Storia di Lena – Agosto 2017

Storia di Lena - Agosto 2017

 

Ho trentotto anni e ho avuto nella mia vita tre cognomi diversi. Il cognome è un qualcosa che definisce l’appartenenza a una famiglia, che dice quali sono le tue origini, da dove arrivi. Queste cose quando si è ragazzi hanno poca importanza, almeno per me è stato così, poi però crescendo assumono valore e col tempo ho capito che il cognome giusto rappresenta esattamente quello che sono stata e quello che voglio essere in futuro. La storia dei miei cognomi si intreccia con la storia della mia mamma. E inizierei con le parole che lei mi ripeteva spesso: “Lena, la felicità arriva se fai le scelte giuste per te.” Qualsiasi cosa dovessi fare, lei era pronta a sostenermi purché fossi felice. Se mi concentro sento ancora la sua voce: “Lena non ti far influenzare dagli altri, fai quello che ti fa star bene.” Mia mamma era fatta così, era figlia degli anni settanta e aveva vissuto appieno i suoi tempi, sosteneva che l’armonia e la pace con se stessi donassero la gioia. E viveva di conseguenza, non litigava mai con nessuno e sorrideva sempre, anche nei momenti in cui le cose non andavano proprio nel verso giusto. Quando scoprì di aspettare me, scoprì anche che mio padre era già sposato, ma come mi ha sempre raccontato era così felice di avermi che nulla avrebbe potuto guastare una gioia così grande. Io arrivai e lei si trasferì in un monolocale appena fuori Modena. Era l’unica casa che si poteva permettere immagino, ma lei diceva che una casa così piccola era la scusa per stare sempre vicine. La mia infanzia e la mia adolescenza sono state dolci. Mia mamma c’era sempre e mi lasciava libera di fare le mie scelte in libertà. Le mie amiche non facevano altro che inveire contro i genitori che non le lasciavano vivere, mentre  io non avevo di questi problemi. Con mamma parlavamo di tutto e quando le chiesi di mio padre, mi raccontò della sua relazione con Pietro e che se avessi voluto avrei potuto conoscerlo. Mio padre biologico non mi aveva riconosciuto alla nascita, ma mi seguiva da lontano attraverso le informazione che lei gli dava. L’incontro fu imbarazzante, ma piano piano iniziai a conoscere quell’estraneo e devo dire che col tempo compresi di più la scelta di mia madre. Mio padre poteva essere simpatico e anche affascinante, quando ci si metteva. Quando ho compiuto diciotto anni, il suo regalo è stato quello di riconoscermi ufficialmente e darmi il suo cognome. Ne avevo discusso a lungo con mamma e come sempre lei aveva detto che potevo fare come volevo, per lei non c’erano problemi. Diceva che io sarei stata sempre sua figlia indipendentemente da come mi chiamassi. E lo credevo anch’io. Mi sembrava che avere un cognome piuttosto che un altro non facesse molta differenza, a parte il fatto di essere sollevata dal dover spiegare, di tanto in tanto, a qualche impiegato troppo zelante o solamente pettegolo, che non ero stata riconosciuta alla nascita.  Preso il cognome di mio padre, non cambio nei fatti nulla, i rapporti con lui restarono sporadici. Lui aveva la sua famiglia che adesso sapeva della mia esistenza, ma la mia vita continuò ad andare avanti allo stesso modo. Scelsi l’università per diventare infermiera e gli anni successivi mi dedicai anima e corpo allo studio. Mamma era orgogliosa di me come se avessi dovuto prendere il Nobel in medicina piuttosto che una semplice laurea e mi sosteneva su tutto. Quando si apprestava qualche esame importante dormiva meno di me e studiavamo insieme. Io le ripetevo le noiose nozioni di macrobiologia e lei ascoltava instancabile e con un sorriso solare stampato sul viso alla luce del quale era impossibile scoraggiarsi. Mamma era il mio sole. Quando le ho presentato Alberto, dopo alcuni ragazzi non proprio ideali, è saltata su e lo ha abbracciato felice, dicendoci chiaramente che le nostre auree erano evidentemente destinate ad essere unite per sempre. Ogni tanto, quando litighiamo e poi facciamo pace, io e Alberto ci ricordiamo di quel primo incontro con mamma e ridiamo. Lei era riuscita a vedere che saremmo stati bene insieme, qualcosa che noi abbiamo realizzato solo col tempo perché all’inizio tutta questa sicurezza non ce l’avevamo mica. Iniziando il lavoro in ospedale mi ero abituata a portare il cognome di mio padre. Tutti mi chiamavano solo con quello, dai dottori alla caposala fino ai colleghi, e così ci avevo fatto l’orecchio. A dire il vero, sSentivo sempre come un leggero disagio dentro di me quando mi chiamavano, come se non mi riconoscessi proprio al centro per cento, ma le cose da fare giornaliere erano sempre tante e le voci interiori, a volte, sono così flebili che si fa piuttosto in fretta a metterle a tacere o a fare finta di non averle sentite. Passarono alcuni anni e la relazione con Alberto si fece seria, così andammo a vivere insieme. L’anno dopo a mia mamma venne diagnosticato un brutto male al seno. La diagnosi era infausta e nonostante abbia lottato come una leonessa, nel giro di breve è volata via. Perdere mia mamma è stato un dolore assoluto, per me ha significato perdere tutta la mia famiglia. Per mesi interi sono stata intontita dalla disperazione, mi sentiva sola al mondo e senza sostegni. Poi, piano piano Alberto è riuscito a strapparmi qualche sorriso e un po’ di luce è tornata. Quando ho scoperto di aspettare Gaia, lui mi ha detto che la mia mamma ovunque fosse adesso avrebbe voluto che io non piangessi più perché questo poteva far soffrire la piccola in arrivo. Ed era vero. Allora ho voluto ricordare la mia mamma com’era quando era con me e la via della maternità è stata facile. Anche se lei non era fisicamente presente, sapevo che in qualche modo mi seguiva e l’eredità d’amore e di speranza che mi aveva donato negli anni insieme non me l’avrebbe tolta mai nessuno perché era parte di me. Avevo solo un cruccio che lentamente si andava insinuando dentro di me e cresceva: mi sembrava di averle fatto un torto rinunciando al suo cognome per accettare quello di mi padre. E’ vero ne avevamo discusso ma non avevo la maturità giusta per capire quanto avesse potuto cambiarmi la vita una cosa del genere. Io mi riconoscevo col cognome di mamma, era quello che rappresentava me e la mia idea di famiglia. Con mio padre una tale comunione d’anima io non la sentivo e né avrei potuta sentirla mai. Una sera stavamo ascoltando il telegiornale ed è arrivata la notizia dell’approvazione di una legge per aggiungere al cognome paterno anche quello materno. Sono saltata su dal divano e ho iniziato a battere le mani per la gioia. Ecco, questo è quello che dovevo fare, ecco la cosa giusta per me. Il giorno dopo sono andata all’anagrafe, ma non ne sapevano niente. C’era da aspettare che arrivassero le indicazioni dal Ministero su come procedere. Ho aspettato diversi mesi e, infine, ce l’ho fatta. Adesso ho un doppio cognome, il primo quello di mamma rappresenta la mia parte affettiva e spirituale e il secondo quello di mio padre rappresenta l’unione dalla quale io sono nata, che come diceva mia mamma è stata seppur per poco una storia d’amore. Questa di oggi, con il mio nuovo doppio cognome, sono io.

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Storia di Lucilla – Luglio 2017

#ConfidenzeTraAmiche #confidenze #progetto #esperienza #amore #passione

Storia di Lucilla - Confidenze nr. 27 Luglio 2017 pag. 1 Storia di Lucilla - Confidenze nr. 27 Luglio 2017 pag. 2

 

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Storia di Loredana – Dicembre 2016

 “Echi di zampogne” di Giovanna Brunitto, pubblicata sul n. 52 di Confidenze – Numero di Natale

Il 2014 è stato quello in cui mi si è rotto tutto.  Ho dovuto cambiare l’automobile per un guasto al motore, TV e computer mi hanno abbandonato per un fulmine che ha colpito il palazzo in cui vivo e la lavatrice ha smesso di perdere acqua solo quando l’ho buttata via definitivamente. E si è rotta anche la mia storia con Gianluca. Dopo cinque anni di relazione, mi sembrava giunto il momento di qualcosa di più serio di weekend fuori, cene e feste.  Entrambi avevamo passato la trentina già da un po’ e sentivo l’esigenza di un rapporto più stabile, di qualcosa che potesse definirsi l’inizio di una famiglia, ma lui non era d’accordo.  Mi ha augurato di trovare presto un compagno serio, ha sottolineato più volte la parola “serio”, ed è uscito dalla porta e dalla mia vita. Ho provato a chiamarlo ma non ha risposto. Qualche giorno dopo, è arrivata la notizia della brutta malattia di mia madre e mi sono dimenticata di cercarlo. Ho percorso la strada da nord a sud della penisola ogni settimana per starle vicino, ma quel male se l’è portata via in pochi mesi. La sua perdita mi ha rotto il cuore. L’anno è finito e non c’era più niente che si potesse rompere. I mesi successivi sono trascorsi quasi senza che ne avessi consapevolezza, aiutata dal mio lavoro che mi ha occupato tutti gli spazi possibili.  Ho lavorato ininterrottamente senza un giorno di ferie fino a dicembre. Ero stremata e soprattutto ero sola. Mia mamma amava l’ultimo mese dell’anno e per Natale organizzava grandi feste che riunivano la famiglia. Ma quest’anno lei non c’era e quindi avevo deciso che non sarei andata a casa dai miei. L’idea di trovare la casa vuota o di essere, tra i miei fratelli, l’unica senza compagno o famiglia, mi era insopportabile. Avevo accampato all’inizio del mese delle scuse lavorative che mi avrebbero trattenuto a Milano e avevo deciso che non avrei festeggiato le festività in nessun modo. Contavo sulla complicità della città meneghina che, con la sua forte vocazione lavorativa e i ritmi frenetici, mi avrebbe di certo aiutato a dimenticare Natale e la solitudine o quanto meno a non ricordarmeli ogni minuto. Per me Natale è sempre stato l’odore dei mandarini, i rococò, il presepe e la tombola in famiglia, non certo vetrine addobbate come passerelle e luci da stadio. Quindi non correvo rischi a Milano, del mio Natale non ne avrei trovato traccia. La certezza è sfumata il giorno dopo Sant’Ambrogio. Sono rientrata a casa prima del solito per una riunione saltata all’ultimo minuto, la sera non era ancora del tutto arrivata. Mentre giravo la chiave nel portone della palazzina, ho sentito una nenia, una musica. Era il suono di una zampogna. Al centro del giardino condominiale c’erano un gruppo di quattro zampognari che suonavano la novena intorno ad una nicchia dove il custode normalmente montava un brutto presepe fatto da lui di cui andava fierissimo. Sono rimasta così colpita dal suono  che mi sono avvicinata. Ad ogni passo sentivo lo stomaco contrarsi. Quel suono mi era così familiare. Quando ero piccola al mio paese gli zampognari comparivano agli inizi di dicembre e facevano il giro in tutti i portoni , suonando le canzoni tradizionali del Natale. Erano un avvenimento nuovo ed allo stesso tempo rappresentavano il perpetrarsi della tradizione. Ogni famiglia faceva loro un’offerta e  tutti li tenevano in grande considerazione, come dei re magi venuti apposta per festeggiare insieme a noi il Natale. Ecco quel ricordo mi sapeva di una magia che non ricordavo più. Ero senza parole e quando hanno finito, mi sono ritrovata con le lacrime agli occhi. Mi sono vergognata di questa debolezza e senza neanche salutare ho battuto i tacchi e sono salita a casa mia. Una volta sul divano mi sono accorta che non avevo fatto neanche un’offerta. Se mia madre avesse potuto vedermi, mi avrebbe ripreso e rimproverato: “Loredana è Natale, è la Festa più importante dell’anno, offri quello che hai e vedrai che il Signore ti ricompenserà mille volte di più.” Ma la solitudine della mia casa mi ha riportato alla realtà e mi ha fatto dimenticare il calore che mi aveva invaso sentendo la musica. Il giorno dopo con umore cupissimo sono ripassata dal giardino e ho dato un occhio al presepe, spinta da una strana curiosità. Non era il solito, questo era certo. Era molto curato nei particolari, con dei pastori bellissimi che riproducevano lavori artigianali. Ero intenta a guardare ogni cosa e non mi sono accorta che alle mie spalle c’era una persona. La sua voce possente mi ha riportata alla realtà. Era un uomo sulla quarantina, alto e con dei bellissimi occhi nocciola. Si è presentato, si chiamava Andrea ed era il nuovo portiere che da un semestre lavorava nel palazzo. Aveva la passione per i presepi ed aveva chiamato gli zampognari, un gruppo di suonatori di Concorezzo in provincia di Milano che conosceva, perché senza novena non gli sembrava Natale.  E poi ha parlato del suo arrivo a Milano e del suo nuovo lavoro che gli piaceva tanto. Mi ha detto anche che mi vedeva sempre da sola e spesso gli sono apparsa triste e per quel motivo non si era avvicinato prima. Davanti al caffè che ha insistito per offrirmi al bar all’angolo, finalmente ha smesso di parlare e sorridendo mi ha chiesto come mi chiamassi. Gli ho detto il mio nome e poco altro, poi sono andata di corsa al lavoro. In metropolitana mi sono ritrovata a sorridere tra me e me, come non mi capitava da tempo. Andrea mi aveva avvolto con la sua parlantina e mi aveva guardato, tra una chiacchera e l’altra, con quei suoi occhi bellissimi. Mi aveva fatto sentire bella come non mi capitava da anni. Il tutto in una manciata di minuti che non arrivavano a mezzora. Non sospettavo quella mattina che l’avrei rivisto quello stesso pomeriggio, mi stava aspettando all’entrata del portone per accompagnarmi fino all’appartamento e per strapparmi una specie di mezzo appuntamento per il giorno dopo per ascoltare insieme la novena degli zampognari. E così con quel suo modo di fare a tratti indolente, a tratti diretto e ruvido, Andrea mi ha fatto compagnia per  tutto il mese. Mi ha preso il cuore così, tra una novena e l’altra, e senza quasi che io potessi opporgli resistenza. Alla vigilia di Natale è venuto da me per la cena. Abbiamo mangiato, giocato a tombola e poi siamo andati insieme alla messa di mezzanotte. Anche il resto della notte l’abbiamo trascorsa insieme. Abbiamo parlato tanto e fatto l’amore. E’ stata la notte di Natale più bella che ho avuto o forse no. Forse a pensarci bene la notte più bella sarà quella di quest’anno, perché se i tempi saranno quelli giusti, a Natale prossimo saremo io, Andrea e la nostra bambina. Ma se dovessimo aspettare ancora qualche giorno per incontrare la nostra piccola, sarà un Natale comunque meraviglioso perché come ha detto Andrea l’anno scorso, Natale è una festa che ognuno di noi si porta dentro. Non importa dove si è, con chi si è o quale brutto momento si stia attraversando, se sappiamo cercare dentro di noi, troveremo la forza e la fiducia per rinascere. Io grazie a lui, l’ho trovata. echi-di-zamponge-natale-21-dicembre-2016_pagina_1

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Quella storia

C’era, in quella storia,
qualcosa che viveva.
Era un fantino che galloppava
appoggiandosi in sella e saltando ostacoli,
in una gara senza pubblico
e senza partecipanti.
Una meta a venire.
C’era silenzioso, un continuo cercarsi,
null’altro.
Così era quella storia.
Composta di due elementi soltanto.
Null’altro visibile
Viveva e si nutriva di sè,
quella storia.

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Quali libri porteresti con te su un’isola deserta?

 

Domanda che di tanto in tanto leggo o sento in giro. Le risposte sono coltissime e inoppugnabili. Spesso si menzionano libri e testi mai neanche sfiorati. Almeno questa è la sensazione che ho.
Oggi la domanda mi è giunta attraverso la voce telefonica di un’amica che vive all’estero.
Le ho risposto di getto, non si ho pensato su … e lei si è stupita perchè, da me, ha detto, non si aspettava una tale risposta.
Poi abbiamo riso insieme e per un po’ ci siamo perse nei paesaggi desertici dalle dune dorate, passando su spiagge cristalline lambite da acque trasoarenti per ritornare su vette innevate baciate da tramonti rossi di fuocoil tutto ovviamente con a fianco uno splendido uomo, preferibilmente medico, pirata, avventuriero, uomo d’affari, sempre e comunque richissimo come un nababbo. Accompagnato spesso da una donna bellissima, filiforme e cattiva di suo o incattivita perchè non corrisposta. Poco cambia. Il medico, pirata, avventuriero ecc.ecc. sta solo aspettando che arrivi la donna della sua vita che amerà, venererà costantemente per il resto dei suoi giorni. E se lei è un po’ imbranata, un po’ rotondetta, un po’ insicura, meglio. Così la amerà di più!cover

Insomma i libri che porterei su un’isola deserta sono: Collezione Harmony in tutte le sue declinazioni, dalla Passion al Romance, passando per History fino al Sensual.

Se fossi su un’isola deserta, potrei fare a meno di storia e letteratura, di epica e di narrativa, di saggi e speculazioni filosofiche. Potrei rinunciare a tutto ciò e continuare a vivire lo stesso.

Ma senza i brividi d’amore, seppur vissuti per interposta persona, sarebbe inutile restare vivi.

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IO AMO di Vito Mancuso

Io Amo è uno dei migliori libri del filosofo e teologo, Prof. Vito Mancuso. E’ un libro maturo e pensato che mette in luce la posizione sull’Amore di Mancuso che spesso ha suscitato con le sue idee innovative e non dogmatiche l’ira e la disapprovazione della Chiesa ufficiale.

Il libro, e sono parole dell’autore, è “un tentativo di dire in poche pagine ciò che non basta una vita intera ad imparare”. E per me il tentativo è riuscito. Il libro è profondo eppure discorsivo allo stesso tempo. Il primo capitolo affronta il primo innamoramento che tutti noi ricordiamo per lo stupore che ci ha colti nel trovarci di fronte una persona che con la sua esclusiva presenza ci ha riempito la vita. E tutti ricordiamo quel primo sguardo, quel batticuore, quell’odore, quel sorriso. L’Amore poi è affrontato secondo una visione filosofica e storica. Ci si innamora oggi nello stesso modo nel quale ci si innamorava ai tempi degli uomini di Neanderthal. Dal punto di vista biologico, l’amore che ci coglie è spiegato da una serie di molecole si attivano e ci “fanno stare bene”. Ma è evidente che non tutto è spiegabile da un punto di visto della biologia. Il perché proprio quella persona fa scattare in noi la scintilla dell’amore resta un mistero. E Mancuso individua nel mistero dell’amore, nello scatto segreto dell’innamoramento, la forza suprema che muove il mondo. E che ci mette in comunione, noi piccoli esseri nell’universo, con il grande mistero che muove tutto il creato. La scintilla che misteriosa si dipana dalla materia oscura, di cui è formato la maggior parte dell’universo, e che crea una galassia, un sole, un pianeta è la stessa scintilla che ci muove in una dato momento verso una certa persona. E’ una forza suprema che ci mette in moto e ci attiva.Vito-Mancuso-cover-IO-amo_305x380

La seconda parte del libro verte sulla posizione del teologo verso gli amori “diversi” ed è stupefacente quanto un teologo possa essere così moderno. La critica verso il catechismo che inchioda la sessualità a mera esecuzione ai fini della procreazione è feroce e diretta. Senza mezzi termini, Mancuso auspica cambiamenti drastici in tal senso. La sua apertura verso l’amore omosessuale, in tutte le forme sotto cui si può presentare, è totale. Pone solamente un diktat, che vale per qualsiasi tipo d’amore: l’Amore deve essere vissuto da ciascuno liberamente e nel rispetto dell’Altro, senza imposizioni o costrizioni; ogni coppia può e deve crescere insieme. In questo accezione l’Amore è specchio della forza divina. Quando, invece, diviene consumo del corpo e fame bulimica di sentimenti, allora è da evitare perché è spreco e disordine.

Consiglio questo libro, in particolare la seconda parte a chiunque voglia comprendere il senso delle vita e regolarlo secondo la forza dell’Amore

 

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Cercasi amore disperatamente di Federica Bosco

978-88-541-0586-7Non è proprio un romanzo d’evasione … ma visto il finale scontatissimo non è neanche un romanzo impegnato.

La vita di una ragazza che non trova mai il sostegno dei suoi genitori, ai quali appare sempre inadeguata, è scandagliata bene nella prima parte del libro. Un adolescente che non si vuole molto bene e che appena può fugge lontano, anzi lontanissimo, dalla famiglia per trovare se stessa.
Dimagrisce, viaggia, balla e si ritrova dall’altra parte del mondo dove finalmente trova inatteso l’amore.

E proprio quando ce la fa a trovare la felicità … una telefonata la riporta a casa.

Da qui il romanzo si annacqua e perde consistenza, secondo me. Il finale tra partenze e ritorni è quello che ci si aspetta  da un romanzo d’appendice …

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Presto fu tardi nella mia vita

 

E come d’inverno
quando il buio arriva presto
nel pomeriggio
e la giornata è ancora lunga da finire.
Ma fuori è già notte.
Allora bisogna viverla senza luce
o accontentarsi di bagliori artificiali.
E il rimorso per quelle giornate inondate di sole,
calde e lucenti,
che taluni volte sembrano non voler finire mai,
mi prende e mi abbatte.
Aveva ragione Marguerite,
presto si è fatto tardi;
davvero troppo presto per me
senza di te.

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14 Febbraio … Un libro per San Valentino

Un libro è un libro, sempre,  ma in alcune occasioni può diventare qualcosa di più.
Se è un regalo, diventa anche messaggero. E per San Valentino – ma vale per ogni occasione – è  meglio dei fiori ( dopo un po’ appassiscono ), meglio dei cioccolatini ( finiscono presto ), meglio di un profumo ( rapporto qualità-prezzo incommisurabilente a favore del libro) …
 

I miei libri d’amore più belli in ordine sparso:

1 – Un amore di Dino Buzzati – Una Milano in pieno boom economico fa da sfondo a una storia d’amore anomala tra un uomo in crisi di mezz’età ed una ragazza che fa la vita per mantenersi. Lucido, appassionato e disincatato romanzo d’amore. Due solitudini si incontrano e, a loro modo, si amano.

2 – Lezioni di tango di Sveva Casati Modigliani Bellissima storia d’amore lunga mezzo secolo. Avvincente e appassionante fino all’ultima riga. Per chi è sempre innamorato.

3 – Poesie di Wislawa Szymborska  – Per tutti. Per sempre. Per qualsiasi tipo d’amore. Per qualsiasi tipo d’odio…

4 – Jane Eyre di Charlotte Brontë – Jane è una ragazza ostinata, orfana. Accetta un lavoro di istruttrice in un ricca casa di campagna inglese che cela un segreto ben nascosto. L’amore tra lei e il padrone di casa è tumultuoso e alla fine trionfa. Considerato uno dei primi esempi di romanzo femminista ( secondo me un po’ esagerato! ) resta una bellissima storia d’amore; i protagonisti, dopo mille peripezie, coronano il loro sogno d’amore.

5 – Tutti i libri di Jane Austen – Per chi ama il romanticismo, le opere ottocentesche, la campagna inglese e le  dichiarazioni fiume.

6 – Un uomo di Oriana Fallaci – La storia d’amore vera tra la giornalista e Alexandros Panagulis, intellettuale e attivista greco contro la dittatura dei colonelli. Un incontro intenso che segnerà la vita di entrambi. Crudo e feroce. La più bella storia d’amore che una donna del Novecento, figlia del suo tempo, abbia scritto ad un uomo e per un uomo.

7 – I cercatori di conchiglie di Rosamunde Pilcher – Le bianche scogliere inglesi accolgono un soldato continentale immemore. E’ la seconda guerra mondiale. Da qui, si dipana una storia dolcissima che vivrà tutta in un quadro ritrovato. Il capitolo iniziale dell’io narrante, una vecchia signora che cura il suo giardino, è uno dei più belli che mi sia capitato di leggere.

8 – Donna Flor e i suoi due mariti di Jorge Amado Eh… Donna Flor! Rimasta vedova del suo scapestrato marito, si risposa. Bene stavolta, con l’uomo più abbiente e perbene della città. Egli la rende felice e le toglie tutte le preoccupazioni terrene ( bollette da pagare, cene e pranzi da inventare, soldi finiti ancor prima di arrivare a casa ecc. ) che l’avevano angustiata nella sua precedente vita, ma l’amore passionale, carnale, sudato … quello non c’è più! E allora Donna Flor invoca il fantasma di Vadinho, suo primo marito, … che ogni notte le fa visita  …

9 – La nina mala di Mario Vargas Llosa – Il libro che qualsiasi donna disgraziata e incostante vorrebbe che un uomo le scrivesse. Anomalo per il Premio Nobel Vargas Llosa, la più bella dichiarazione d’amore che ci sia … lunga una vita.

10 – Romeo e Giulietta di William Shakespeare Romeo: (Giulietta appare ad una finestra in alto)  (……) Quale luce spunta lassù da quella finestra? Quella finestra è l’oriente e Giulietta è il sole! Sorgi, o bell’astro, e spengi la invidiosa luna (……) Guarda come appoggia la guancia su quella mano! Oh! foss’io un guanto sopra la sua mano, per poter toccare quella guancia!  (……) Giulietta: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo?

 

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L’isola

Qualsiasi cosa sia,
qualsiasi cosa accada,
qualsiasi cosa arrivi
tu ci sei!

Sei lì, nell’isola.
In quel mare, a difesa
dove ti ho nascosto da tutti.
Sei lì per me.

La meraviglia che mi assale
ogni qualvolta ti ritrovo lì,
reale e tangibile, é profonda
più della barriera che ti protegge.

I confini del mio cuore.

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