Storia di Miriam – Il cammino del silenzio – Agosto 2018

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Storia di Marzia – L’amico di mio marito – Settembre 2018

Storia di Marzia - Settembre 2018_Pagina_1 Storia di Marzia - Settembre 2018_Pagina_2

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Storia di Mirella – Un’amica speciale – Luglio 2018

Storia di Mirella - Luglio 2018 Storia di Mirella 1- Luglio 2018 (1)

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Storia di Gabriella- Il segreto – Luglio 2018

Storia di Gabiella - Luglio 2018_Pagina_1 Storia di Gabiella - Luglio 2018_Pagina_2

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Storia di Pina – Giugno 2018 – Il Convento

Storia di Pina - Il Convento - Gugno 2018_Pagina_1 Storia di Pina - Il Convento - Gugno 2018_Pagina_2 Storia di Pina - Il Convento - Gugno 2018_Pagina_3 Storia di Pina - Il Convento - Gugno 2018_Pagina_4

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Storia di Rosetta – Maggio 2018 – L’Isola

Sul Blog di Confidenze : L’isola” di Giovanna Brunitto è la storia vera più apprezzata del n. 19 di Confidenze, ve la riproponiamo qui

Storia di Rosetta - Maggio 2018 IntestazioneIl primo ricordo che conservo di Marco è legato al tramonto. Avevo sette anni. Con precisione lo rivedo con un camioncino sottobraccio, con l’altra mano tiene quella di sua madre mentre sale sul traghetto per salpare verso la terraferma. Si arrampica su una scalinata del ponte e inizia a salutare. Fino a che riesco a vederlo lui saluta. Nel frattempo insieme alla nave, che diventa più piccola, anche il sole scompare all’orizzonte. Quella è stata la nostra prima estate insieme. Non saprei dire esattamente cosa provassi in quel momento, ricordo però lo struggimento dei giorni successivi e un vago senso di perdita.

Per la prima volta nella vita mi ero sentita sola. Ero una bambina tranquilla e solitaria, sull’isola dove vivevo non c’erano molti bambini con cui giocare, ma la cosa non mi era mai pesata. Mi piaceva stare all’aria aperta e soprattutto mi piaceva che, quasi in ogni punto dell’isola dove mi trovassi, riuscissi a vedere il mare. Anche in classe, se salivo su una sedia in piedi, dalla finestra scorgevo il blu intenso della linea di confine tra terra e cielo e questo mi dava all’istante un senso di serenità. Se c’era cattivo tempo d’inverno non andavamo a scuola per intere settimane, il traghetto che accompagnava il maestro non poteva viaggiare. Ma non ricordo di essermi mai annoiata, né sentita sola. Almeno fino a quel momento. A me piaceva stare all’aria aperta. Raccoglievo qualche rado fiore di campo oppure delle bacche rosse che crescevano nascoste nei rovi. Guardavo i gabbiani fare acrobazie nel cielo come se fosse la cosa più semplice del mondo. Cercavo sulla spiaggia sassi dalle forme strane. Il vento era il sottofondo di ogni mia scorreria esterna. Quando si approssimava l’estate, l’isola si riempiva di gente. Per lo più isolani che ritornavano per le vacanze, ma ogni anno i turisti diventavano un po’ di più. I miei genitori avevano una trattoria e c’era molto da fare. Io giocavo lì intorno. Quell’estate di circa quarantacinque anni fa era arrivata una famiglia in vacanza a maggio ed erano restati per tutta la stagione. Probabilmente con Marco ci siamo incontrati sulla spiaggia e abbiamo iniziato a giocare o può essere stato sulla piazza antistante la trattoria. Non so, né io né lui ci ricordiamo.

Quello che ricordo è la sua partenza. Non ho neanche memoria di particolari promesse di rivederci o altro. Solo la sensazione di aver perso qualcosa mentre il traghetto si allontanava. Il rosso del tramonto che declina verso il buio. Sono trascorsi un altro paio di estati veloci senza che di lui sapessi niente. Poi a maggio del mio decimo anno, Marco è tornato con la sua famiglia. Vi sembrerà strano, ma quando l’ho visto scendere dal traghetto ho respirato. Proprio a pieni polmoni, come se in quel momento avessi ripreso a farlo dopo anni di apnea. Anche per lui dev’essere successo qualcosa di simile, perché ricordo lo stupore sul viso quando gli sono andata incontro e l’ho salutato.

La nostra seconda estate è iniziata così. I miei ricordi sono più netti riguardo quel periodo. Marco mi raccontava della sua classe, lui già frequentava le medie, dei suoi amici di città, di alcuni giochi elettronici che aveva a casa, delle lezioni di karate. Parlava tanto, Marco è fatto così, ha sempre parlato tanto. Io ascoltavo più che altro. Anche perché degli inverni sull’isola c’era poco da raccontare, a parte il vento che sibilava e i gabbiani che ruotavano nell’aria. Anche quell’estate finì e ce ne furono altre intervallate da qualche cartolina natalizia. L’estate dei miei quattordici anni cambiò la nostra amicizia in qualcosa di più.

Quando scese dal traghetto, Marco mi guardò strano e anch’io notai che era cambiato. Aveva dei baffetti che non aveva l’anno prima ed era diventato molto più alto. Ci salutammo, ma non ci incontrammo subito come le altre volte. Ero agitatissima perché pensavo che paragonata alle sue amiche di città dovevo assomigliare a uno spaventapasseri. Non volevo che mi guardasse in quel modo strano, mi mandava in confusione. Avrei voluto riprendere i nostri giochi di chiacchiere e sabbia come l’anno prima, ma allo stesso tempo volevo qualcosa d’altro che ancora non sapevo definire. Compresi cos’era quando seduti sulla spiaggia, qualche sera dopo, lui mi raccontò di una ragazza della sua classe che gli piaceva. Per fortuna era buio e non poteva vedere la mia espressione. Se qualcuno mi avesse dato un pugno in viso, probabilmente mi avrebbe fatto meno male. Mentre lo ascoltavo, realizzavo che avrei voluto essere io quella ragazza. L’idea di essere innamorata di Marco arrivò come una folgorazione. E insieme alla consapevolezza arrivò anche la gelosia. Chi era questa ragazza? Com’era fatta? Era bionda o bruna? Sicuramente doveva essere bella per piacergli così tanto. Tornai a casa e piansi lacrime salate per tutta la notte. Il giorno dopo mi alzai, mi guardai allo specchio e decisi che avrei giocato le mie carte. A quei tempi c’era un giornale per ragazze che dava consigli su come essere sexy, su come piacere a un ragazzo, su come vestirsi e usare i trucchi. Seguii tutti i consigli proposti sotto lo sguardo meravigliato dei miei genitori e gli effetti arrivarono. Marco dopo qualche giorno mi disse che ero molto carina. Una sera mi prese sottobraccio mentre camminavamo sulla spiaggia e il giorno dopo mi baciò al chiaro di luna. In quel momento compresi che era lui l’amore della mia vita. Penso che l’estate dei miei quattordici anni sia stata quella nella quale ho smesso di essere una bambina.

Ma è stata anche qualcosa di più. Allora non sapevo molto dell’amore, di quello vero intendo. Avevo letto tanti libri, ma niente mi aveva preparato al turbamento e allo sconvolgimento che provavo tra le braccia di Marco. Quando ero con lui, ero certa di stare dove avrei voluto essere per tutta la vita. Era come ritrovare la calma e allo stesso tempo sentirsi dentro una burrasca. Tutto e il contrario di tutto. Decisi che Marco sarebbe stato il mio compagno. Per sempre. In quella breve estate compresi che alternative per me non ce n’erano e non ci sarebbero mai state. Lo compresi con una tale forza che me ne spaventai. Quando glielo dissi, Marco invece ne rise. Mi prese in giro dicendo che chissà quanti altri ragazzi avrei conosciuto e che ben presto mi sarei dimenticata di lui. Io sapevo che così non sarebbe stato, ma conoscevo bene anche il ragazzo che avevo davanti e in quel momento compresi che lui non aveva la mia stessa consapevolezza; capii che avrei dovuto aspettarlo. Marco è diverso da me, lo è sempre stato. Lui è solare, loquace, impulsivo e aveva un sacco di piani che riguardavano il futuro. Doveva diplomarsi con ottimi voti, poi doveva laurearsi in Architettura, poi doveva diventare un “pezzo grosso”, così diceva, nel mondo del design e tanti altri poi, ma nessuno di questi comprendeva qualcosa della sfera intima. Nei suoi progetti non era inclusa una relazione, non parlava di una famiglia, non c’era una compagna all’orizzonte. Niente insomma che potesse includere me in qualche modo. Ci restai male, ma non glielo diedi a vedere. Risi delle battute e riprendemmo la nostra estate. Quando a settembre rientrò sulla terraferma, sul molo gli giurai eterno amore e gli promisi di aspettarlo lì, in quello stesso posto ogni anno. Gli dissi anche che non glielo avrei più ripetuto, ma che in qualsiasi momento lui avrebbe voluto io ci sarei stata. Marco mi abbracciò e se ne andò senza dire niente.

A me restò addosso lo sconcerto di aver capito così presto quale sarebbe stato il mio futuro. Ad alcune persone capita di comprendere qual è la strada da percorrere per essere felici abbastanza presto e in maniera chiara ed è quello che è accaduto a me. Altre, invece, impiegano tanto tempo e prima di prendere la direzione giusta, provano tante strade. Marco appartiene a questa seconda categoria.

Sapevo allora che prima o poi sarebbe tornato da me, ma non sapevo che gli anni di attesa sarebbero stati così tanti. Le estati adesso si sovrappongono una all’altra nei miei pensieri. Di ricordi, di giochi, di bagni insieme ne abbiamo fatti tanti. L’estate del mio diciottesimo compleanno gli chiesi di fare l’amore. Lui frequentava l’università allora e mi disse chiaramente che non voleva impegni definitivi perché il suo obiettivo era la laurea. Gli dissi che non importava, per me sarebbe bastata quell’estate. E me la feci bastare.

L’anno dopo non si fece vivo sull’isola e l’anno successivo si presentò insieme a una ragazza molto bella, molto cittadina, molto ricca. La sua fidanzata.

Mi si ghiacciò il cuore, ma sorrisi quando me la presentò. Non so dirvi bene, ma anche in quel momento che ricordo come uno dei peggiori della mia vita, avevo la consapevolezza che lui sarebbe tornato da me. Ed è questa sicurezza che mi ha sostenuto nei lunghi inverni e nelle estati nelle quali non è venuto in vacanza sull’isola. I miei genitori hanno dovuto accettare la mia decisione. Hanno provato a presentarmi altri ragazzi, a mandarmi in vacanza in altri posti, sulla terraferma, ma non sono mai riuscita a innamorarmi di qualcun altro. Né sull’isola, né da altre parti. C’era sempre una voce in fondo al mio cuore che diceva aspetta, aspetta, prima o poi capirà e tornerà da te. Qualche anno dopo Marco si presentò in vacanza accompagnato dalla fidanzata, nel frattempo diventata moglie, con in braccio un bimbo. Davanti alla loro felicità mi misi il cuore in pace, mai e poi mai sarei stata la causa della rottura di una famiglia, però in una serata tempestosa davanti alle onde che si infrangevano rumorose e arrabbiate contro gli scogli gridai tutta la mia rabbia. Urlai disperata, piansi, con i pugni serrati colpii la sabbia nera, diedi sfogo ai miei pensieri, ai miei desideri. Il mare ascoltò tutto e raccolse il mio dolore. Un’onda più forte delle altre mi colpì e mi bagnò completamente. L’acqua era fredda quella sera e restai senza fiato. Però poi piano piano mi ripresi. L’improvvisa quanto inaspettata doccia fredda mi aveva restituito a me stessa. Chi vive a contatto col mare, sa cosa provai in quel momento.

Era come se l’acqua dell’onda colpendomi e ritraendosi avesse portato via con sé il dolore che provavo. Sulla spiaggia ero rimasta solo io e il mio amore, quello che avevo avuto la fortuna di provare. Il mare mi urlava a suo modo che amare era già felicità. In quel momento pensai alla sventura che hanno coloro che nella vita non hanno mai amato e mi sentii fortunata e grata. Sperai nel mio intimo che anche Marco potesse amare con una tale intensità un’altra persona, glielo augurai perché questo dava senso alla propria vita. Purtroppo non sarei stata io quella donna, ma non era importante adesso. Volevo che almeno lui potesse essere felice. Io avrei avuto i ricordi a farmi compagnia e mi promisi di coltivarli per bene.

La rabbia lasciò il posto libero e nel mio cuore si fece spazio la memoria. Ho avuto cura negli anni di innaffiare ogni minimo pensiero che riguardasse Marco.

Alle volte mi coglieva di notte la nostalgia di averlo vicino. Era difficile stare sempre da sola, ma poi portavo i pensieri alle notti che avevamo trascorso insieme sulla spiaggia. Quelle stelle luminose che ci avevano illuminato nelle ore notturne erano le stesse che vedevo dalla mia finestra. E la pace tornava nel mio cuore.

Di estati ne sono seguite tante. Io ho iniziato a gestire la trattoria dei miei e gli anni sono corsi via veloci. Il lavoro che faccio mi piace, mi piace soprattutto poterlo fare sulla mia isola.

Tante persone sono andate a vivere sulla terraferma perché i disagi di vivere in un posto così piccolo e lontano dai grandi porti sono tanti, ma io non ci ho mai pensato. Solo l’idea di ritrovarmi in un luogo dove non si scorge l’orizzonte mi mette ansia, figuriamoci viverci. E poi c’è anche un altro motivo che mi ha trattenuto. Ho fatto una promessa tanti anni fa e l’ho mantenuta. Ho giurato a Marco che l’avrei aspettato.

L’altro anno dal traghetto che portava i turisti di agosto è sceso un signore dinoccolato. Solo. Non vedevo Marco da dieci anni circa, ma ho saputo con certezza che era lui appena l’ho intravisto. Si è diretto verso la trattoria e si è fermato a un tavolo all’esterno.

Non sapevo cosa fare. Dovevo andare io da lui o mandare la mia aiutante? Magari era lì di passaggio e attendeva qualcuno che sarebbe arrivato col prossimo traghetto. Da dietro la tendina a strisce colorata che divide l’interno dall’esterno della trattoria lo spiavo. L’ultimo traghetto ha lasciato sul molo altre persone che si sono disperse in fretta nei vicoli che circondano la piazzetta.

Marco era ancora lì. Solo. Allora mi sono armata di coraggio e sono uscita. Nello stesso momento lui si è girato e mi ha visto. Ci siamo guardati con lo stesso stupore di anni prima. La meraviglia di trovarsi di fronte la persona giusta, quella perfetta per te, ci ha ammaliati ancora. Eravamo invecchiati  certo, ma eravamo ancora noi. Poi la sua voce ha rotto il silenzio.

«Ciao Rosetta, quanto tempo è passato. Tu sei sempre la stessa?». Ha pronunciato le ultime parole con un punto di domanda. Voleva una risposta. L’ho guardato e ho capito. Gli ho risposto: «Io sì, sono sempre la stessa e sono sempre in attesa. Tu, Marco, sei sempre lo stesso?».

Volevo una risposta anch’io. Marco mi ha abbracciato e mi ha detto che lui era molto cambiato.

Aveva dovuto percorrere tanta strada nella sua vita e aveva capito che per provare a essere felice doveva tornare dove la felicità l’aveva incontrata per la prima volta.

Quella sera è volata via tra le sue parole e le mie lacrime. Il suo matrimonio era finito da tempo e adesso che il figlio era autonomo niente più lo legava alla città e a un lavoro che non gli aveva mai dato le soddisfazioni che si aspettava. Se io volevo, potevamo provare a vivere insieme e a ripartire da dove ci eravamo fermati anni prima. La mia isola ci avrebbe fatto da nido. Gli ho buttato le braccia al collo e dopo anni di attesa finalmente ho detto sì.

 

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Storia di IOLANDA – Aprile 2018

Anche sul BLOG di Confidenze :

L’usanza del corredo resiste ancora o è sorpassata?

Storia di Iolanda - Aprile 2018_Pagina_1 Storia di Iolanda - Aprile 2018_Pagina_2

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Storia di Bianca – Marzo 2018

Storia di Bianca -Marzo 2018L’altro giorno bevevo un tè in compagnia della mia più cara amica e, tra una chiacchiera e l’altra, Maria ha raccontato di sua cognata che dopo quindici anni di matrimonio si separa dal marito perché lui ha un’amante. Voglio bene a Maria e so che anche lei me ne vuole, ma non sono pronta ancora per riprendere a parlare di rapporti amorosi, nemmeno se riguardano qualcun altro. L’ho fissata seria e le ho detto di cambiare discorso. Lei facendo spallucce mi ha detto che non potremo osservare in eterno il silenzio stampa sull’amore. Ed effettivamente ha ragione, ma non ce la faccio. Non ancora. Al solo sentire la storia di sua cognata mi è tornata la rabbia e ho invidiato quella donna. Sì, avete capito bene, invidio sua cognata perché perlomeno ha una donna in carne e ossa con cui prendersela, un essere umano verso cui sfogare la rabbia di non essere più amata. Io invece non ho avuto neanche questo privilegio. Io sono stata lasciata per delle slot machine. Tre anni fa nella cittadina dove abito, ha aperto una sala bingo. Per noi cittadini è stata un’occasione di lavoro e la novità è stata accolta con entusiasmo. Ho trovato lavoro al banco che distribuiva gettoni per le slot e altri parenti e amici sono stati assunti dalla società che gestisce il locale. Il nostro paese non è in una zona di passaggio, siamo in una valle dove bisogna venirci apposta quindi fino a quel momento di stranieri ne avevamo visti pochi, ma con l’apertura della sala da noi è iniziato un viavai di gente. Il sabato organizzavano dei pullman dai paesi vicini e c’era il pienone in sala. Ripeto per noi è stata la manna del cielo. I bar dei dintorni e persino un paio di alberghi malmessi fino a poco tempo prima hanno iniziato a prosperare. Eravamo contenti e non pensavamo troppo alla provenienza di quel benessere. I primi mesi sono stati esaltanti. Mi piaceva il lavoro, mi piaceva sorridere ai visitatori e mi piaceva percepire finalmente uno stipendio regolare e non dipendere più dai miei. Poi passata l’euforia, ho iniziato a guardare meglio le persone che venivano e poco alla volta all’entusiasmo è subentrata la tristezza. Si trattava per la maggior parte di anziani soli e di uomini e donne di mezza età dall’aria scoraggiata. E, seppure le vincite erano modeste o nulle, le persone tornavano in sala sempre puntuali. Ho iniziato a fare i conti di quanto spendessero e restavo sbalordita perché con certezza dissipavano al gioco molto più di quanto guadagnassero o prendessero di pensione. A volte, a quelli che mi apparivano più disperati, cercavo di dare qualche consiglio bonario sul non spendere troppi soldi, ma la ludopatia è un comportamento difficilissimo da fermare. Credo che si rendessero conto che spendevano era al di sopra delle loro possibilità, ma non riuscivano a smettere. Non riuscivano a fermarsi. In quel periodo ho iniziato a dubitare del mio lavoro. Certe mattine ero assalita da una tale fiacca che mi risultava difficile persino tirarmi su dal letto. Mi passavano davanti le facce di quei poveretti che ogni sera tornavano quasi con zelo a rovinarsi ancora di più e mi veniva tristezza. So che non li costringevo io a giocarsi tutto al bingo e alle slot, ma mi sentivo complice lo stesso. Ero là e il mio stipendio arrivava dalle fortune di altri sperperate al gioco. Non mi ci ritrovavo in tutto questo, ma non volevo rinunciare alla paga e alla libertà. Ero molto combattuta se restare o andarmene. Poi prese a frequentare la sala un ragazzo di un paese vicino. Dapprima veniva solo qualche volta il sabato, poi col passare delle settimane iniziò a passare ogni sera. Si chiamava Umberto, veniva alla cassa e col suo sorriso solare, così diverso da quello mesto degli altri visitatori, mi chiedeva di dargli dei gettoni. Una sera mi chiese anche il numero di telefono, oltre i gettoni. Non sapevo cosa fare, ci avevano proibito di avere contatti privati con i frequentatori della sala, ma Umberto sorrise e mi schiacciò l’occhio con fare complice. Non ho saputo resistere. Iniziammo a frequentarci. Lui era divertente e trascorrere del tempo insieme era molto rilassante. Aveva la battuta pronta e respingeva qualsiasi ragionamento serio con arguzia. Mi fece passare la tristezza. Venina tutte le sere in sala giochi e io ero convinta che venisse per vedere me, non per giocare d’azzardo. Lui, poi, scambiava solo pochi spiccioli, non dava la sensazione di essere un giocatore incallito. Saltellava da qualche slot al mio banco con naturalezza. E’ un ragionamento stupido e ingenuo visto con gli occhi di oggi, ma in quel periodo io veramente pensavo che fosse lì solo per me. Se avessi avuto più esperienza sulla ludopatia, la maledetta malattia del gioco d’azzardo, avrei riconosciuto i segni. L’euforia ingiustificata, la semplicità con cui si spendono soldi credendo di poter fare vincite sicure, l’eccitazione al pensiero di scommettere. Ma ero innamorata cotta di Umberto e non riuscivo a vedere i segnali che indicavano che qualcosa non andava nel nostro rapporto. Col passare dei mesi, i segnali aumentarono. Lui schivava le mie richieste di vederci anche in orari diversi da quelli del mio lavoro. Per noi non c’erano gite fuori porta domenicali o tra i negozi del centro. Umberto di giorno lavorava e di sera era in sala. Le puntate al gioco iniziarono ad aumentare. Una sera facendo i conteggi, mi resi conto che anche lui spendeva più di quanto guadagnava. Lo giustificai pensando che non si fosse reso conto dei soldi buttate via e mi imposi di parlargli per farlo ragionare. Le mie parole, come al solito, non furono prese sul serio. Mi blandì dicendo che esageravo. Ma io sapevo che non era così, sapevo pure che non mi piaceva che giocasse così tanto, ma allo stesso tempo avevo paura che insistendo avremmo litigato. Così ho lasciato perdere per un po’, pensando che la mia vicinanza e il mio amore gli avrebbero fatto cambiare idea presto sull’esagerazione al gioco. Quanto sono stata stupida! Siamo andati avanti così per mesi. Umberto giocava sempre di più e io ero sempre più disperata, ma non riuscivo a fare niente. Poi è arrivata quella sera. Era un martedì. Stavo al banco come sempre e lui, finito di lavorare, mi ha raggiunto in sala. Era più agitato del solito e il suo sorriso che tanto amavo, appariva tirato. A metà serata, dovevo andare in bagno e gli ho chiesto di restare nei pressi del banco e dire alle persone che volevano i cambi monete di aspettare qualche minuto il mio arrivo. Lui si è seduto al mio posto. Mentre andavo verso i servizi, mi sono accorta di aver lasciato la borsa al banco e sono tornata indietro per riprenderla. Entrata in saletta, ho visto Umberto che estraeva dalla cassa manciate di monete che infilava in tasca. Una doccia fredda o un ceffone secco in viso mi avrebbero fatto meno male. La verità mi è apparsa in tutta la sua crudezza. Umberto stava rubando, senza neanche pensare che questo suo gesto metteva a repentaglio anche me. I controlli erano frequenti e la sala avrebbe potuto denunciarmi per un ammanco significativo. Lui lo sapeva. Ma mentre lo guardavo arraffare monete, il suo sguardo era appannato. Io non esistevo in quel momento e forse non ero mai esistita. Sono andata in bagno e non gli ho detto niente. Il giorno dopo ho dato le dimissioni. Era l’unico atto che potevo fare per dare un taglio a quella situazione. Sinceramente quando l’ho fatto pensavo che Umberto mi sarebbe corso a cercare, che mi avrebbe implorato di stare insieme a lui, cose così insomma. E invece non è accaduto niente. Come se io nella sua vita non ci fossi mai stata. Umberto, come mi hanno riferito alcun amici, ha continuato a frequentare la sala giochi. Io ho fatto fatica a trovare un altro lavoro, ma alla fine ce l’ho fatta. Quello che ancora non sono riuscita a fare è accettare l’idea che tutto quello che c’è stato fra noi era solo nella mia mente. Una psicologa che ho consultato mi ha detto che le persone affette da ludopatia sono chiuse in un mondo dove esiste esclusivamente il gioco d’azzardo. Fintanto che non si convincono che hanno un problema, non c’è modo di aiutarle. Fino ad allora tutto ciò che li circonda è un corollario utile a far sì che possano raggiungere il loro scopo. Io quindi sono stata un corollario. Non è semplice da accettare. Ci vuole tempo. Sono tornata al mio tè, ho sorriso a Maria e le ho premesso che riprenderò a parlare d’amore. Non so ancora quando, ma lo farò.

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La bicicletta, storia di Saba – BLOG di Confidenze

La bicicletta” di Giovanna Brunitto, pubblicata sul n. 45 di Confidenze, è una delle storie vere più apprezzate della settimana. Ve la riproponiamo sul blog

 

Per me è stata molto di più di un UMILE mezzo di trasporto: è stata il SIMBOLO di tutto il bello della mia vita. E amo pedalare, in MEMORIA del mio Egidio

Storia vera di Saba G. Raccolta da Giovanna Brunitto

Si dice che una volta che si impara ad andare in bicicletta non lo si dimentica più, poi ci sai andare per sempre. E forse è vero, ma è anche vero che si prendono abitudini diverse, che con l’andare avanti dell’età subentrano paure e cautele che da giovani non si avevano e ci si può dimenticare di come si guida una bicicletta. A me è capitato così, nonostante da bambina la bici di mio padre  mi avesse praticamente salvato la vita e, poi, da ragazza sempre in bici io abbia fatto il viaggio più bello che mi ricordi. A un certo punto, con il boom economico, le nostre condizioni economiche sono nettamente migliorate e in casa è arrivata la prima auto di famiglia…. (il seguito a questo link www.confidenze.com/cuore/la-bicicletta/ )

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