Storia di Carmela e Paolo – Giugno 2017

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Storia di Paolo - Confidenze nr. 24 Giugno 2017_Pagina_1 Storia di Paolo - Confidenze nr. 24 Giugno 2017_Pagina_2

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Storia di Davide Madeddu – Maggio 2017

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Storia di Luigi – Aprile 2017

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Storia di Luigi - Confidenze nr. 17 . Aprile 2017_Pagina_1 Storia di Luigi - Confidenze nr. 17 . Aprile 2017_Pagina_2

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Storia di Graziana – Marzo 2017

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Storia di Graziana - Confidenze nr. 14 - pag. 36 Marzo 2017 Pagine da Confidenze nr. 14 - pag. 37

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Storia di Mariagrazia – Marzo 2017

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Storia di Mariagrazia - Marzo 2017_Pagina_1 Storia di Mariagrazia - Marzo 2017_Pagina_2

 

 

 

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Storia di Andrea Rubera – Gennaio 2017

Storia di Andrea Rubera- Gennaio 2017

 

 

 

 

 
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Storia di NATALIA – Gennaio 2017

La storia vera più apprezzata dalle lettrici questa settimana è “Natalia” di Giovanna Brunitto, pubblicata sul n. 4 di Confidenze.

http://www.confidenze.com/cuore/natalia/

“Ci vuole più coraggio e amore a lasciare andare un figlio che a tenerselo sempre con sé.” La mia storia è racchiusa in questa frase. Ogni mattina e ogni sera me la ripeto ad alta voce guardandomi allo specchio e cerco tra le lacrime il mio viso nello specchio. Sono Natalia, sono sempre io, sono uguale a prima eppure tutto è cambiato. Non riesco a capire come la mia faccia possa essere sempre la stessa dopo quello che è accaduto. Ma forse questa è la punizione che mi tocca per non essere stata in grado di trovare una strada che mi permettesse di tenere con me la mia bambina. Resto giovane e attraente all’esterno mentre dentro sono vecchia e brutta e con un pezzo di vita definitivamente morto che nessuno al mondo mi ridarà più. Perché quando ho deciso di rinunciare a mia figlia per darle la possibilità di essere adottata da una famiglia vera, sapevo che non sarei potuta più tornare indietro. Non auguro a nessuno mai di dover fare una scelta simile. Perché non è un dolore spiegabile a parole. È come morire però restando in vita. Per gli altri tutto prosegue normalmente e invece, per me, la vita si è fermata a quel giorno. Io ogni mattina mi sveglio e prima di rendermi conto dove sono, rivivo la mia storia. Sono nata in Romania, in un piccolo paesino vicino al confine bulgaro. I miei genitori erano contadini, eravamo poveri ma avevamo di che mangiare. Quando ho compiuto sedici anni, un mio cugino mi ha invitato a seguirlo in Italia per lavorare e vivere con lui. A me l’Italia pareva un sogno, vedevo le immagini scintillanti alla televisione delle città e delle vetrine e restavo abbagliata. Siamo partiti poco dopo. Per due anni abbiamo vissuto in un piccolo appartamento di Bergamo e abbiamo lavorato. Io facevo le pulizie e lui il fabbro. A modo nostro, ci siamo voluti bene. Poi è arrivata la crisi e lui ha perso il lavoro ed è iniziato un periodo nerissimo. Constantin, questo il suo nome, ha iniziato a bere sempre di più ed è diventato violento. Solo con il mio lavoro mantenersi entrambi era impossibile. È stato in quel periodo che ho scoperto di essere incinta. Non l’ho detto subito a Constantin. Speravo dentro di me che la situazione migliorasse e che trovasse un lavoro. Ma così non è stato. Quando la pancia ha iniziato a vedersi, abbiamo litigato violentemente ma io quel bambino lo volevo e gliel’ho urlato con tutte le mie forze. Il giorno dopo Constantin se n’è andato lasciandomi sola e con i debiti da onorare. Mi sono fatta forza e su suggerimento della signora dove lavoravo, ho trovato posto in una casa famiglia che aiutava donne in difficoltà. Ecco posso dire che quello è stato il periodo più bello della mia vita. Avevo la mia bimba che cresceva con me, vivevo in un posto tranquillo e caldo e avevo da mangiare bene e abbondante. Il lavoro l’ho lasciato perché la casa famiglia era in un’altra città. La mia piccola è arrivata a febbraio. L’ho chiamata Ioana che in Romania è un nome di buon augurio che dona grazia a chi lo porta. È stata una bimba buona sin da subito e non mi ha dato alcun fastidio. Cresceva che era un amore. A Natale però è arrivata la notizia, la casa famiglia per l’anno nuovo non avrebbe ricevuto più i fondi e io e altre quattro donne non potevamo più stare lì. Così è iniziato il mio calvario. Sono andata da alcuni amici che mi hanno ospitato per un mese, ma due bocche da sfamare erano troppe e sono dovuta andare via. Ho cercato di contattare la mia famiglia in Romania, ma la situazione lì era drammatica e non mi hanno voluta. Ho cercato di fare qualsiasi lavoro mi capitasse, ma con una bambina piccola era molto difficile trovare qualcosa. E i soldi non bastavano mai. Ioana aveva bisogno di pannolini, di stare al caldo, di mangiare regolarmente. E io non potevo darle niente. Ho anche rintracciato Constantin tramite dei parenti. Era in Germania, ma chiaramente mi ha detto di non cercarlo più. A lui di nostra figlia non importava proprio niente.

Ero da sola. Andavo a mangiare alla Caritas a pranzo e, durante il giorno, stavo dentro un centro commerciale che garantiva un ambiente caldo alla mia bambina. Di sera cercavo di dare meno fastidio possibile a qualche amico o parente che mi ospitava, ma sapevo che non sarei potuta andare avanti molto in questo modo. Sono tornata alla casa famiglia e ho cercato aiuto. La coordinatrice, Eliana, mi ha dato ospitalità e la mattina successiva abbiamo parlato a lungo insieme.

È stata lei a dirmi, per la prima volta, che potevo dare la mia piccola in affido a un’altra famiglia e permettere così alla bambina di avere una casa vera dove stare. L’idea di separarmi dalla mia Ioana era tremenda, ma vederla piangere per il freddo e per la fame era peggio. Allora ho accettato e Eliana mi ha aiutato con i servizi sociali e il Tribunale a preparare gli incartamenti. Ho tenuto la mia bambina con me ancora per cinque mesi, poi a settembre l’ho consegnata alla famiglia scelta per l’affido. Ioana ha pianto un po’ ma è andata in braccio alla donna che l’ha presa e le ha sorriso tra le lacrime. Sembrava sapesse che quella donna mi avrebbe sostituito. Sono rimasta da sola e ho trovato lavoro come badante a tempo pieno per un signore anziano. Una volta ogni quindici giorni andavo dalla mia bambina e la gioia che mi prendeva quando la vedevo così in salute, ben vestita e protetta, mi dava la carica per affrontare altri giorni di solitudine. E poi a Natale ho deciso. La famiglia che aveva in affidamento la mia Ioana poteva darle quell’amore e quella sicurezza che io non avrei mai potuto garantirle. E la mia presenza a lungo andare avrebbe iniziato a dare problemi, forse imbarazzi, alla mia piccolina. Se volevo il bene della mia bambina dovevo scomparire dalla sua vita. Così ho firmato le carte per l’adozione. Sono trascorsi altri mesi e il Tribunale ha chiuso la pratica. Ioana non è più mia figlia. I suoi nuovi genitori mi hanno promesso che da grande le racconteranno la nostra storia e, se lei vorrà, verranno da me. Quando accadrà le dirò che ho rinunciato a essere madre per farle avere la migliore vita possibile. Saperla felice e al sicuro, anche se lontano da me, è l’unica ragione che mi fa andare avanti ogni giorno.

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Storia di Loredana – Echi di Zampogne – Dicembre 2016

Su Confidenze di Natale – 2016 Echi di zamponge -Natale -21 Dicembre 2016_Pagina_1Echi di zamponge -Natale -21 Dicembre 2016_Pagina_2

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Storia di Loredana – Dicembre 2016

 “Echi di zampogne” di Giovanna Brunitto, pubblicata sul n. 52 di Confidenze – Numero di Natale

Il 2014 è stato quello in cui mi si è rotto tutto.  Ho dovuto cambiare l’automobile per un guasto al motore, TV e computer mi hanno abbandonato per un fulmine che ha colpito il palazzo in cui vivo e la lavatrice ha smesso di perdere acqua solo quando l’ho buttata via definitivamente. E si è rotta anche la mia storia con Gianluca. Dopo cinque anni di relazione, mi sembrava giunto il momento di qualcosa di più serio di weekend fuori, cene e feste.  Entrambi avevamo passato la trentina già da un po’ e sentivo l’esigenza di un rapporto più stabile, di qualcosa che potesse definirsi l’inizio di una famiglia, ma lui non era d’accordo.  Mi ha augurato di trovare presto un compagno serio, ha sottolineato più volte la parola “serio”, ed è uscito dalla porta e dalla mia vita. Ho provato a chiamarlo ma non ha risposto. Qualche giorno dopo, è arrivata la notizia della brutta malattia di mia madre e mi sono dimenticata di cercarlo. Ho percorso la strada da nord a sud della penisola ogni settimana per starle vicino, ma quel male se l’è portata via in pochi mesi. La sua perdita mi ha rotto il cuore. L’anno è finito e non c’era più niente che si potesse rompere. I mesi successivi sono trascorsi quasi senza che ne avessi consapevolezza, aiutata dal mio lavoro che mi ha occupato tutti gli spazi possibili.  Ho lavorato ininterrottamente senza un giorno di ferie fino a dicembre. Ero stremata e soprattutto ero sola. Mia mamma amava l’ultimo mese dell’anno e per Natale organizzava grandi feste che riunivano la famiglia. Ma quest’anno lei non c’era e quindi avevo deciso che non sarei andata a casa dai miei. L’idea di trovare la casa vuota o di essere, tra i miei fratelli, l’unica senza compagno o famiglia, mi era insopportabile. Avevo accampato all’inizio del mese delle scuse lavorative che mi avrebbero trattenuto a Milano e avevo deciso che non avrei festeggiato le festività in nessun modo. Contavo sulla complicità della città meneghina che, con la sua forte vocazione lavorativa e i ritmi frenetici, mi avrebbe di certo aiutato a dimenticare Natale e la solitudine o quanto meno a non ricordarmeli ogni minuto. Per me Natale è sempre stato l’odore dei mandarini, i rococò, il presepe e la tombola in famiglia, non certo vetrine addobbate come passerelle e luci da stadio. Quindi non correvo rischi a Milano, del mio Natale non ne avrei trovato traccia. La certezza è sfumata il giorno dopo Sant’Ambrogio. Sono rientrata a casa prima del solito per una riunione saltata all’ultimo minuto, la sera non era ancora del tutto arrivata. Mentre giravo la chiave nel portone della palazzina, ho sentito una nenia, una musica. Era il suono di una zampogna. Al centro del giardino condominiale c’erano un gruppo di quattro zampognari che suonavano la novena intorno ad una nicchia dove il custode normalmente montava un brutto presepe fatto da lui di cui andava fierissimo. Sono rimasta così colpita dal suono  che mi sono avvicinata. Ad ogni passo sentivo lo stomaco contrarsi. Quel suono mi era così familiare. Quando ero piccola al mio paese gli zampognari comparivano agli inizi di dicembre e facevano il giro in tutti i portoni , suonando le canzoni tradizionali del Natale. Erano un avvenimento nuovo ed allo stesso tempo rappresentavano il perpetrarsi della tradizione. Ogni famiglia faceva loro un’offerta e  tutti li tenevano in grande considerazione, come dei re magi venuti apposta per festeggiare insieme a noi il Natale. Ecco quel ricordo mi sapeva di una magia che non ricordavo più. Ero senza parole e quando hanno finito, mi sono ritrovata con le lacrime agli occhi. Mi sono vergognata di questa debolezza e senza neanche salutare ho battuto i tacchi e sono salita a casa mia. Una volta sul divano mi sono accorta che non avevo fatto neanche un’offerta. Se mia madre avesse potuto vedermi, mi avrebbe ripreso e rimproverato: “Loredana è Natale, è la Festa più importante dell’anno, offri quello che hai e vedrai che il Signore ti ricompenserà mille volte di più.” Ma la solitudine della mia casa mi ha riportato alla realtà e mi ha fatto dimenticare il calore che mi aveva invaso sentendo la musica. Il giorno dopo con umore cupissimo sono ripassata dal giardino e ho dato un occhio al presepe, spinta da una strana curiosità. Non era il solito, questo era certo. Era molto curato nei particolari, con dei pastori bellissimi che riproducevano lavori artigianali. Ero intenta a guardare ogni cosa e non mi sono accorta che alle mie spalle c’era una persona. La sua voce possente mi ha riportata alla realtà. Era un uomo sulla quarantina, alto e con dei bellissimi occhi nocciola. Si è presentato, si chiamava Andrea ed era il nuovo portiere che da un semestre lavorava nel palazzo. Aveva la passione per i presepi ed aveva chiamato gli zampognari, un gruppo di suonatori di Concorezzo in provincia di Milano che conosceva, perché senza novena non gli sembrava Natale.  E poi ha parlato del suo arrivo a Milano e del suo nuovo lavoro che gli piaceva tanto. Mi ha detto anche che mi vedeva sempre da sola e spesso gli sono apparsa triste e per quel motivo non si era avvicinato prima. Davanti al caffè che ha insistito per offrirmi al bar all’angolo, finalmente ha smesso di parlare e sorridendo mi ha chiesto come mi chiamassi. Gli ho detto il mio nome e poco altro, poi sono andata di corsa al lavoro. In metropolitana mi sono ritrovata a sorridere tra me e me, come non mi capitava da tempo. Andrea mi aveva avvolto con la sua parlantina e mi aveva guardato, tra una chiacchera e l’altra, con quei suoi occhi bellissimi. Mi aveva fatto sentire bella come non mi capitava da anni. Il tutto in una manciata di minuti che non arrivavano a mezzora. Non sospettavo quella mattina che l’avrei rivisto quello stesso pomeriggio, mi stava aspettando all’entrata del portone per accompagnarmi fino all’appartamento e per strapparmi una specie di mezzo appuntamento per il giorno dopo per ascoltare insieme la novena degli zampognari. E così con quel suo modo di fare a tratti indolente, a tratti diretto e ruvido, Andrea mi ha fatto compagnia per  tutto il mese. Mi ha preso il cuore così, tra una novena e l’altra, e senza quasi che io potessi opporgli resistenza. Alla vigilia di Natale è venuto da me per la cena. Abbiamo mangiato, giocato a tombola e poi siamo andati insieme alla messa di mezzanotte. Anche il resto della notte l’abbiamo trascorsa insieme. Abbiamo parlato tanto e fatto l’amore. E’ stata la notte di Natale più bella che ho avuto o forse no. Forse a pensarci bene la notte più bella sarà quella di quest’anno, perché se i tempi saranno quelli giusti, a Natale prossimo saremo io, Andrea e la nostra bambina. Ma se dovessimo aspettare ancora qualche giorno per incontrare la nostra piccola, sarà un Natale comunque meraviglioso perché come ha detto Andrea l’anno scorso, Natale è una festa che ognuno di noi si porta dentro. Non importa dove si è, con chi si è o quale brutto momento si stia attraversando, se sappiamo cercare dentro di noi, troveremo la forza e la fiducia per rinascere. Io grazie a lui, l’ho trovata. echi-di-zamponge-natale-21-dicembre-2016_pagina_1

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Storia di Paola – Novembre 2016

La storia più apprezzata della settimana è “Non sei più tu” di Giovanna Brunitto, pubblicata sul n. 44 di Confidenze.

Sul blog di CONFIDENZE – Storia vera di Paola F.

Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee” con queste parole il poeta Gibran descrive cosa un genitore può dare ai propri figli e ogni volta che ci penso il mio cuore si fa pesante e mi chiedo cosa abbia dato io a mio figlio. La risposta a oggi non la so dare, non vedo Alberto da mesi. Ma andiamo con ordine. Mio figlio è arrivato che avevo appena finito l’Università, avevo 25 anni. Ci siamo sposati in fretta io e Nicola e, per quel bimbo in arrivo, avremmo fatto qualsiasi cosa. Nicola aveva appena iniziato a lavorare come commercialista in uno studio e lo stipendio era modesto, ma ce l’abbiamo fatta con tanto amore e tanti sacrifici. Dopo qualche anno, avevamo uno studio nostro, una bella casa e un bambino che adoravamo e viziavamo. Niente era mai troppo per il nostro Alberto. Vacanze e soggiorni all’estero d’estate, settimana bianca in inverno e scuole private per dargli un’educazione che fosse la migliore possibile. Alberto non è mai stato portato per gli studi ma con diversi aiuti e ripetizioni varie, alla fine si è diplomato. L’adolescenza è stata per nostro figlio un periodo di indolenza e, nonostante i mille stimoli che gli proponessimo, niente sembrava interessarlo per davvero. Aveva qualche amico e aveva avuto anche qualche ragazzina, ma se restava solo non se ne faceva un problema. Si chiudeva nella sua camera per interi pomeriggi a fare niente. Io e Nicola lo osservavamo preoccupati, ma studiava quanto basta, era tranquillo e non ci dava particolari problemi, quindi non potevamo dirgli niente se non di avere più interessi, di praticare qualche sport, di uscire un po’ di più. Avremmo fatto qualsiasi cosa per quel ragazzino, per vederlo contento, ma lui era solitario e parlava poco con noi, non sapevamo niente di cosa pensasse o di come si sentisse, e poi, in fondo pensavamo che tutti i giovani sono così a quell’età.

Finito il liceo, gli abbiamo regalato un viaggio negli Usa promesso da anni; ci sembrava un inizio importante per la vita da adulto, gli sarebbe servito per staccarsi un po’ dal nido e rendersi più indipendente anche nelle cose quotidiane. Questo è quello che ci dicevamo per rassicurarci, vedere Alberto partire da solo ci faceva paura, ma dovevamo accettare che stesse diventando adulto. Al ritorno avrebbe dovuto iniziare la facoltà di Giurisprudenza, scelta da lui. Ad agosto, dopo un mese che era via, chiamò per dirci che non sarebbe tornato subito ma avrebbe prolungato il viaggio di qualche settimana. Era a Long Beach in California e aveva conosciuto dei ragazzi che si allenavano sulla spiaggia per dei campionati di culturismo, voleva restare fino a settembre per assistere alla gara. Io e mio marito eravamo contenti di sentirlo entusiasta e anche meravigliati perché, fino a quel momento, non si era mai interessato di sport e cura dei muscoli.

A quella telefonata ne seguirono altre e le richieste erano sempre le stesse, soldi e altro tempo per stare negli Stati Uniti. L’iscrizione all’Università nel frattempo era saltata. La contentezza mia e di mio marito svanì presto, continuavamo a chiederci cosa stesse succedendo e se avessimo fatto bene a mandarlo così lontano da solo. Alberto al telefono ci parlava di palestre, di ragazze, di cantanti e musica rap. Non capivamo i suoi interessi ed eravamo molto preoccupati, ma ci dicevamo che se questo era il suo desiderio, l’avremmo assecondato, perché quello che ci è sempre stato a cuore più di ogni altra cosa al mondo è la felicità di nostro figlio. Digerire che non andasse all’Università non è stato semplice per me che già lo immaginavo avvocato di grido in tutti i tribunali italiani, ma pian piano mi sono abituata all’idea. Forse, pensavo tra me e me, quando torna in Italia approfondirà l’esperienza americana e proseguirà gli studi di Educazione Fisica, magari potrebbe diventare insegnante. Cercavo di calmarmi da un’ansia subdola che mi divorava e che a stento placavo. Avevo sempre riso di quelle mamme che sono costantemente preoccupate per i figli e adesso ero diventata una di loro. Poco prima di Natale, Alberto rientrò in Italia e il mio ragazzino emaciato e scontroso era scomparso per dare spazio a un giovane uomo abbronzato e muscoloso. Nel giro di qualche mese era cambiato nel fisico ma anche nei pensieri. Aveva idee estremiste che erano lontane ed estranee alla nostra famiglia. Ce l’aveva con gli immigrati e con le tasse esose che secondo lui non dovevano essere pagate. Io e Nicola, all’inizio, lo prendevamo in giro perché gli dicevamo che se fosse stato così noi, essendo commercialisti, saremmo rimasti senza lavoro, ma Alberto sembrava non cogliere l’ironia e continuava con le sue invettive. E poi è iniziato il valzer delle ragazze. Una dopo l’altra, consumate come caramelle, tutte appariscenti e vuote, tutte uguali. Ero atterrita dalla nuova vita che Alberto portava avanti. Avevo la sensazione di perderlo a piccoli pezzi, ogni giorno di più. Non ci assomigliava e non aveva neanche voglia di assomigliarci. Era diverso, ma in una maniera per me inaccettabile. Non mi piacciono le persone che hanno idee estremiste, non mi piacciono i razzisti, non mi piacciono quelli che buttano via le giornate senza impegni come se il futuro non fosse da costruire, non mi piacciono gli uomini che trattano le donne come oggetti da consumare. E mio figlio era una di queste persone. Ero lacerata dal dolore. Volevo scuoterlo, volevo tirarlo via da questo limbo dov’era ma non sapevo come fare. Ogni volta che intavolavamo un discorso, finiva con urla e litigi. E se provavo a parlarci da sola, era pure peggio. Alberto mi diceva che si vedeva lontano un miglio che non approvavo le sue scelte, ma a lui andava bene così. Sbatteva qualcosa e se ne andava. Qualche mese dopo, ha trovato lavoro in una palestra e le cose si sono assestate. Le ragazze erano sempre tante e le sue idee sempre estreme, ma in casa era più tranquillo e con il passare del tempo anch’io e Nicola ci siamo calmati. Poi, come una giornata di sole dopo un lungo inverno piovoso, è arrivata Morena. Ce l’ha presentata una domenica pomeriggio. Morena è una ragazza incantevole, e non solo perché è molto carina, ma per il suo carattere determinato e dolce, forte e sensibile allo stesso tempo. Alberto l’ha conosciuta in una delle palestre dove lavorava e si sono fidanzati dopo pochi mesi. Morena mi è piaciuta sin da subito. È orfana di entrambi i genitori, mancati in un incidente quando lei era ancora una bambina, eppure è come se i suoi li portasse dentro. Li nomina spesso e sento molte volte che cita a esempio gli insegnamenti che le hanno lasciato i suoi genitori. È cresciuta con la nonna materna e seppure deve essere stata molto sola, è una ragazza solare e sorridente che ama la vita, sempre buona e gentile verso tutti. È difficile non volerle bene. Ecco, se avessi avuto una figlia femmina, io l’avrei voluta così, come Morena. Lei e Alberto sono andati a convivere ed è stato bello vedere il loro amore crescere. Alessandro e Gaia, i miei nipoti, sono arrivati nel giro di un paio d’anni e sono quanto di più bello la vita abbia dato a tutti noi. La magia si è rotta circa sei mesi fa, quando Morena mi ha confessato che Alberto la tradisce. L’ha già fatto una volta e lei lo ha perdonato, ma adesso, mi ha detto, non può più farlo perché Alberto deve crescere e imparare che se vuole essere amato, deve prima amare. L’ho abbracciata forte Morena, e mi è apparsa ancora più piccola di quanto in realtà sia. Ho capito cosa diceva e l’ho sentita vicina al mio cuore più che mai. Abbiamo pianto insieme. Ho provato a sentire la versione di Alberto e ho provato a farlo ragionare. Buttare via una famiglia in quel modo era una crudeltà verso i bambini e anche verso se stesso perché nessuno l’avrebbe mai amato come Morena.

Ma Alberto non ha sentito ragioni e urlando mi ha detto che lui aveva il diritto di vivere e che nessuno lo poteva tenere incatenato. La superficialità dei suoi ragionamenti mi ha colpito con la forza di un pugno, dritto alla bocca dello stomaco.

Alberto non ha mai nominato i suoi splendidi bambini, come se neanche gli appartenessero.

Allora ho pianto tutte le mie lacrime. Per il fallimento come madre e soprattutto perché non ho saputo insegnare a mio figlio i valori importanti della vita: la famiglia, l’onestà verso gli altri, la fedeltà, il rispetto degli impegni presi, la perseveranza. E ho preso la decisione più difficile della mia vita. Se Alberto voleva lasciare la sua famiglia non potevo impedirlo, ma io non avrei più voluto vederlo, né parlargli. Non avrei potuto accettare di fargli ancora una volta da paracadute. Io e Nicola abbiamo parlato con Morena e le abbiamo detto che noi ci saremmo sempre stati per i nipotini e per lei. E questo è quello che facciamo da sei mesi: aiutiamo Morena e per la prima volta dopo anni ci sentiamo bene, in pace. Morena ci tratta come due genitori ansiogeni, ci porta Alessandro e Gaia al mattino presto così li accompagniamo a scuola. Poi riprendiamo i bimbi al pomeriggio, prepariamo le merende e li riportiamo da lei. Con lo studio e grazie a degli ottimi collaboratori riusciamo ad avere tempo per i nostri nipotini. La domenica sono a pranzo a casa da noi. Siamo una vera famiglia. Abbiamo detto a Morena che se vorrà, potrà trovare un nuovo compagno, noi la comprenderemo, ma lei ci ha risposto di non pensarci proprio perché i bimbi la tengono già troppo occupata. In fondo so qual è la verità: lei aspetta Alberto, aspetta che torni. E in questo siamo ancora più unite, perché anch’io sono in attesa. Mio figlio farà tanti giri, per lui il sentiero della maturità è più lungo e tortuoso che per altri, ma poi verrà da noi e noi saremo qui ad aspettarlo. Noi siamo la sua famiglia.

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