano attraverso le informazione che lei gli dava. L’incontro fu imbarazzante, ma piano piano iniziai a conoscere quell’estraneo e devo dire che col tempo compresi di più la scelta di mia madre. Mio padre poteva essere simpatico e anche affascinante, quando ci si metteva. Quando ho compiuto diciotto anni, il suo regalo è stato quello di riconoscermi ufficialmente e darmi il suo cognome. Ne avevo discusso a lungo con mamma e come sempre lei aveva detto che potevo fare come volevo, per lei non c’erano problemi. Diceva che io sarei stata sempre sua figlia indipendentemente da come mi chiamassi. E lo credevo anch’io. Mi sembrava che avere un cognome piuttosto che un altro non facesse molta differenza, a parte il fatto di essere sollevata dal dover spiegare, di tanto in tanto, a qualche impiegato troppo zelante o solamente pettegolo, che non ero stata riconosciuta alla nascita.  Preso il cognome di mio padre, non cambio nei fatti nulla, i rapporti con lui restarono sporadici. Lui aveva la sua famiglia che adesso sapeva della mia esistenza, ma la mia vita continuò ad andare avanti allo stesso modo. Scelsi l’università per diventare infermiera e gli anni successivi mi dedicai anima e corpo allo studio. Mamma era orgogliosa di me come se avessi dovuto prendere il Nobel in medicina piuttosto che una semplice laurea e mi sosteneva su tutto. Quando si apprestava qualche esame importante dormiva meno di me e studiavamo insieme. Io le ripetevo le noiose nozioni di macrobiologia e lei ascoltava instancabile e con un sorriso solare stampato sul viso alla luce del quale era impossibile scoraggiarsi. Mamma era il mio sole. Quando le ho presentato Alberto, dopo alcuni ragazzi non proprio ideali, è saltata su e lo ha abbracciato felice, dicendoci chiaramente che le nostre auree erano evidentemente destinate ad essere unite per sempre. Ogni tanto, quando litighiamo e poi facciamo pace, io e Alberto ci ricordiamo di quel primo incontro con mamma e ridiamo. Lei era riuscita a vedere che saremmo stati bene insieme, qualcosa che noi abbiamo realizzato solo col tempo perché all’inizio tutta questa sicurezza non ce l’avevamo mica. Iniziando il lavoro in ospedale mi ero abituata a portare il cognome di mio padre. Tutti mi chiamavano solo con quello, dai dottori alla caposala fino ai colleghi, e così ci avevo fatto l’orecchio. A dire il vero, sSentivo sempre come un leggero disagio dentro di me quando mi chiamavano, come se non mi riconoscessi proprio al centro per cento, ma le cose da fare giornaliere erano sempre tante e le voci interiori, a volte, sono così flebili che si fa piuttosto in fretta a metterle a tacere o a fare finta di non averle sentite. Passarono alcuni anni e la relazione con Alberto si fece seria, così andammo a vivere insieme. L’anno dopo a mia mamma venne diagnosticato un brutto male al seno. La diagnosi era infausta e nonostante abbia lottato come una leonessa, nel giro di breve è volata via. Perdere mia mamma è stato un dolore assoluto, per me ha significato perdere tutta la mia famiglia. Per mesi interi sono stata intontita dalla disperazione, mi sentiva sola al mondo e senza sostegni. Poi, piano piano Alberto è riuscito a strapparmi qualche sorriso e un po’ di luce è tornata. Quando ho scoperto di aspettare Gaia, lui mi ha detto che la mia mamma ovunque fosse adesso avrebbe voluto che io non piangessi più perché questo poteva far soffrire la piccola in arrivo. Ed era vero. Allora ho voluto ricordare la mia mamma com’era quando era con me e la via della maternità è stata facile. Anche se lei non era fisicamente presente, sapevo che in qualche modo mi seguiva e l’eredità d’amore e di speranza che mi aveva donato negli anni insieme non me l’avrebbe tolta mai nessuno perché era parte di me. Avevo solo un cruccio che lentamente si andava insinuando dentro di me e cresceva: mi sembrava di averle fatto un torto rinunciando al suo cognome per accettare quello di mi padre. E’ vero ne avevamo discusso ma non avevo la maturità giusta per capire quanto avesse potuto cambiarmi la vita una cosa del genere. Io mi riconoscevo col cognome di mamma, era quello che rappresentava me e la mia idea di famiglia. Con mio padre una tale comunione d’anima io non la sentivo e né avrei potuta sentirla mai. Una sera stavamo ascoltando il telegiornale ed è arrivata la notizia dell’approvazione di una legge per aggiungere al cognome paterno anche quello materno. Sono saltata su dal divano e ho iniziato a battere le mani per la gioia. Ecco, questo è quello che dovevo fare, ecco la cosa giusta per me. Il giorno dopo sono andata all’anagrafe, ma non ne sapevano niente. C’era da aspettare che arrivassero le indicazioni dal Ministero su come procedere. Ho aspettato diversi mesi e, infine, ce l’ho fatta. Adesso ho un doppio cognome, il primo quello di mamma rappresenta la mia parte affettiva e spirituale e il secondo quello di mio padre rappresenta l’unione dalla quale io sono nata, che come diceva mia mamma è stata seppur per poco una storia d’amore. Questa di oggi, con il mio nuovo doppio cognome, sono io.

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Storia di Lucilla – Luglio 2017

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Storia di Lucilla - Confidenze nr. 27 Luglio 2017 pag. 1 Storia di Lucilla - Confidenze nr. 27 Luglio 2017 pag. 2

 

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Storia di Carmela e Paolo – Giugno 2017

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Storia di Paolo - Confidenze nr. 24 Giugno 2017_Pagina_1 Storia di Paolo - Confidenze nr. 24 Giugno 2017_Pagina_2

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Storia di Davide Madeddu – Maggio 2017

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Storia di Luigi – Aprile 2017

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Storia di Luigi - Confidenze nr. 17 . Aprile 2017_Pagina_1 Storia di Luigi - Confidenze nr. 17 . Aprile 2017_Pagina_2

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Storia di Graziana – Marzo 2017

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Storia di Graziana - Confidenze nr. 14 - pag. 36 Marzo 2017 Pagine da Confidenze nr. 14 - pag. 37

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Storia di Mariagrazia – Marzo 2017

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Storia di Mariagrazia - Marzo 2017_Pagina_1 Storia di Mariagrazia - Marzo 2017_Pagina_2

 

 

 

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Storia di Andrea Rubera – Gennaio 2017

Storia di Andrea Rubera- Gennaio 2017

 

 

 

 

 
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Storia di NATALIA – Gennaio 2017

La storia vera più apprezzata dalle lettrici questa settimana è “Natalia” di Giovanna Brunitto, pubblicata sul n. 4 di Confidenze.

http://www.confidenze.com/cuore/natalia/

“Ci vuole più coraggio e amore a lasciare andare un figlio che a tenerselo sempre con sé.” La mia storia è racchiusa in questa frase. Ogni mattina e ogni sera me la ripeto ad alta voce guardandomi allo specchio e cerco tra le lacrime il mio viso nello specchio. Sono Natalia, sono sempre io, sono uguale a prima eppure tutto è cambiato. Non riesco a capire come la mia faccia possa essere sempre la stessa dopo quello che è accaduto. Ma forse questa è la punizione che mi tocca per non essere stata in grado di trovare una strada che mi permettesse di tenere con me la mia bambina. Resto giovane e attraente all’esterno mentre dentro sono vecchia e brutta e con un pezzo di vita definitivamente morto che nessuno al mondo mi ridarà più. Perché quando ho deciso di rinunciare a mia figlia per darle la possibilità di essere adottata da una famiglia vera, sapevo che non sarei potuta più tornare indietro. Non auguro a nessuno mai di dover fare una scelta simile. Perché non è un dolore spiegabile a parole. È come morire però restando in vita. Per gli altri tutto prosegue normalmente e invece, per me, la vita si è fermata a quel giorno. Io ogni mattina mi sveglio e prima di rendermi conto dove sono, rivivo la mia storia. Sono nata in Romania, in un piccolo paesino vicino al confine bulgaro. I miei genitori erano contadini, eravamo poveri ma avevamo di che mangiare. Quando ho compiuto sedici anni, un mio cugino mi ha invitato a seguirlo in Italia per lavorare e vivere con lui. A me l’Italia pareva un sogno, vedevo le immagini scintillanti alla televisione delle città e delle vetrine e restavo abbagliata. Siamo partiti poco dopo. Per due anni abbiamo vissuto in un piccolo appartamento di Bergamo e abbiamo lavorato. Io facevo le pulizie e lui il fabbro. A modo nostro, ci siamo voluti bene. Poi è arrivata la crisi e lui ha perso il lavoro ed è iniziato un periodo nerissimo. Constantin, questo il suo nome, ha iniziato a bere sempre di più ed è diventato violento. Solo con il mio lavoro mantenersi entrambi era impossibile. È stato in quel periodo che ho scoperto di essere incinta. Non l’ho detto subito a Constantin. Speravo dentro di me che la situazione migliorasse e che trovasse un lavoro. Ma così non è stato. Quando la pancia ha iniziato a vedersi, abbiamo litigato violentemente ma io quel bambino lo volevo e gliel’ho urlato con tutte le mie forze. Il giorno dopo Constantin se n’è andato lasciandomi sola e con i debiti da onorare. Mi sono fatta forza e su suggerimento della signora dove lavoravo, ho trovato posto in una casa famiglia che aiutava donne in difficoltà. Ecco posso dire che quello è stato il periodo più bello della mia vita. Avevo la mia bimba che cresceva con me, vivevo in un posto tranquillo e caldo e avevo da mangiare bene e abbondante. Il lavoro l’ho lasciato perché la casa famiglia era in un’altra città. La mia piccola è arrivata a febbraio. L’ho chiamata Ioana che in Romania è un nome di buon augurio che dona grazia a chi lo porta. È stata una bimba buona sin da subito e non mi ha dato alcun fastidio. Cresceva che era un amore. A Natale però è arrivata la notizia, la casa famiglia per l’anno nuovo non avrebbe ricevuto più i fondi e io e altre quattro donne non potevamo più stare lì. Così è iniziato il mio calvario. Sono andata da alcuni amici che mi hanno ospitato per un mese, ma due bocche da sfamare erano troppe e sono dovuta andare via. Ho cercato di contattare la mia famiglia in Romania, ma la situazione lì era drammatica e non mi hanno voluta. Ho cercato di fare qualsiasi lavoro mi capitasse, ma con una bambina piccola era molto difficile trovare qualcosa. E i soldi non bastavano mai. Ioana aveva bisogno di pannolini, di stare al caldo, di mangiare regolarmente. E io non potevo darle niente. Ho anche rintracciato Constantin tramite dei parenti. Era in Germania, ma chiaramente mi ha detto di non cercarlo più. A lui di nostra figlia non importava proprio niente.

Ero da sola. Andavo a mangiare alla Caritas a pranzo e, durante il giorno, stavo dentro un centro commerciale che garantiva un ambiente caldo alla mia bambina. Di sera cercavo di dare meno fastidio possibile a qualche amico o parente che mi ospitava, ma sapevo che non sarei potuta andare avanti molto in questo modo. Sono tornata alla casa famiglia e ho cercato aiuto. La coordinatrice, Eliana, mi ha dato ospitalità e la mattina successiva abbiamo parlato a lungo insieme.

È stata lei a dirmi, per la prima volta, che potevo dare la mia piccola in affido a un’altra famiglia e permettere così alla bambina di avere una casa vera dove stare. L’idea di separarmi dalla mia Ioana era tremenda, ma vederla piangere per il freddo e per la fame era peggio. Allora ho accettato e Eliana mi ha aiutato con i servizi sociali e il Tribunale a preparare gli incartamenti. Ho tenuto la mia bambina con me ancora per cinque mesi, poi a settembre l’ho consegnata alla famiglia scelta per l’affido. Ioana ha pianto un po’ ma è andata in braccio alla donna che l’ha presa e le ha sorriso tra le lacrime. Sembrava sapesse che quella donna mi avrebbe sostituito. Sono rimasta da sola e ho trovato lavoro come badante a tempo pieno per un signore anziano. Una volta ogni quindici giorni andavo dalla mia bambina e la gioia che mi prendeva quando la vedevo così in salute, ben vestita e protetta, mi dava la carica per affrontare altri giorni di solitudine. E poi a Natale ho deciso. La famiglia che aveva in affidamento la mia Ioana poteva darle quell’amore e quella sicurezza che io non avrei mai potuto garantirle. E la mia presenza a lungo andare avrebbe iniziato a dare problemi, forse imbarazzi, alla mia piccolina. Se volevo il bene della mia bambina dovevo scomparire dalla sua vita. Così ho firmato le carte per l’adozione. Sono trascorsi altri mesi e il Tribunale ha chiuso la pratica. Ioana non è più mia figlia. I suoi nuovi genitori mi hanno promesso che da grande le racconteranno la nostra storia e, se lei vorrà, verranno da me. Quando accadrà le dirò che ho rinunciato a essere madre per farle avere la migliore vita possibile. Saperla felice e al sicuro, anche se lontano da me, è l’unica ragione che mi fa andare avanti ogni giorno.

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Storia di Loredana – Echi di Zampogne – Dicembre 2016

Su Confidenze di Natale – 2016 Echi di zamponge -Natale -21 Dicembre 2016_Pagina_1Echi di zamponge -Natale -21 Dicembre 2016_Pagina_2

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