The Good Mothers – Le donne che hanno sfidato la ‘ndrangheta – Serie TV su Disney+
La serie THE GOOD MOTHERS è bellissima. Feroce, dolorosa e bellissima. Guardatela se potete, guardatela quando potete. Vale la pena.
Le storie che si alternano sullo schermo sono quelle di 3 pentite di ‘ndrangheta. Donne. Donne che si ribellano a contesti di violenza, fisica e psicologica, e cercano vie di fuga.
La storia di Lea Garofalo e di sua figlia Denise è oggi l’emblema della possibilità di liberarsi dalle spire di una famiglia di ‘ndrangheta. Lea non ce l’ha fatta, ma ha aperto la porta attraverso cui sua figlia Denise ha trovato la libertà. Le altre due donne che animano la serie si conoscono e sono amiche d’infanzia. Giuseppina Pesce vive oggi in una località protetta con i tre figli, purtroppo all’altra, Cetta Cacciola, non è toccata la stessa sorte. Non mi dilungo molto sulle storie personali, su qualsiasi pagina web o di giornale potete leggere tutto quello che riguarda le loro vicende.
La narrazione della serie, invece, nelle quali si inserisce anche quella della PM Anna Colace, (personaggio narrativo che in realtà ripercorre le indagini della PM che si è occupata dei casi Garofalo e Pesce) partendo dalle vicende delle donne allarga l’inquadratura è mostra quanto sia difficile e complesso “uscire” da una famiglia di ‘ndragheta. C’è una sorta di sopraffazione psicologica che viene esercitata anche su bambine e bambini piccoli e che continua per tutta la vita, anche quando si è lontani, anche quando non si hanno ruoli nelle attività criminose.
Questa storia al femminile e del femminile offre però una speranza, c’è un’incrinatura che una PM intuisce e dalla quale cerca di svelare, rompere quel muro che tiene tutte e tutti segregati in un mondo senza speranze. Una via d’uscita c’è, difficile e durissima, ma c’è. Il coraggio di queste donne farà il resto.
Non ci sono eroine o eroi in questa serie. Non ci sono morti ammazzati “a gratis”. Non ci sono mitizzazioni di ruoli. Non c’è l’effetto Gomorra che esalta linguaggi e atteggiamenti violenti. Non ci sono spiegazioni nè giustificazioni di logiche violente.
Ci sono donne che si appellano all’unica forma d’amore che conoscono, l’unica della quale possono disporre. C’è il coraggio e la responsabilità su coloro che non hanno neanche deciso di mettere al mondo. I figli.
C’è probabilmente anche la chiave per riuscire a pensare che se le condizioni sociali, economiche, lavorative aiutano le donne, specie quelle che si trovano a vivere in condizioni svantaggiate, la società nella quale tutti viviamo può essere migliore. E questo vale anche e soprattutto per arginare, sconfiggere le organizzazioni criminali, perché le madri non sacrificano la vita dei figli se hanno un briciolo di scelta.
Che una narrazione così chiara sia dovuta arrivare a noi attraverso un libro scritto da un autore inglese, Alex Perry, non tradotto ancora in italiano (almeno io non l’ho trovato) e attraverso gli occhi di un regista, Julian Jarrold, sempre inglese, è suggestivo e offre tanti spunti di riflessione. Non ultimo il fatto che la narrazione italiana dei fatti criminosi è chiusa in una sorta di novella dei “buoni e cattivi”, maschi in entrambi i casi, che non apre ad altre forme di racconto e di conoscenza. E ovviamente preclude così tante soluzioni, tante vie d’uscite possibili.
Infine la recitazione delle attrice e degli attori, italiani quasi tutti, è semplicemente STREPITOSA. Non sono neanche riuscita a scegliere chi è più brava o bravo perché veramente sono tutti a livelli altissimi.
Guardatela se potete, guardatela quando potete. Vale la pena.

A ciascuno di noi accade qualcosa che all’improvviso cambia per sempre il corso degli eventi: può essere una piccola cosa o una vicenda oggettivamente sconvolgente. La mia vita non fu più la stessa da quel pomeriggio in cui per la prima volta sentii le voci e la musica uscire da una scatoletta di legno. Mi dissero che quella cosa magica si chiamava radio e ne rimasi letteralmente folgorato: mi chiamo Rosario, anche se tutti mi chiamano Ross, e questa è la mia storia. Avevo 15 anni quando provai a diventare una di quelle voci: mi proposi alla radio della mia città, Castellammare di Stabia, con una faccia tosta che ancora oggi mi chiedo da dove fosse saltata fuori. Forse fu proprio l’innocenza della mia giovane età a disarmarli, così mi diedero un piccolo spazio. Mi dicevano che ero bravo per essere un principiante, e allora presi coraggio, cercando di imparare in fretta tutti i segreti di quel mestiere: due anni dopo passai a una radio più grande, e quando ne compii 18 mandai il provino a Radio Kiss Kiss di Napoli, la radio più importante del Sud Italia, nonché una delle più ascoltate a livello nazionale. Ero convinto che non mi avrebbero mai richiamato. Invece rimasi lì fino al 1996, anno in cui ricevetti un’altra chiamata, da un’emittente ancora più importante: Radio 105! Il trasferimento a Milano fu organizzato in fretta e furia, lasciai i miei genitori, due fratelli, una sorella e tanti amici, proiettato verso il futuro che desideravo. Da allora ho fatto davvero tutto quello che si può fare davanti a un microfono: programmi al mattino presto, a notte fonda, in diretta da New York, dove ho vissuto per sei mesi. Nel 2001 iniziai una collaborazione con Tony Severo, anche lui conduttore radiofonico. Insieme ci inventammo un format che metteva insieme intrattenimento leggero, interviste a personaggi famosi provenienti da diversi settori della vita pubblica e interventi degli ascoltatori: quel programma è ancora in onda, stabilmente e con grandi risultati di ascolto, ogni mattina tra le 10 e le 12.
In mezzo alle migliaia di ore di diretta ho fatto tante altre cose: cinque album insieme a Fabrizio Fiore, per il quale scrivo i testi in inglese e canto, collaborazioni con riviste, programmi televisivi e, di recente, un libro, uscito a maggio di quest’anno. Si intitola Solo per vederti felice e racconta una storia parzialmente autobiografica: quella della malattia di mia madre, alla quale quattro anni fa è stata diagnosticata la demenza senile.